Archivio anno: 2025
Fotografia e Urbex | Samuele Silva – #photosneversleep
POSTED ON 11 Dic 2025 IN
Street / Life
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lights,
lunapark

Per questa foto ho chiesto un sottotitolo e una recensione, asettica, all’intelligenza artificiale: niente indizi, niente coordinate, solo l’immagine nuda e cruda. Volevo vedere cosa avrebbe raccontato davanti a Hulk, una giostra e un cielo non troppo collaborativo. Ecco la sua risposta:
La foto mette in scena un contrasto netto tra il cielo serale, ancora pulito e tranquillo, e l’estetica kitsch della giostra dominata da un Hulk fuori scala. L’eroe muscolare diventa quasi grottesco, mentre le figure umane nel seggiolino restano anonime e marginali. La composizione funziona per tensione visiva, anche se la palma a sinistra pesa più di quanto contribuisca. È un’immagine che racconta bene come il paesaggio urbano venga inghiottito dall’immaginario pop, più rumoroso che realmente spettacolare.
POSTED ON 11 Dic 2025 IN
Concert
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pop

Stasera all’Inalpi Forum è stato tutto molto semplice: concerto sold-out, Giorgia in forma impeccabile, produzione enorme… e io seduto in fondo al parterre senza poter fotografare. Per scelta dell’artista nessun fotografo era ammesso sotto il palco, quindi il mio accredito è diventato automaticamente un biglietto da giornalista. E la verità è che, per me, senza foto lo spettacolo è parziale, è più forte di me.
Ho fatto nove scatti in croce con lo smartphone, da lontano, giusto per dovere di cronaca. Non c’era altro modo: zero pit, zero possibilità di lavorare, nessuna delle solite tre canzoni in cui si corre, si cerca l’inquadratura, si soffre e ci si esalta. È quella parte che mi piace dei concerti. È quella parte che mi tiene vivo e che mi esaltare negli spettacoli live. Il pubblico, naturalmente, invece non ha smesso di fotografare e riprendere: centinaia di telefoni sempre alzati, la platea illuminata per tutto il tempo dai display degli smartphone. Un concerto dentro al concerto, continuo e inevitabile. Io non ho ripreso nulla, non per essere diverso, ma perché tanto così non mi piace.
Poi però, al netto della mia astinenza fotografica (da come scrivo sembro drogato), lo spettacolo è stato oggettivamente strepitoso. Una produzione enorme, curata fino all’ultimo dettaglio: laser fantastici e affilate come lame (universo), colori che cambiavano in un attimo, e soprattutto quegli schermi giganteschi che riempivano lo spazio e accompagnavano ogni brano con una potenza pazzesca. Ormai i grandi concerti italiani hanno raggiunto un livello che qualche anno fa sembrava impossibile: tutto è progettato per colpire, emozionare, sorprendere.
E su tutto, ovviamente, la voce di Giorgia. Pulita, piena, fortissima. Anche ascoltata da lontano non perde nulla: solida, riconoscibile, capace di emozionare. È una voce che senti e riconosci subito, senza margini di dubbio.
Insomma: io non mi sono divertito come al solito, perché fotografare ai concerti è parte integrante della mia esperienza, è il mio modo di ascoltare la musica (peraltro canto quando fotografo). Ma questo non cambia la sostanza: il concerto di Giorgia è stato incredibile, costruito benissimo e cantato alla grande. Anche da spettatore seduto e disarmato (sigh), il livello era talmente alto che sono riuscito a godermi lo spettacolo.
Se ci fossi stato sotto palco, probabilmente avrei raccontato tutto con immagini. Così invece lo racconto con parole (e spero di essere meno bravo), ma la sostanza resta: un concerto incredibile.








POSTED ON 10 Dic 2025 IN
Details
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art,
sculpture

Questa è una fotografia puramente didascalica: non è un’immagine autoriale, non c’è ricerca formale, né un intento narrativo particolare. Mi ha semplicemente colpito il concept di Pinocchia, una reinterpretazione ironica e delicata del personaggio di Collodi. L’opera si trova nel giardino davanti all’area archeologica del Priamar di Savona ed è stata realizzata dall’artista savonese Laura Peluffo, che ha trasformato la figura di Pinocchio in un’icona femminile dolce, sferica e sognante. Si tratta di una sfera con un diametro di circa 60 centimetri, modellata a mano e realizzata in gres, ottenuto tramite cottura ad alta temperatura.
Mi piace per la sua semplicità, per i colori geometrici che richiamano un’estetica quasi infantile e per quell’espressione sospesa, serena, che enfatizza un sogno dolce. È una scultura che parla con poco, ma arriva subito.
POSTED ON 9 Dic 2025 IN
Urban Architecture
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xmas
POSTED ON 8 Dic 2025 IN
Urbex
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house

