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Chiesa di Pieve Gurata

POSTED ON 9 Mag 2024 IN Reportage     TAGS: URBEX, church

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È noto che alcune delle migliori scoperte del mondo urbex siano frutto della strada: perché non esiste esploratore che durante gli spostamenti in macchina non osservi attentamente e scrupolosamente il paesaggio alla ricerca di segni di abbandono. E quando lungo il tragitto che da Villa Targaryen ci portava a casa abbiamo notato la Chiesa di Pieve Gurata il primo istinto è stato quello di fermarsi a controllare. E mai decisione fu più saggia.

Siamo a Pieve Gurata, frazione di Cingia de’ Botti, all’ingresso del comune per chi proviene da Cremona. Siamo ancora fuori dal paese, che si sviluppa circa un chilometro più avanti, ma il primo nucleo abitativo della zona si formò proprio qui e le prime notizie risalgono al ben lontano 876.

La zona era praticamente deserta, abbiamo parcheggiato la macchina e siamo entrati nella muraglia che circonda il piccolo prato antistante la chiesa. Di fronte all’ingresso abbiamo subito notato una piccola, ma deliziosa, edicola votiva. Per accedere all’interno si devono salire 4 scalini, coperti di erba e difficili persino da vedere, e quindi spostare leggermente il malfermo portone d’ingresso: la chiesa è completamente spoglia, l’altare è sparito, non ci sono le acquasantiere, l’intonaco si sta scrostando e il guano dei piccioni è ovunque. Ma nonostante tutto questa chiesa è ancora interessante, bella, silenziosa e incarna perfettamente quello che significa magia dell’abbandono.

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Chiesa di San Luca

POSTED ON 7 Mag 2024 IN Landmark     TAGS: church, zenit

Chiesa di San Luca

Ex Base Nato di Calice Ligure

POSTED ON 6 Mag 2024 IN Reportage     TAGS: URBEX, military, graffiti

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L’ex Base Nato di Calice Ligure fu costruita nel 1961, faceva parte di una rete di circa 40 stazioni militari in Europa e, grazie alla sua posizione strategica, contribuiva a monitorare gli spazi aerei nel territorio del savonese. La struttura era presidiata dalla 59th Compagnia U.S. Army Signal, appartenente al Battaglione 509th: siamo negli anni della Guerra Fredda, quando le potenze militari si sfidavano anche utilizzando strategie intimidatorie, vantando i migliori armamenti e le tecnologie più avanzate, il tutto sotto la minaccia di una guerra nucleare. Con il crollo del muro di Berlino e l’arrivo delle comunicazioni satellitari l’utilità della base calò drasticamente sino alla totale dismissione nel 1992.

Per arrivarci bisogna percorrere la Strada Provinciale 490 che conduce fino al Colle del Melogno. All’altezza della località Magliolo, si prende la Strada Provinciale 16, proseguendo fino all’incrocio con la Strada Provinciale 23, che porta verso la Madonna delle Neve. Dopo aver superato la chiesa, all’altezza della pala eolica, si imbocca una deviazione che procede su strada asfaltata, passando in parte nel bosco, arrivando fino all’ingresso della vecchia base americana. L’entrata è decisamente spettacolare e si comprende subito l’importanza strategica della posizione: da qui si domina l’intera vallata e la vista è davvero a perdita d’occhio.

Della vecchia base non è rimasto quasi nulla, all’ingresso si intravede il posto di guardia, la torre di controllo e tre edifici più imponenti: probabilmente la camerate, la sala radio e l’officina. Ma sono due le peculiarità che mi sono saltate subito all’occhio: la presenza di turismo sportivo, con tantissimi appassionati di ciclismo che si fermano qui per una pausa ristoratrice, e l’enorme quantità di meravigliosi graffiti che hanno trasformato la sede italiana della 046 US Army in un museo a cielo aperto. Negli anni si è parlato di recuperare questo spazio con tanti progetti, manco a dirlo, subito naufragati, ma forse meglio così: qui è conservato un pezzo di storia importante del secolo scorso e la possibilità di una visita libera è interessante per chiunque voglia spingersi fin quassù.

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Ossario di Custoza

POSTED ON 6 Mag 2024 IN Landmark, Reportage     TAGS: cemetery, monument

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L’Ossario di Custoza è segnato in rosso nella mia personalissima mappa dei luoghi da visitare (in Italia). Perché è un simbolo, uno dei pochi, legato alle guerre d’indipendenza combattute nel 1848 e nel 1866, prima dall’esercito sabaudo e poi dall’esercito italiano; e il Risorgimento Italiano è da sempre un periodo storico che mi affascina. Sono arrivato alla biglietteria poco prima della chiusura (il biglietto costa pochissimo) e quindi mi sono visto costretto a fare un giro decisamente veloce: nonostante le dimensioni ridotte dell’Ossario (definire angusta la scala è riduttivo) sono riuscito a fotografare con il treppiede (senza pensare troppo) e mi sono anche permesso il lusso di cambiare obbiettivo. È un luogo che per certi versi può apparire macabro, ma è anche un monumento che permette di riflettere e, con un minimo di lucidità, comprendere cos’eravamo.

