Archivio anno: 2025
Fotografia e Urbex | Samuele Silva – #photosneversleep
POSTED ON 21 Dic 2025 IN
Street / Life
TAGS:
xmas

Mi trovavo questo pomeriggio a Cervo, un ritorno alle mie origini. Mi piace passare del tempo qui: è uno di quei paesi che, nonostante tutto, riescono ancora a restare meravigliosi. Ero lì per fotografare la chiesa di San Giovanni Battista, con il mapping natalizio, che quest’anno è davvero notevole, ma merita un discorso a parte.
Mentre aspettavo che arrivasse il tramonto, mi sono accorto, era impossibile non farlo, che in paese era stato organizzato un
raduno di Babbi Natale, uno dei classici appuntamenti del periodo. La
piazza dei Corallini è già di per sé scenografica; vederla invasa da un centinaio di figure rosse che ballavano, giocavano e si divertivano con la musica ha reso la scena surreale ma genuina, divertente, viva. Osservando la scena dall’alto, mi sono accorto di questo
Babbo Natale isolato (non è quello vero), perfetto nella postura e nel costume, fermo a guardare gli altri che, sotto, erano impegnati in un improbabile tiro alla fune. Un atteggiamento quasi distaccato, disinteressato, come se fosse fuori tempo o fuori parte.
Ho scattato mettendo a fuoco lui, lasciando sullo sfondo solo il rosso dei costumi e il mare. È un’immagine che mi piace perché tiene insieme due sensazioni opposte: pace e confusione, serenità e gioco, distanza e partecipazione. È una fotografia che, senza essere greve, parla semplicemente di Natale.
POSTED ON 19 Dic 2025 IN
Urbex
TAGS:
mansion

Non saprei come cominciare a descrivere Villa Usi e Costumi se non partendo dal suo nome. Un nome che non ho scelto io, ma che finisce per essere estremamente azzeccato. Perché, più che una villa di quelle che sorprendono, questo è un luogo che racconta oggetti, gusti e abitudini: quindi gli usi, in senso ampio, e i costumi nel significato più letterale possibile.
Il nome deriva infatti da una stanza molto precisa, una stanza che rompe la normalità del resto della casa. Qui si trovano abiti che sembrano usciti da un carnevale, ma da un carnevale surreale e grottesco: un pesantissimo vestito da pulcino giallo, riverso su una poltrona; un costume da ballerina di flamenco; una maschera con un cappello e del tulle azzurro intorno; un vestito stranissimo decorato con befane volanti e zucche di halloween. Il vestito da pulcino è quello che mi ha colpito di più: gigantesco e ingombrante, caldo, soffocante. Mi è rimasto addosso per tutta l’esplorazione, impossibile dimenticarlo.
La casa appartiene chiaramente all’ultima parte del Novecento. Direi fine anni Settanta, inizio anni Ottanta. Lo riesco a capire da dettagli che conosco bene: gli arredi, le finiture, ma soprattutto alcuni elementi tecnici. La placca della cassetta del vaso, incassata, è tipica degli anni Settanta. Il miscelatore della doccia è il celebre Zetamix, il primo miscelatore prodotto in Italia nel 1975. Questa villa nasce in quel periodo, senza ombra di dubbio. Per il resto, la casa alterna ambienti più moderni ad ambienti datati, senza una vera coerenza stilistica. Ci sono termosifoni in ghisa, una stanza con segni leggeri, ma evidenti, di un incendio, tappezzerie che si staccano dalle pareti. Tutto parla di un abbandono non recente, ma lento e progressivo. Non c’è vandalismo, nessun segno di intrusioni successive: è un degrado che avanza con calma.
Qui il tempo lavora lentamente. Anche nel caso di
Villa Rainbow una sola stanza era stata segnata dal fuoco dopo l’abbandono, ma è il resto della casa a rendere quel dettaglio davvero inquietante.
La struttura è piuttosto strana, sviluppata su due piani, con un continuo alternarsi di mobili apparentemente antichi e soluzioni d’arredo bizzarre. Uno dei bagni è particolarmente significativo. Il lavabo è azzurro, blu reggenza, un colore tipico della seconda metà del secolo scorso. Ci sono portasapone incassati nel muro e piastrelle geometriche dal design forte, quasi distopico, dello stesso colore del lavabo. Tutto è concentrato intorno a quella scelta cromatica, in un bagno che oggi sarebbe semplicemente impensabile.
C’è poi una stanza costruita appositamente, quasi teatrale. È vuota: una serie di piatti appesi alle pareti, uno schermo per diapositive, di quelli usati prima del digitale, e due sedie rivolte verso lo schermo. A terra, tra le sedie, una bottiglia di Plym Gin e una tazza. Il pavimento è sporco, coperto di polvere e calcinacci. È una stanza fuori logica, e proprio per questo affascinante. Infine c’è la camera da letto, forse l’ambiente più interessante. Mobili in legno che sembrano antichi ma non lo sono davvero, decorazioni rovinate, tappezzeria che si scolla, un vestito appeso in modo quasi cinematografico, un cappello appoggiato sul letto, piccoli oggetti sul comò, uno strano orologio alla parete. Tutto è fermo, ma ben conservato: sembra semplicemente rimasto lì perché nessuno ha più avuto motivo di toccarlo.
Villa Usi e Costumi non è
una villa a effetto. È urbex, sì, ma moderno. Ha quel
fascino vintage del tardo modernismo che invecchia male, anzi malissimo, ed è proprio per questo interessante. Non lascia immagini memorabili, fotografie da prima pagina, ma racconta molto bene un periodo storico preciso. E, alla fine, è questa la cosa che conta davvero.
Nota: la bottiglia di Plym Gin non è una bottiglia qualunque, ma un Dry Gin d’epoca, probabilmente tra anni Sessanta e Settanta, con etichetta in italiano destinata al mercato d’esportazione. Un prodotto di un marchio storico inglese, attivo dal 1793, appartenente a un’idea di gin precedente all’era moderna: più morbido, rotondo, meno aggressivo.