Il nome inganna: Casa Azul suona spagnoleggiante, esotico, quasi mediterraneo. In realtà siamo nel nord del Piemonte, in una zona che di poesia ne concede poca. Eppure questa casa abbandonata, povera e ferma da decenni, qualcosa da dire ce l’ha ancora. Forse è proprio quell’azzurro insistente della cucina, delle porte, delle sedie abbandonate lungo la scala: un colore troppo vivace che non c’entra niente col contesto, ma che finisce per caratterizzare tutto.
Negli ultimi mesi mi è capitato di sentire spesso la parola croccante riferita ai luoghi abbandonati. E qui sì, ci sta benissimo: pareti che si sfogliano, vernici che si staccano a scaglie, intonaco a brandelli, ambienti che sembrano biscotti pronti a sbriciolarsi. È un degrado che non urla, che non vuole apparire, che non vuole impressionare; semplicemente esiste, e racconta il tempo che passa meglio di qualsiasi ricostruzione artificiale.
Il resto della casa è modesto, quasi anonimo. Però ci sono dettagli che colpiscono lo sguardo: la cucina azzurra è splendida nella sua semplicità; la sala da pranzo ha ancora una sua dignità stanca; e poi c’è quella stanza strana, apparentemente messa in scena dagli urbexer che sono passati prima di me: colori rossi accesi, mobili allineati come in una piccola mostra improvvisata, un tappeto consumato e un lampadario storto che vuole fare atmosfera.
È un luogo strano, quasi incastrato in un palazzo abbandonato, raggiungibile seguendo scale storte che non si capisce bene dove portino. Ma alla fine, nonostante la tristezza della zona e la povertà generale degli ambienti, Casa Azul resta un posto delicato e sorprendentemente coerente nella sua decadenza. Uno di quelli che non gridano, non sorprendono, ma quando esci ti resta addosso un’impressione morbida, un sorriso quasi dolce e inatteso: la povertà elegante di chi non aveva molto, ma aveva abbastanza per lasciare una traccia significativa.








POSTED ON 8 Dic 2025 IN
Concert
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folk

Sono arrivato un po’ prima del concerto e sono rimasto sinceramente sorpreso: non mi aspettavo tutta questa gente. Il Palamanera di Mondovì non è enorme, ma non è nemmeno una palestra di quartiere. Eppure era già pieno, ogni posto occupato, tutti seduti e in trepidante attesa. L’età media era quella che ti aspetti da un concerto dei Nomadi, ma tra i volti si vedevano anche parecchi giovani, non ventenni scatenati da concerto rock, chiaro, ma comunque abbastanza da far capire che questa band continua a parlare a più generazioni nonostante oltre 60 anni di onorata e movimentata carriera.
Ho fotografato i primi tre brani sotto il palco. E lì mi sono accorto, prima ho cercato di comprendere quale fosse, che Beppe Carletti è praticamente impossibile da riprendere: rimane sempre dietro le tastiere, in ombra, quasi nascosto. È l’unico membro rimasto della formazione originale, ma non cerca mai il centro della scena. Per fotografarlo bisogna aspettare il momento giusto: un paio di scatti sono riuscito a farglieli, con un po’ di fatica.
Dopo i primi tre pezzi, su richiesta del service, mi sono spostato ai lati della sala per scattare qualche immagine più ampia, senza stare troppo vicino al palco. Anche perché i Nomadi oggi suonano seduti, tranquilli, senza particolari movimenti: non mi aspettavo grandi sorprese visive. È anche il motivo per cui, finito il mio lavoro fotografico, me ne sono andato.
La verità è che, per me, i Nomadi sono finiti con Augusto (e prima ancora con Guccini). È un’opinione personale, sia chiaro, ma quella voce, quel timbro inconfondibile e quella presenza davano un’anima diversa al gruppo. Oggi restano le canzoni, la storia e Carletti che tiene insieme tutto. Ma l’epoca che conoscevamo non c’è più.
Eppure, nonostante non sia un grande fan (eufemismo), vedere mille persone riempire il palazzetto per una band nata nel 1963 fa un certo effetto. Anche se la loro musica non l’ho mai sentita mia (forse solo Dio è Morto), la loro forza nel richiamare così tanto pubblico, nonostante il tempo che passa e i cambi di formazione, resta impressionante anche da dietro la fotocamera.
Perché è venuto ormai il momento di negare tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura, una politica che è solo far carriera, il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto. E un dio che è morto.
– Francesco Guccini