L’Ossario di Custoza è un monumento che si presenta come una torre a forma piramidale, alta quasi 40 metri. Fu inaugurato nel 1879 da Amedeo di Savoia, duca d’Aosta, per conservare le spoglie dei caduti durante la prima e terza guerra d’indipendenza italiane, nel 1848 e 1866. La storia di questo monumento è fortemente legata a quella di Don Pivatelli, parroco di Custoza, che ne promosse la costruzione. Egli nacque in una frazione di Villafranca di Verona nel 1832, e nel 1872 divenne parroco di Custoza, che fu teatro delle sanguinose battaglie d’indipendenza. Spinto dalla pietà nei confronti dei soldati che morirono per la libertà della loro patria, senza ricevere nessun tipo di riconoscimento e lasciati seppelliti nelle fosse comuni, egli decise di trovare un luogo dove raccogliere le loro spoglie.

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Palazzo Doria-Tursi /reprise

POSTED ON 3 Mag 2024 IN City & Architecture, Landmark     TAGS: zenit, monument

Palazzo Doria-Tursi

Ho giù pubblicato una foto zenitale di Palazzo Doria-Tursi, sede del Comune di Genova (si tratta anche di uno dei 42 palazzi iscritti ai Rolli di Genova diventati il 13 luglio 2006 Patrimonio dell’umanità dell’UNESCO). In quel caso avevo scattato con il fish-eye, ma di ritorno a Genova mi sono visto costretto a cedere alla voglia di un nuovo tentativo con il 15mm ed il treppiede. Questa è sicuramente più pulita, più lineare, ma se devo essere sincero preferisco quella che scattai nel lontano 2017: ha un fascino superiore. Segnalo che per eliminare un paio di difetti ho fatto ricorso all’Intelligenza Artificiale di Photoshop, che sostanzialmente ha fatto un bel lavoro. :)

Villa Targaryen

POSTED ON 29 Apr 2024 IN Reportage     TAGS: URBEX

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L’esplorazione di villa Targaryen è stata una delle più sorprendenti della mia storia di urbexer. Perchè non mi aspettavo molto, avevo visto pochissime foto, ma appena entrato ho capito subito che si trattava di un luogo fantastico che trasudava di storia e abbandono. Inizio a dire che non conosco il significato del nome: generalmente viene scelto in base alle caratteristiche oppure per la posizione geografica. Qualche volta è scelto in modo incomprensibile e diventa reale con il passaparola. In questo caso potrebbe derivare dalla saga fantasy Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin, ma sinceramente non saprei dire il motivo.

Villa Targaryen è molto particolare perché non ha una sola anima: si divide in tre come lo Spirito Santo. La prima parte che viene all’occhio è la zona padronale, enorme, antica, con il garage e la corte contadina. Poi si entra nella casa moderna: una sorta di appartamento, molto meno affascinante, che sembra essere stata l’ultima zona vissuta della proprietà. Infine, ultima ma non ultima, la meravigliosa dependance, probabilmente la casa dei custodi: divisa su due piani e due sole stanze, ma affascinante per la quantità di vita che si respira in mezzo all’abbandono. Ho pubblicato insieme queste tre anime, perché mi sembrava corretto non dividerle, ma credo che scorrendo le foto si riesca a comprendere perfettamente il passaggio da una zona all’altra.

È passato del tempo dall’esplorazione alla pubblicazione (sono sempre in ritardo), ma villa Targaryen mi è rimasta ben impressa nella mente. Non so dire da quanto tempo sia abbandonata e perché, ma qui ho respirato la vera decadenza, cioè quella sensazione reale di abbandono che viene spesso raccontata per definire la parola urbex. Si può comprendere la vita, ma si riesce perfettamente a osservare un’idea di assenza: le pareti scrostate con l’intonaco che si sfoglia, gli oggetti tipici addirittura della prima metà del secolo scorso, l’arredamento ancora intatto che ricorda le case dei nostri nonni nel dopoguerra, chincagliera ricercatissima che adesso definiremmo vintage, ma che sino a qualche anno fa non voleva nessuno. Un televisore a schermo catodico, la carrozzina, le tazze, una vecchia 500 senza targa in garage, la bambola dai capelli rossi, quello stucco con la sigla altisonante BA nell’ingresso. Purtroppo ho letto che recentemente i vandali hanno rovinato una parte dell’essenza incredibile di questa villa perché sappiamo che il rispetto non fa parte della nostra cultura. Un vero peccato, ma Villa Targaryen rimane comunque un luogo da scoprire. E ancora scoprire.

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