Fotografia e Urbex | Samuele Silva – #photosneversleep

Vele d’Epoca 2026 /L’anima del mare

POSTED ON 28 Set 2026 IN Reportage     TAGS: EVENT, sails, sea

Vele d'Epoca 2026 /55 - Fotografia di Samuele Silva

Quest’anno ho seguito le Vele d’Epoca di Imperia per due giorni dalla barca dei fotografi. Ho scelto di esagerare, è stato faticoso, ma sono soddisfatto. Rispetto agli anni scorsi ho avuto più tempo per osservare la regata e fotografare sia le imbarcazioni, sia le persone a bordo.

Soprattutto il secondo giorno, il vento e il tempo sereno ci hanno aiutato. Le barche si inclinavano, le vele lavoravano e gli equipaggi erano più attivi. C’erano più occasioni per fotografare una manovra o un passaggio ravvicinato.

Da queste giornate ho scelto quindici immagini da presentare insieme. Sono quelle che preferisco per la composizione, il momento o il soggetto. Ho evitato fotografie troppo simili, cercando di mantenere una certa varietà fra viste ampie, scene di bordo e persone. In alcune conta soprattutto la posizione delle barche: le vele allineate, gli scafi vicini, le distanze. In altre l’attenzione va a una persona o a un gesto. Mi interessavano entrambe le cose, c’è la tensione della regata, ma ho lasciato spazio anche alle situazioni più tranquille.

Queste quindici fotografie introducono il lavoro. Negli altri tre articoli ho diviso le immagini per soggetto: le barche nel mare, gli equipaggi e le singole persone. È un modo per organizzare quello che ho visto e dare a ciascun gruppo uno spazio proprio.

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Vele d'Epoca 2026 /02

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Il mare davanti

POSTED ON 27 Set 2026 IN Landscape     TAGS: sea, pier

Il mare davanti - Fotografia di Samuele Silva

Il mare unisce i paesi che separa.
– Alexander Pope

Self-portrait in Elevator: 15 anni dopo

POSTED ON 25 Set 2026 IN Portrait     TAGS: selfie, withcamera, mirror, elevator

Selfie in Elevator - Fotografia di Samuele Silva

Confrontarsi con il tempo che passa è sempre un’impresa difficile. Si cambia e, soprattutto, si invecchia. Mettere accanto le nostre immagini di una volta e quelle di oggi può generare malinconia, ma anche un certo fastidio. Qualche tempo fa, scorrendo fra queste pagine, mi sono imbattuto in un mio self-portrait del 2011, come lo chiamavo all’epoca. L’avevo scattato dentro un ascensore, subito dopo il viaggio di nozze negli Stati Uniti, con addosso una maglia comprata a New York.

Quella foto risale a quindici anni fa. Esattamente quindici anni, proprio oggi. Così ho voluto riprovarci, per vedere l’effetto che fa.
Stesso luogo, stessa maglia, più o meno la stessa posizione. La maglia ce l’ho ancora e, incredibilmente, mi sta ancora bene: almeno da quel punto di vista le cose non sono peggiorate. O forse un pochino, ma poco. La macchina fotografica è cambiata, dalla 5D alla R5; il formato del sensore è sempre full frame. Diverso anche l’obbiettivo: allora un 24 millimetri, oggi un 28. Ho cercato di ricostruire l’inquadratura e di imitare la posa, con qualche inevitabile differenza.

Ne è venuto fuori un confronto abbastanza impietoso. Per un momento ho pensato di non pubblicare questa foto, per compassione nei miei confronti. Quindici anni sono tanti. Dentro ci sono state tante cose, tanti ricordi, tanta vita, che queste due immagini non possono raccontare. Eppure, guardandole, qualcosa torna in mente, anche se allora certe cose sembravano molto diverse.

Alla fine è bello anche questo: ritrovare una vecchia foto e provare a rifarla, senza prendersi troppo sul serio. Rientrare nello stesso ascensore, con la stessa maglia, e vedere quanto si è cambiati.

