Sabato scorso, accompagnato da Francesca del Cegat e da +Eventi, ho visitato, insieme ad altri igers e fotografi, il centro storico di Cuneo: nel gruppo spiccava la presenza del sempre valido Paolo Viglione. Non era la prima volta che partecipavo ad un evento del genere e quindi, per il gusto di cambiare, ho deciso di fotografare esclusivamente con il fish-eye. Dal basso. Si, perché ho deciso di visitare Cuneo con gli occhi rivolti al cielo. Ne ho tirato fuori 6 foto, tutte con lo stesso unico comune denominatore. Si, certo, sono un po’ particolari e probabilmente sfuggono al comune senso estetico, al bello condiviso. Io però le trovo molto interessanti: mi permettono di visitare ed ammirare il mondo in modo completamente diverso e mi lasciamo dentro come un’idea di libertà. Non è la prima e non sarà l’ultima volta.
Siamo in Piazza dei Martiri a Gioia del Colle (paese Natale di Silvestro Stallone). E nella foto potete ammirare il Castello Svevo Normanno monumento simbolo della città. Si tratta di una pessima foto di architettura scattata con il grandangolo dal basso, quasi da terra; nonostante tutto io trovo che le linee convergenti di questo tipo di foto siano davvero affascinanti. E’ vero, probabilmente le regole della buona fotografia non vengono rispettate (sempre che esistano) ma per una volta (forse anche più d’una) voglio far finta di non conoscerle. Sono il primo sostenitore delle regole e non sopporto chi parla di infrangerle solo dopo una foto costruita male (e criticata), ma in questo caso e in questo tipo di fotografia (putroppo tipica del mio repertorio) mi sento in dovere di fare una piccola eccezione. Giuro, domani si torna a raddrizzare le linee dell’orizzonte e alla regola dei terzi.
Ho creato queste due immagini in molto un po’ veloce e quasi casuale. C’è questo concorso fotografico che dovrebbe servire a valorizzare la zona della defunta linea ferroviaria fra Bastia Mondovì e Bra. Ho sfruttato un’idea, cercato una modella, chiesto la valigia di cartone e in 48 ore le foto erano pronte. Sono anche stato fortunato perché il cielo plumbeo e piovoso ha aiutato non poco il mood un po’ triste che avevo in testa; la pioggia mi ha anche lasciato un paio d’ore di pausa proprio quando servivano. Colgo l’occasione (altrimenti quando?) per ringraziare Valentina che ha raccolto con entusiasmo la mia OPM (Offerta Pubblica di Modella) e che si è prestata a interpretare la viaggiatrice un po’ malinconica. Direi in modo praticamente perfetto.
È una domanda difficile. Molto difficile. La maggior parte delle persone non si ritiene fotogenica. Ed è un problema reale. Quasi sempre la risposta è la stessa: “Non sono fotogenica, in foto vengo male”. A questa convinzione si affianca un’altra leggenda molto diffusa: l’idea che i ritratti rubati funzionino meglio di quelli in posa. In realtà i fattori in gioco sono molti, ma una cosa è certa: difficilmente una fotografia preparata e ragionata risulta peggiore di uno scatto fatto al volo. Prima di tutto bisogna chiarire di cosa stiamo parlando. Cos’è davvero la fotogenia? Quando una persona si può definire fotogenica? Non esiste una definizione univoca, ma una cosa va detta subito: bello non è sinonimo di fotogenico. E vale anche il contrario.
Come si affronta il problema? In modo molto meno romantico di quanto si creda: scattando molte fotografie e dedicando tempo. Tempo alla ricerca dell’immagine, tempo alla posa giusta, tempo alla relazione. Senza fretta e senza arrendersi. La fotogenia non si scopre al primo clic. C’è poi un aspetto decisivo, spesso sottovalutato: quello psicologico. Chi si percepisce come poco fotogenico è quasi sempre a disagio davanti all’obbiettivo. Questo disagio irrigidisce, amplifica la mimica, altera le espressioni. È anche da qui che nasce il mito dello scatto a sorpresa: cogliere qualcuno distratto, per puro caso, può funzionare. Ma è un colpo di fortuna, non un metodo.
Oggi cade l’anniversario della caduta del Muro di Berlino. Io mi ricordo molto bene quel giorno, e per quello che avevo studiato a scuola era la prima data di una certa importanza che affrontavo live (dopo il mondiale spagnolo ovviamente). Qualcosa di veramente importante che non avrei trovato sui libri di storia, ma che potevo ascoltare direttamente dalla televisione e dalla viva voce dei cronisti dell’epoca. Mi fece un effetto stranissimo, e sono passati 28 anni. Un’eternità.