POSTED ON 17 Dic 2025 IN
Portrait
TAGS:
children,
xmas,
studio

Anche questo Natale mi sono divertito a realizzare qualche ritratto a tema. Neve finta, albero addobbato, uno sfondo coerente con il periodo: pochi elementi, quelli giusti. Come sempre, tutto dipende dall’età di chi ho davanti all’obbiettivo: a volte diventa semplice, altre volte complicato; può essere agitato, veloce, rubato o più posato. Fa parte del gioco.
Di solito questi ritratti restano privati, pensati per chi li riceve e per nessun altro. Quest’anno però ho deciso di fare una piccola eccezione. Davanti al mio obbiettivo è arrivata Clara, e mi sarebbe dispiaciuto davvero non mostrarla anche qui. Non per esibizione, ma perché in questo scatto c’è una naturalezza rara, una bellezza reale, qualcosa che va oltre l’idea del ritratto natalizio costruito. Il resto lo fa lo sguardo.
Nota: le immagini che ritraggono minori richiedono attenzione e responsabilità, oltre che il rispetto delle norme che ne regolano la pubblicazione. Questa fotografia è condivisa con l’autorizzazione dei genitori.
POSTED ON 16 Dic 2025 IN
Reportage
TAGS:
EVENT,
tradition,
silver