Villa Fiamma, oltre la cenere

POSTED ON 24 Set 2026 IN Urbex     TAGS: mansion, fire

Villa Fiamma /09 - Fotografia di Samuele Silva

Il fuoco può essere un nemico spietato. Quando prende il sopravvento, distrugge mobili, oggetti e ricordi, lasciando stanze che si fa fatica a riconoscere. E quando durante un’esplorazione ti trovi davanti una casa bruciata, la prima cosa che pensi è: chissà cosa è successo qui.

Nel mondo urbex capita di trovare case abbandonate proprio a causa di un incendio. Prima erano abitate, poi il fuoco le ha rese inagibili e nessuno è più tornato a sistemarle. In altri casi succede il contrario: la casa viene abbandonata e l’incendio arriva dopo. Magari qualcuno entra per trovare riparo e accende un fuoco per scaldarsi, ma senza informazioni precise è difficile capire cosa sia successo davvero. Ci sono anche i vandali che accendono il fuoco per divertimento, ma è un altro discorso ancora.

A Villa Fiamma il fuoco è arrivato quando la casa era già abbandonata. L’ho chiamata così perché l’incendio ha cambiato completamente l’aspetto di alcune stanze e il modo in cui si vive l’esplorazione. I danni si vedono soprattutto al piano superiore. Ci sono pareti completamente nere, soffitti bruciati e oggetti rovinati dal calore. Non so da dove siano partite le fiamme, ma hanno coinvolto diverse stanze. La villa è vicina al centro abitato: forse qualcuno si è accorto del fumo e ha dato l’allarme in tempo, prima che bruciasse tutto. È un’ipotesi, anche perché una parte della casa è ancora abbastanza conservata da far capire quanto fosse bella.

E di cose da guardare ce ne sono parecchie. C’è un lampadario particolare che attira subito l’attenzione, una stanza con un vestito appeso al muro, i quadri segnati dall’incendio. Poi c’è la scala che porta giù, con quella corda che rende l’insieme ancora più strano. Sono dettagli che ti fanno fermare, anche solo per cercare di capire cosa hai davanti. La cucina ha il soffitto completamente annerito. Nella sala ci sono ancora i divani rossi in pelle, sotto un altro soffitto segnato dall’incendio. Il rosso si nota subito in mezzo a tutto quel nero. Intorno ci sono quadri rovinati, finestre devastate e un tavolo rotto. Viene da immaginare le fiamme arrivare fino alle finestre, anche se oggi è difficile distinguere i danni del fuoco da quelli provocati dal tempo o da chi è passato dopo.

Dentro una casa così, comunque, non sei mai del tutto tranquillo. Guardi le stanze, ma intanto controlli anche quello che hai sopra la testa. Ti chiedi se il soffitto reggerà, quanto siano stati danneggiati i solai, se sia il caso di andare avanti. Il fuoco può aver compromesso la struttura, e il fatto che una stanza sia ancora in piedi non basta a rassicurarti. Poi c’è l’impressione che ti lascia vedere una casa ridotta in questo stato. Un conto è trovare polvere, intonaco caduto e mobili vecchi. Un altro è vedere tutto bruciato. Ti viene subito da pensare alla paura, a qualcuno che cerca di scappare e di mettersi in salvo. In questa villa, però, l’incendio è avvenuto dopo l’abbandono, quindi non sappiamo se ci fosse qualcuno. È una sensazione che il posto trasmette, non un fatto che possiamo raccontare come certo.

Le case bruciate mi fanno sempre questo effetto: da una parte dispiace, perché il fuoco cancella tanti dettagli che avrebbero potuto raccontare qualcosa di chi ci abitava. Dall’altra, per chi ama esplorare e fotografare l’abbandono, sono luoghi che colpiscono molto. A Villa Fiamma basta vedere quei divani rossi, il vestito appeso e i quadri anneriti per capire cosa intendo.

