
Quando arriva maggio la camminata al Pis del Pes è un grande classico. Io non conosco nessun cuneese che non sia stato almeno una volta da queste parti, è un evento e la domenica sembra di essere in piazza Galimberti. Ci si arriva dopo un’ora di cammino dal rifugio di Pian delle Gorre, nel comune di Chiusa Pesio. In questo periodo dell’anno lo scioglimento delle nevi porta alla formazione di questa piccola serie di cascate e da qui nasce il fiume Pesio. In realtà il Pis del Pesio non è solo un getto d’acqua temporaneo, ma una vera e propria grotta percorribile per quasi 1922 metri di sviluppo e 89 di profondità; uno spettacolo della natura. E quest’anno, dopo aver visto mille e mille foto, ho deciso di salire anche io. Ho scelto due posizioni: dietro il getto principale, in un piccolo antro nascosto, e quasi frontalmente nel punto in cui al culmine della salita si scorge la cascata. Per scattare la prima foto mi sono completamente bagnato (o quasi)(acqua ovunque), per la seconda invece ho utilizzato un filtro ND che mi ha permesso di portare il tempo di esposizione a 25 secondi. Per compiere tutta l’impresa (salita, discesa e foto) ho impiegato poco più di due ore: il tempo indicato per la sola salita è di 1h e 40′. E infatti adesso sono leggermente stanco.


La foto di copertina è stata selezionata per essere una delle dodici immagini del calendario 2023 di Paroldo – Altra Langa dal titolo “Le forme dell’acqua” con questa motivazione:
Non poteva mancare una rappresentazione della forza, irruenza, maestosità dell’acqua, e questa fotografia ne rende bene l’immagine. Guardandola, capita, prima di vederne i dettagli, di sentire il rumore della cascata. L’occhio viene guidato allo scroscio da un abile uso della cornice circolare, forse ottenuta con un obiettivo fisheye, nella quale le ombre, giustamente, restano ombre e i dettagli si devono intuire. Crediamo di conoscere il luogo, sappiamo che si deve raggiungere in primavera, scarpinando, e facendo finta di non vedere i cartelli di pericolo. Quindi complimenti anche per questo.

Emiliano il Filatelista è il nome che ha dato a questo set urbex il fotografo di lingua francese Vincent Michel (si definisce foto-runner) nel febbraio 2018. Sono passati oltre 3 anni e la casa del Filatelista rimane, per il sottoscritto, ancora misteriosa. Ho prelevato queste foto dal deep web e sono leggermente diverse dalle originali di Vincent: manca per esempio il mandolino, manca la raccolta filatelica che dava il nome al reportage, sono spuntate le palline nel biliardo, insomma, qualche passaggio vandalico ci deve essere stato. E questa è davvero una brutta piaga del mondo urbex. Quello che mi incuriosisce, e in parte infastidisce, è che questo misterioso luogo urbex è probabilmente sotto i miei occhi: lo si evince dal giornale La Stella di Mondovì datato 1918 (non male). Anche Don Bosco nel quadro sopra il tappeto verde è un grande classico nelle abitazioni piemontesi del secolo scorso. Ultimamente è spuntato anche un video di un conosciuto urbexer olandese che attribuisce il nome Clavario alla famiglia, ma credo che sia un nome di fantasia per depistare le indagini.
Oggi vi do un senso del passato, del presente, mentre vi porto in Italia. Da qualche parte in un grazioso villaggio italiano, è l’ex casa della famiglia Clavario. Abitato per l’ultima volta 22 anni fa, è rimasto completamente incontaminato nei suoi due decenni di vacanza. Il signor Clavario era il capo di una banca italiana locale e la famiglia ha generato molto prestigio nel loro tempo. Oggi vagherò tra i vecchi documenti e la vita all’interno di questa casa che sembra essersi conclusa per sempre.
Maureno Wellens, questo il nome del videomaker volante, parla di capsula del tempo ed in effetti il mondo in questo luogo sembra essersi fermato: forse al 1999 come indicato dal calendario, probabilmente anche prima. Se qualcuno avesse informazioni da condividere sull’ubicazione e sulla storia di Emiliano il Filatelista sarò ben lieto di ascoltare. :-)









La bellezza di un sorriso è mescolare in giuste proporzioni il finito e l’infinito
– Platone

Il Cesar Palace, una delle più famose discoteche abbandonate del Piemonte, rappresenta per me la prima vera esplorazione urbex consapevole. Inaugurato nel 1975 e chiuso definitivamente nella primavera del 2007, era un locale iconico del Cuneese. Dopo due anni di lavoro venne inaugurato come Centro, cambiò nome più volte: Hyppodrome, Cinecittà e infine l’etichetta con cui tutti lo ricordano. Negli anni ’80 e ’90 divenne punto di riferimento per la movida piemontese, ospitando concerti di artisti come Claudio Baglioni, Edoardo Bennato e i Pooh. Tornarci a distanza di anni significa immergersi in un’atmosfera cupa e devastata, ma capace ancora di evocare le notti passate.
Il Cesar Palace colpiva per la sua imponenza: migliaia di metri quadrati distribuiti su più livelli, una struttura autoportante senza pilastri centrali e una grande pista da ballo che poteva accogliere migliaia di persone. All’interno si ritrovavano giovani da tutto il Cuneese e dalle province vicine, attratti dalle luci stroboscopiche, dagli specchi e dall’energia che scorreva tra i divanetti e i banconi del bar. Era una discoteca storica, capace di segnare intere generazioni. Fotografarlo oggi è complesso: ambienti bui, devastati dal tempo e dai vandalismi, costringono a lavorare con tempi lunghi e ISO più alti, spesso obbligando all’uso del treppiede. La mia post-produzione volutamente marcata ha voluto enfatizzare colori e decadenza, elementi che dominano la scena.
Dopo gli anni d’oro, il declino è stato lento ma inesorabile. Gestioni fallite, calo di pubblico, e infine la chiusura nel 2007 hanno trasformato il Cesar Palace in un gigante addormentato. Oggi restano statue abbattute, vetri rotti, scritte vandaliche e vegetazione che avanza: segni tangibili di un abbandono totale. La proprietà, circa 86.000 m², attende ancora un acquirente, ma l’investimento spaventa. Il locale è così diventato un simbolo dell’urbex e della fragilità dei luoghi del divertimento: spazi che un tempo facevano ballare migliaia di persone, ora ridotti a silenziosi monumenti di memoria e polvere.
Nota: il mondo delle discoteche abbandonate è sempre intriso di fascino, per un punto di vista diverso (e sicuramente più centrato) vi consiglio di leggere l’articolo sulla storia e sull’abbandono del
Cesar Palace pubblicato da
Dusty Dancing.








Avevo lasciato in sospeso la storia da Marcos e adesso la concludo. Verso la fine dell’evento Wedding mi sono preso il lusso di scattare due ritratti a tuttaapertura con la focale classica per questo genere di fotografia: 85mm. Ho scelto l’ultima modella, Marella (fa anche rima), e gli ultimi secondi dello shooting. In esterna, niente flash, solo luce ambiente. E sono due foto almeno interessanti.