Nel tramonto c’è sempre un po’ del segreto delle cose.
Mi ero innamorato di questo scorcio già da tempo e aspettavo solo l’occasione per tornare al Priamar per poterlo fotografare. Sono arrivato alla fortezza in tarda mattinata: sapevo che la teca si trovava nella zona a est e ho iniziato a girovagare fra le rampe, le piazze e i bastioni. Ma niente, non riuscivo a trovarla. Poi, a un certo punto, scendendo dalla parte superiore, me la sono ritrovata davanti esattamente nel punto in cui avevo immaginato di scattare. Un’illuminazione.
Quella che si affaccia dal bastione è una scultura conservata dal Museo Archeologico del Priamar e collocata in una teca trasparente progettata per metterla in relazione diretta con la città. La struttura, sporgente dal prospetto, funziona come una finestra espositiva: permette di vedere l’opera dall’esterno e ne sottolinea il legame con il contesto urbano e marittimo. L’obbiettivo dell’allestimento è semplice e dichiarato: rendere visibile il patrimonio anche a chi non entra nel museo, creando un punto di contatto immediato tra la storia custodita all’interno e la vita quotidiana della fortezza. La statua diventa così un segnale, un frammento del passato che si affaccia su Savona, integrando museo e città in un unico percorso visivo.
Dopo averla fotografata con il mare sullo sfondo sono sceso per realizzare anche la ripresa frontale. Quando riesco a concretizzare un’idea che mi gira in testa da un po’ provo sempre la stessa sensazione: la soddisfazione di spuntare una voce dalla mia personale to-do list delle fotografie che voglio realizzare. È una sensazione bellissima.
Sono tornato a Villa Conchiglia. Di solito non torno quasi mai nei luoghi abbandonati. Non è snobismo: semplicemente, una volta che ho raccontato un posto, per me finisce lì. C’è chi ci torna quattro, cinque, sei volte, anche dieci. Onestamente non so perché: quando un luogo l’hai visto, l’hai capito e l’hai fotografato, non vedo molto senso nel ripeterlo all’infinito, a meno che tu non ci stia facendo un progetto o una ricerca più ampia. Io torno solo per due motivi: quando le foto non mi soddisfano più oppure quando so che c’è qualcosa che prima non avevo fotografato. Fine. Ed è esattamente per questo che sono tornato a Villa Conchiglia.
Rispetto alla mia prima esplorazione non è cambiato molto, ma la perdita più evidente è il pavimento del salone principale. Era un capolavoro. Oggi non c’è più: smontato e rubato, lasciando solo la pietra nuda e i listelli che lo ancoravano al terreno. Una ferita aperta. Le foto, questa volta, sono tutta un’altra cosa. Ho visto e fotografato dettagli che la prima volta non avevo notato: ho avuto un occhio diverso e, semplicemente, migliore. E sì, la frase che l’attrezzatura non conta ha senso fino a un certo punto: con il Sigma 14 mm il salto di qualità è evidente. Campo visivo enorme, nitidezza impeccabile, prospettive complete. Riguardando oggi gli scatti, sono passati oltre due anni, devo ammettere che non me li ricordavo così convincenti.
Questa foto mi lascia sensazioni contrastanti. So benissimo che ha errori evidenti, pesanti. La barra nera centrale è troppo dominante: non incornicia, non racconta, non aggiunge niente. È solo un ostacolo che taglia la scena in due in modo troppo brutale. E la foto, nel suo insieme, non ha una narrazione chiara: non è street, non è architettura, non è un ritratto, non gioca con i riflessi. Ci sono diversi elementi che disturbano, e non è un’immagine da copertina.
Non è un’idea realizzata alla perfezione, questo è evidente. Con una barra meno invasiva sarebbe stata più pulita, più leggibile. Ma qualcosa di interessante c’è. Non è una foto da scartare, il cestino può attendere: resta un’immagine che mi piace, con quel gusto da street dall’alto che, almeno per me, continua ad avere un suo fascino. Mi piace questa visione attraverso, perché mostra la piazza in modo alternativo.
L’albergo La Cascata è uno di quei luoghi che non richiedono spiegazioni o precauzioni particolari. Si trova facilmente, non contiene oggetti di valore e non presenta nulla che possa attirare vandali o curiosi in cerca di souvenir. Quando l’ho esplorato, quasi tre anni fa, ero da solo. L’impatto è immediato: la struttura è completamente segnata dall’umidità, che ha deformato pavimenti, soffitti e arredi. La sala principale, oggi un grande open space consumato e disordinato, mostra chiaramente lo stato di abbandono. Tavoli ribaltati, infissi marciti, intonaco caduto a strati. Le grandi finestre, un tempo un punto di forza grazie alla vista sulle colline, ora sono filtrate da tende ingrigite e vetri pieni di condensa interna. Ho lavorato esclusivamente con il 14mm Sigma Art, perché all’epoca mi era sembrata una scelta sensata per rappresentare in modo ottimale la dimensione degli ambienti.
Le camere non raccontano molto, ma sono coerenti con il resto dell’albergo. Qualche letto rimasto, materassi sfondati, armadi privi di ante, tapparelle rotte. Il pavimento è un misto di calcinacci, polvere e resti di intonaco. Gli infissi, in alcuni casi, si aprono ancora, lasciando entrare una luce fredda che accentua lo stato di rovina. Nessun oggetto personale, nessun dettaglio lasciato dagli ultimi ospiti: solo stanze vuote e consumate dal tempo. Fotografarle è stato semplice e rapido, proprio perché non c’erano elementi complessi da valorizzare. L’albergo è chiuso e abbandonato da oltre vent’anni, segnato dall’umidità e dal degrado strutturale, e ormai chiaramente destinato a crollare. Non ha misteri o particolari sorprese, ma resta comunque un luogo che vale la pena documentare prima che scompaia del tutto.
Lasciamo ai clienti che hanno frequentato e amato La Cascata, e alle numerosissime coppie che hanno vissuto la festa del proprio matrimonio, la cura di un patrimonio di ricordi, di benessere, di allegria e di ottimismo che si respirava in quelle sale.