È una villa ancora bella, anche con tutte le sue stanze rovinate. Ma mentre la esplori continui a chiederti come fosse prima dell’incendio e quanto sia andato perso. E in alcuni punti, davanti a quelle pareti completamente nere, fai davvero fatica a immaginarlo.

Nota: trovare tra tutte queste cose una rivista con l’inserto Impariamo a fotografare mi ha fatto sorridere. Proprio lì, mentre giravo per casa con la macchina fotografica in mano. Forse una coincidenza, forse un messaggio che il destino ha lasciato lì per me.

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Il basito del Cervo

POSTED ON 22 Set 2026 IN Wildlife     TAGS: trekking, deer

Il basito del Cervo /01 - Fotografia di Samuele Silva

Il titolo me l’hanno suggerito dopo aver visto la prima foto, perché più che un bramito, il cervo sembra basito. E in effetti, quando mi sono girato e l’ho trovato alle mie spalle, ci siamo guardati tutti e due con una certa sorpresa. E il titolo è venuto quasi naturale.

Sono andato nel Parco dell’Orsiera Rocciavrè, in Val Susa, per fotografare i cervi. Avevo già tentato un paio di volte in Valle Stura, ma senza riuscire a portare a casa uno scatto decente. Per arrivare al rifugio Toesca sono partito dal Paradiso delle Rane, in località Cortavetto, e ho camminato per circa un’ora e mezza. Ho dormito lì e, la mattina dopo, mi sono svegliato prima dell’alba per salire al buio, con la frontale, su un pianoro poco più in alto. Sono arrivato alle 6:50, iniziava ad albeggiare, mi sono sistemato e ho aspettato. Faceva un freddo cane.

Dall’altra parte della montagna ho visto alcuni cervi e ho sentito bramiti molto forti, quasi continui. Il bramito arriva nel periodo degli amori, tra settembre e l’inizio di ottobre: i maschi lanciano questo richiamo potente per le femmine. Ascoltare il bramito del cervo è un’emozione, è bellissimo, mi piace dire che è un suono che riempie il cuore. All’alba, quando sei ancora al buio e intorno c’è silenzio, senti il verso partire da un versante e riempire tutta la valle. A volte risponde un altro cervo, più lontano. Puoi restare lì senza vedere niente per parecchio tempo, ma capisci che gli animali sono intorno a te, li percepisci. Per me è uno dei momenti più belli da vivere in montagna. Poi, naturalmente, sentirli è una cosa; riuscire a individuarli e fotografarli è un’altra.

Alle 8:03 ho spostato lo sguardo dalla montagna di fronte. Il cervo è comparso dietro di me all’improvviso, dall’altra parte della radura, e mi ha fissato per qualche secondo. Sembrava chiedermi: «E tu chi sei? Cosa ci fai qui?». Sono rimasto di sasso, ma non ho perso troppo tempo a riflettere: ho scattato subito, poi ho continuato a fotografarlo mentre si allontanava. Nella terza foto l’ho ripreso più lontano, qualche minuto dopo, durante il bramito.

Ho usato la Canon R7 con il 100–500 a 500 mm. Con il sensore APS-C, l’angolo di campo equivale a quello di un 800 mm su pieno formato. La prima immagine è anche un crop di circa metà del fotogramma originale: il cervo sembra vicino, ma in realtà era almeno a 200 metri.

Quando il cervo è sparito tra gli alberi sono rimasto ancora un po’ sul pianoro ad ascoltare. Il bramito continuava fortissimo, è un suono incredibile, una forza della natura. Quello scambio di sguardi con il cervo è durato davvero pochi secondi, ma è un momento che certamente ricorderò a lungo.
Nota: ho partecipato all’escursione “Br-AMA il Bramito” con Chiara Bellando, guida naturalistica della regione Piemonte. Mi ha raccontato i segreti del cervo e mi ha aiutato a capire meglio ciò che ho visto e sentito quella mattina. Perché il bramito ti colpisce appena lo senti, ma conoscerne il significato rende l’esperienza ancora più bella.