Il 16 dicembre 2021 ho assistito per la prima volta alla colazione del contadino, una tradizione storica che si svolge a Carrù la mattina della Fiera del Bue Grasso. In quella giornata, fin dalle prime ore dell’alba, nei ristoranti del paese si serve la colazione che un tempo i contadini facevano prima di portare il bestiame al mercato. Quest’anno sono tornato a fotografare al Vascello d’Oro. Mi sono presentato alle cinque e mezza del mattino e, con il permesso di Beppe Cravero, storico chef del ristorante, ho scattato per circa un’ora all’interno del locale.
Non ho seguito una scaletta né ho chiesto di ripetere gesti o situazioni. Ho fotografato quello che stava succedendo: il lavoro in cucina, il servizio in sala, le persone sedute ai tavoli, il movimento continuo tra piatti, bicchieri e voci.
Le immagini che ne sono uscite raccontano soprattutto il lavoro quotidiano. Il ritmo, la concentrazione, la fatica. La parte festosa della tradizione rimane sullo sfondo. Non è stata una scelta, ma una conseguenza di quello che ho trovato davanti all’obbiettivo in quell’ora. Non tutte le fotografie sono pulite o equilibrate. Alcune sono ruvide, sbilanciate, sporche, sfuocate. Ma sono vere. Ed è proprio lì che volevo arrivare, alla verità. Sono immagini prese dentro l’azione, senza distanza. È questo il limite, ma allo stesso tempo il senso di questo lavoro.
Se in futuro ci sarà la possibilità, tornerò a fotografare la colazione del contadino cercando un tempo più lungo e un punto di vista diverso. Ringrazio lo staff del Vascello d’Oro per avermi sopportato per quell’ora: evitandomi mentre passavano con i piatti e lanciandomi più di uno sguardo storto, ma sempre con il sorriso, mentre il servizio era in corso.
Nota: quando si parla di educazione allo sguardo si racconta di una verità assoluta. Quattro anni fa (anche meno) non avrei mai pubblicato molte di queste immagini; ma guardando, osservando, studiando, cambia il proprio modo di intendere la fotografia ed è quello che cerco di fare tutti i giorni. Spero si possa parlare anche di crescita, anche se di questo non sono ancora sicuro.




POSTED ON 15 Dic 2025 IN
Reportage
TAGS:
museum,
art,
wideaperture


Oggi sono stato a Monastero Bormida (paese del quale ignoravo l’esistenza) per l’inaugurazione della mostra fotografica del gruppo di fotografi guidati da Daniele Robotti. Il progetto nasce da un lavoro sulle tre gipsoteche del territorio: Monteverde, Formica e Rubino. Tre luoghi legati a importanti scultori locali, interpretati in modo personale dai diversi autori.
Ogni fotografo ha affrontato questi spazi con uno sguardo personale, cercando di evitare la semplice descrizione del luogo (da quanto ho capito Robotti mal sopporta le foto cartolina). L’idea non era documentare le gipsoteche, troppo facile, ma leggerle e interpretarle attraverso una visione individuale. In questo senso il progetto funziona: i lavori sono molto diversi tra loro e proprio questa varietà di linguaggi rende la mostra interessante. Alcuni colpiscono più di altri, ma nel complesso il lavoro è decisamente solido. È anche un’iniziativa importante per il territorio, perché porta attenzione su luoghi purtroppo poco frequentati usando la fotografia come strumento culturale e non solo didascalico e illustrativo.
Accanto alla sala espositiva, all’interno del castello di Monastero Bormida, si trova la gipsoteca dedicata a Edoardo Rubino. Sapendo che molti autori avevano sviluppato il loro lavoro in una sola visita, ho deciso di fare lo stesso. Avevo poco tempo e nessuna idea precisa in partenza. Entrando, mi ha colpito subito l’illuminazione artificiale: le statue sono sostenute da strutture in acciaio con piccoli punti luce a LED che le illuminano in modo diretto, una roba cyborg che ho subito identificato come meravigliosa, sembra quasi di entrare in un film di fantascienza. Ho deciso di partire da lì e di includere la luce nelle immagini.
Ho cercato di far emergere il mio modo di intendere la fotografia: lavorare per sottrazione, usare un diaframma molto aperto, concentrarmi sui dettagli. In ogni immagine ho isolato il punto luce e una parte del volto della statua, lasciando il resto fuori campo. Abbassando molto l’esposizione, quasi sempre di 3 stop, lo spazio intorno scompare e resta solo ciò che mi interessa: nessuna post-produzione, solo un leggero crop.
Il lavoro si chiama Punto Luce (e stranamente è un titolo che mi è venuto quasi naturale). Non è un progetto complesso né definitivo, ma una risposta immediata a un impulso, a un luogo. Un modo semplice e diretto di guardare e fotografare, istintivo, come piace a me.
Punto Luce è un progetto coerente e leggibile, costruito attorno a un’idea semplice ma solida: usare il punto luce della gipsoteca come chiave narrativa. Le statue non sono il soggetto, ma il modo in cui vengono viste. Il low key spinto, il diaframma aperto e la sottrazione sono scelte strutturali consapevoli, anche se a tratti rischiano una certa ripetizione visiva. Il dialogo tra volto e luce regge l’intero lavoro e dà ritmo alle immagini. Tecnicamente il controllo dell’esposizione è preciso e la materia del gesso resta viva. In editing toglierei una o due immagini simili. Nel complesso è un progetto maturo, riconoscibile e già concluso.





