





In fotografia si sente spesso parlare di Street Photography, un genere molto diffuso, di impatto e relativamente semplice, che ha la sua massima espressione in Henry Cartier-Bresson. Quasi sempre, quando si parla di street, si pensa alle grandi metropoli del pianeta: Parigi, New York, Londra, Milano, Berlino, Beinette.
La Street Photography non è legata a una strada in senso letterale. È una fotografia che vive nello spazio pubblico, nell’interazione spontanea, nell’imprevisto. Seguendo questa logica, la fotografia in spiaggia ne fa pienamente parte. La spiaggia è uno spazio pubblico particolare, ma resta un luogo di passaggio, di relazione, di osservazione. Le dinamiche sono le stesse della strada: persone che si muovono, gesti quotidiani, attese, distrazioni, sovrapposizioni casuali. Cambiano il contesto e la luce, non il linguaggio. Anche visivamente, la spiaggia amplifica alcuni elementi tipici della Street Photography: corpi esposti, distanze ridotte, scene più leggibili e al tempo stesso più ambigue. È un ambiente che semplifica le forme ma complica le relazioni, rendendo il lavoro del fotografo ancora più sottile.
Per questo motivo non ha senso parlare di un genere autonomo. La Beach Photography non è altro che street photography realizzata in spiaggia. Da qui nasce l’uso del tag beach: non come categoria separata, ma come indicazione di contesto. Serve a segnalare che quelle immagini sono state scattate in spiaggia, mantenendo intatto l’approccio, l’intenzione e il linguaggio della fotografia di strada. Il soggetto resta lo stesso: le persone. Cambia solo lo scenario.

La Cappella della Madonna di Vitaleta è uno dei luoghi più conosciuti della Toscana, è un panorama classico e non può mancare nel repertorio di un fotografo paesaggista. E infatti al sottoscritto manca. Quasi. Perchè quando, dopo uno sterrato infinito, sono riuscito ad arrivare nei pressi della piccola chiesetta, al tramonto of course, una ragazza che procedeva nella direzione contraria mi ha guardato e poi: “Bella vero? Peccato che sia chiusa!”. Si, perché la Madonna di Vitaleta è in fase di restauro, chiusa al pubblico e una enorme gru la sovrasta. Mi sono visto costretto a cercare qualcosa di alternativo, ho aspettato il calare del sole e ho fotografato a distanza di sicurezza nei pressi di una rotoballa. Prima ovviamente ho smontato e spostato la gru. Mi tocca ammetterlo, la rotoballa è troppo centrale, vero: sarebbe stato opportuno decentrarla più verso sinistra, purtroppo era l’unico modo per coprire il cantiere e ho dovuto fare di necessità virtù. Ma ho già deciso di tornare da queste parti, perché la Val D’Orcia è meravigliosa.
Questa piccola Cappella, incorniciata tra due filari di cipressi, per quando piccola e sperduta tra i campi della Val d’Orcia è diventata la protagonista dei paesaggi più conosciuti al mondo. Si erge a Vitaleta,nei pressi di San Quirico d’Orcia, ed è stata edificata sull’ampliamento di un tabernacolo più antico. Fu per molti anni luogo di adorazione del simulacro della Vergine della Consolazione, fino a quando, nel 1553 venne inserito al suo interno una celebre statua della Vergine riconducibile ad Andrea della Robbia.
La statua, oggi conservata nella Chiesa della Madonna di Vitaleta nel centro di San Quirico d’Orcia, porta con sé una storia assai interessante: si dice, infatti, che fu proprio la Vergine, apparendo ad una pastorella, a suggerirle che i fedeli si recassero in una bottega di Firenze dove avrebbero trovato la statua da porre nella chiesa di Vitaleta.

La stanza dell’orso bianco è qualcosa di clamoroso e affascinante. Appena si entra, la sensazione è quella di trovarsi davanti a una scena costruita apposta per raccontare una storia. Un enorme peluche bianco è ancora seduto sul letto, circondato da coperte impolverate e frammenti caduti dal soffitto. È un’immagine che colpisce immediatamente e che riesce a trasformare una semplice stanza abbandonata in qualcosa di molto diverso.
Per qualche istante si ha quasi la sensazione di entrare in un mondo parallelo, sospeso tra realtà e fantasia. L’orso sembra attendere qualcuno che non tornerà più, mentre la luce filtra dalle finestre illuminando la polvere e i segni lasciati dal tempo. È una di quelle situazioni in cui la fotografia diventa una sfida: non basta documentare ciò che si vede, bisogna riuscire a trasmettere l’atmosfera del luogo e quella strana sensazione di magia che si percepisce dal vivo.
Per questo ho scelto di realizzare più fotografie della stessa stanza, addirittura sei, cercando punti di vista differenti. Nessuno scatto singolo riusciva a raccontare completamente l’ambiente. Ogni angolo mostrava un dettaglio diverso: il letto, le pareti decorate, i comodini ancora al loro posto, la luce che cambiava continuamente. L’obbiettivo era rendere omaggio a un’immagine che da sola vale quasi tutta l’esplorazione.
Il resto della villa è decisamente più sobrio e meno spettacolare, ma non per questo privo di interesse. Le camere conservano ancora parte dell’arredamento originale, i parquet sono intatti e la grande scalinata in legno continua a dominare il salone. Ci sono stanze ormai vuote, corridoi silenziosi e soffitte dimenticate che raccontano il lento trascorrere degli anni. Particolarmente interessante è la sala da pranzo, ancora arredata con tavolo e sedie, quasi pronta ad accogliere ospiti che non arriveranno mai. Anche il grande letto di una delle camere conserva una certa eleganza nonostante l’abbandono. Sono dettagli che contribuiscono a costruire una sorta di dialogo silenzioso tra gli ambienti della villa. Ogni stanza sembra raccontare un frammento diverso della stessa storia.
All’ingresso, una sedia rossa posizionata vicino alla scala cattura immediatamente lo sguardo e sembra dare il benvenuto ai visitatori. È uno di quegli elementi che non hanno nulla di eccezionale se osservati singolarmente, ma che assumono un significato diverso all’interno di una casa ormai vuota. Lo stesso vale per i corridoi, le porte socchiuse e le finestre che lasciano entrare una luce morbida e malinconica.
Alla fine, però, il pensiero torna sempre lì. Alla stanza dell’orso bianco. È il cuore della villa, il luogo che la rende riconoscibile e che rimane impresso nella memoria molto più di qualsiasi altro ambiente. Una scena semplice e al tempo stesso surreale, capace di trasformare un’esplorazione urbana in qualcosa che assomiglia a una favola dimenticata. E benvenuti a tutti quelli che, come noi, continuano a cercare queste storie nascoste dietro una porta chiusa.