Il basito del Cervo /02Il basito del Cervo /03

Ermal Meta accende Mondovì

POSTED ON 18 Set 2026 IN Concert     TAGS: singer-songwriter

Ermal Meta /06 - Fotografia di Samuele Silva

Al Museo Civico della Stampa di Mondovì non avrei mai immaginato di trovare un’atmosfera così adatta a un concerto. È un posto particolare, diverso dagli spazi in cui siamo abituati ad ascoltare musica dal vivo. Un piccolo scrigno che merita di essere vissuto anche in questa veste. Durante la serata Ermal Meta ha fatto un’osservazione che mi è rimasta in testa: sei all’aperto, ma hai la sensazione di essere dentro un club. Ed è proprio così. C’è quella vicinanza tra il palco e il pubblico che dà una sensazione di vicinanza. Non è una location da grandi numeri, naturalmente, ma è bella, affascinante e davvero perfetta per un concerto.

Per Ermal Meta, però, mi aspettavo qualche presenza in più. Il pubblico c’era, ma considerando l’artista e quante sue canzoni conosciamo un po’ tutti, pensavo che Mondovì e il territorio, dal Monregalese al Cuneese, avrebbero risposto di più. Parlo proprio di partecipazione: un’occasione così, in un posto del genere, secondo me meritava un pubblico più numeroso.

Sono arrivato un po’ prima. La policy prevedeva le prime tre canzoni sotto il palco e poi la possibilità di fotografare da lontano. È il tempo che hai a disposizione per trovare le immagini più ravvicinate: devi prendere confidenza con il palco, capire come si muove l’artista e seguire quello che succede, perché tre canzoni passano in fretta. Ho scattato tutto con il 70-200, che in queste situazioni per me va più che bene. Sotto il palco mi ha permesso di seguire Ermal e cercare le immagini più strette, concentrandomi su di lui, sulle espressioni e sui momenti del concerto.

La vera sorpresa, dal mio punto di vista, sono state le luci. In uno spazio così piccolo non mi aspettavo un’illuminazione tanto bella. È una delle prime cose che ho notato e, fotograficamente, ha fatto una differenza enorme. Quando fotografi un concerto, la luce è una parte fondamentale della foto. Cambia il modo in cui riesci a isolare il cantante, quello che si vede dietro di lui, l’atmosfera che riesci a raccontare. Puoi avere una bella espressione, un bel gesto, ma è spesso la luce a dare forza a tutto il resto. Qui c’erano luci da grande concerto, e ritrovarle in un ambiente così raccolto è stato davvero positivo.

La parte interessante è continuata anche dopo le prime tre canzoni. Allontanandomi ho potuto lasciare più spazio al palco e alle luci. Sono fotografie diverse, in cui conta anche tutto quello che sta intorno all’artista. E con un’illuminazione del genere valeva davvero la pena cercarle. Il fatto che non ci fosse la calca dei grandi eventi, da questo punto di vista, mi ha aiutato. Potevo muovermi con molta più libertà, cambiare posizione e cercare un punto di ripresa diverso. Così sono riuscito a portare a casa immagini interessanti anche da lontano, dando alle luci lo spazio che meritavano nell’inquadratura. È questo che mi è piaciuto di più, fotograficamente: poter lavorare sia sulla vicinanza, nelle prime tre canzoni, sia sull’atmosfera del concerto negli scatti successivi. Il posto, le distanze e le luci mi hanno dato più possibilità di quelle che mi aspettavo.

Sono andato via verso metà concerto, ma tra una foto e l’altra ho cantato anch’io. Perché va bene cercare lo scatto, ma certe canzoni ti distraggono, sei sempre con l’occhio nel mirino, ma devi anche cantare.

Ricorda di disobbedire perché è vietato morire.
– Ermal Meta

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