POSTED ON 13 Dic 2025 IN
PhotoBlog
TAGS:
portfolio,
conceptual




Mockingbird è una storia che comincia con quello che si perde senza volerlo. Non è una canzone che si ascolta: è una confessione triste, un padre che prova a tenere insieme i pezzi mentre l’infanzia di sua figlia gli scivola dalle mani. La perdita non è un evento, è un territorio; l’infanzia ferita è un luogo in cui nessuno vorrebbe entrare e in cui, invece, ci si ritrova troppo presto, senza volerlo, senza possibilità di tornare indietro.
Dentro quella voce incrinata c’è la colpa, mai gridata, mai esibita. È il riconoscere di non essere stati abbastanza, di aver lasciato che la vita corresse più veloce dell’amore. Mockingbird è piena di delusione, di quella stanchezza che solo i padri conoscono, di quella domanda senza risposta che ci si porta dietro per anni.
E poi, a un certo punto, la canzone cambia respiro. Una piccola luce si accende: è speranza. Non una promessa grandiosa, solo il tentativo di dire ci sono ancora, di offrire un rifugio nel mezzo del caos. Una fiamma fragile, ma vera, che resta accesa anche quando tutto intorno vacilla.
E la fine non è un lieto fine. È qualcosa di più raro, forse anche più prezioso. È rinascita. È l’idea che, nonostante le ferite, nonostante il passato, ci sia ancora un passaggio possibile verso la luce, uno spiraglio oltre le sbarre. Una porta socchiusa, un gesto sincero, la possibilità di guardare oltre quello che ci ha fatto male. Non è libertà, non ancora, è la voglia di lottare.
Mockingbird non è una semplice canzone, è un viaggio attraverso ciò che si perde, ciò che è veramente importante e ciò che, nonostante tutto, continua a brillare. E, per quanto mi riguarda, non è un racconto autobiografico. Non è la mia storia, né il mio passato. È semplicemente tutto ciò che ho sempre tenuto presente per provare a diventare un padre migliore: capire cosa fa male, assumersi ciò che pesa, proteggere ciò che nasce fragile e riconoscere la luce quando arriva, anche se piccola. E soprattutto ricordarmi che il tempo non torna, che ogni occasione buttata resta un’ombra, e che l’unica cosa che conta davvero è non sprecarlo mentre ne abbiamo ancora.
Nota: con queste immagini ho partecipato alla collettiva di MondovìPhoto 2025, dedicata al tema Sono solo canzonette. Per tutta l’estate ho cercato una canzone che potesse davvero trasformarsi in immagini, senza essere illustrata in modo didascalico, volevo essere concettuale per una volta. L’ispirazione è arrivata per caso, una sera, ascoltando Mockingbird, uno dei brani di Eminem che Alice, mia figlia, ama di più. È una canzone che racconta una storia e attraversa emozioni precise (perdita, colpa, speranza, rinascita) lasciando spazio all’immaginazione. In quelle parole ho trovato una struttura narrativa lineare, capace di diventare fotografia senza bisogno di spiegazioni.