Archivio anno: 2025
Fotografia e Urbex | Samuele Silva – #photosneversleep
POSTED ON 12 Nov 2025 IN
Urbex
TAGS:
church

All’inizio non siamo riusciti a trovarla. La posizione era chiara, il segnaposto sulla mappa preciso, eppure al suo posto c’erano soltanto due palazzi in costruzione. Abbiamo girato intorno, passando tra i muri grezzi e le impalcature, finché l’abbiamo vista: una piccola chiesa abbandonata, schiacciata tra due mostri di cemento ancora incompiuti. Una sopravvissuta dimenticata nel cantiere, incastrata tra silenzio, polvere e ferro.
All’interno è tutto aperto, rovinato, ma qualcosa resiste:
due statue di gesso, Giuseppe e Maria, ancora in piedi. Non direi intatte, ma vive abbastanza da farti fermare e osservare in silenzio. È curioso come, nella tradizione cristiana, si dica sempre
Giuseppe e Maria: lui per primo, come
capofamiglia terreno. Oggi suona un po’
anacronistico, ma dentro queste mura distrutte quella formula antica sembra l’unica possibile; se provate a invertirla, vi accorgerete subito del suono
sbagliato. Quelle due figure tengono insieme ciò che resta di un luogo
che ha perso ogni funzione e sacralità terrena, ma non del tutto dimenticato.
Non si capisce perché la chiesa sia rimasta in piedi. Forse non possono demolirla, o forse nessuno vuole prendersene la responsabilità. Così i palazzi, se mai finiranno, nasceranno attorno a lei: un relitto sacro intrappolato nel cemento, un frammento di storia rimasto sospeso. Quando siamo usciti ci siamo guardati, un po’ increduli: la sensazione era quella di aver visto qualcosa che non dovrebbe più esistere, ma che resiste comunque, in silenzio, contro ogni logica.







POSTED ON 10 Nov 2025 IN
Reportage
TAGS:
cinema




Seguire un set cinematografico da dentro è un’esperienza affascinante, ma complicata. Durante le riprese di Quella brava ragazza bisogna muoversi in silenzio, senza mai disturbare, spesso in condizioni di luce quasi assente. Scatto sempre (o quasi) con il 28-70 f/2 a tutta apertura, sfruttando lo scatto elettronico per restare invisibile, e spingendo gli ISO anche molto in alto pur di non perdere l’atmosfera. È una fotografia fatta di attesa, precisione e un pizzico di fortuna.
Sul set si lavora con grande concentrazione, ma si respira un’aria positiva. Nessuna tensione, nessuna distanza: tutti si muovono con naturalezza, disponibili anche con il povero fotografo che cerca un varco tra cineprese e fari. E tra una scena e l’altra, si ride, si scherza, si sente ovunque quel romanesco inconfondibile che alleggerisce l’aria e tiene alto l’umore. Un set serio, sì, ma con l’umanità e la leggerezza di chi ama davvero quello che sta facendo.
Nelle quattro foto rispettivamente Mercedesz Henger al trucco, il direttore della fotografia Fabio Lancioni in un momento di pausa, Simone Barletta dietro la telecamera e l’assistente di regia Rebecca Grace Molino (adesso conosco anche le mansioni dell’assistente alla regia). Spero di aver indovinato i nomi perché sbagliare è un attimo.
POSTED ON 8 Nov 2025 IN
Urbex
TAGS:
mansion,
decay

Vuoto pieno di fascino, la categoria preferita dagli urbexer veri. Nessun arredo, nessun affresco, solo pareti che si sbriciolano e pavimenti che si sfaldano sotto i piedi. Foglie secche e ragnatele, polvere e vetri rotti. Qui dentro non c’è niente da prendere, niente da rompere, niente da postare per stupire. Ed è proprio questo il punto.
Nelle ultime settimane ho letto di
diversi urbexer denunciati per essere entrati in luoghi che non erano davvero abbandonati: case in vendita, ville storiche, edifici chiusi solo temporaneamente. C’è chi ha forzato porte, spaccato lucchetti, rubato oggetti anche di valore.
Tutto per una foto, per qualche visualizzazione, per un po’ di notorietà (magari anche solo per pagare le spese).
Ma quello non è urbex. Quella è un’altra cosa.
Lo dico senza ipocrisia, non voglio entrare nella parte del duro e puro, perché non lo sono: anche io sono caduto e cadrò ancora nella trappola del mondo rutilante dell’urbex. È inevitabile, perché tutti siamo attratti da certi luoghi, quelli dove la storia si vede e si tocca, dove il tempo si è fermato, ma gli oggetti raccontano. È normale volerli fotografare. E ci tornerò anche io, perché l’urbex è bello anche per quello.
Ma devo ammettere che le ultime notizie
mi hanno portato a riflettere, perché bisogna distinguere. Ci sono diverse categorie di luoghi abbandonati, e non tutti lo sono davvero. Bisogna capire dove si sta entrando, cosa si sta raccontando, e soprattutto se si sta mancando di rispetto a qualcosa o qualcuno. Di recente ho saputo di una villa in vendita su
immobiliare.it (che per alcuni è fonte di ispirazione), non abbandonata,
borderline come dicono quelli bravi in inglese, e ho preferito non andarci. Non per paura di essere scoperto (il pericolo è il mio mestiere), e nel caso avrei potuto tirare fuori
un coniglio nel cilindro (che poi forse era una lepre), ma perché non sarebbe stato giusto. Non sarebbe stato
urbex vero.
Io credo che l’urbex vero sia questo: entrare in posti come Villa Ghigliotti, dove non è rimasto nulla. Nessuna sedia, nessuna storia da pubblicare in tempo zero su instagram. Solo silenzio e muri che si sgretolano. È qui che si capisce la differenza: chi cerca i like va dove c’è spettacolo, chi cerca davvero l’abbandono viene in posti così. Perché qui non si guadagna niente, la vanità è sotto il livello zero, ed è proprio per questo che vale la pena esserci.
Villa Ghigliotti mi ha ricordato perché ho iniziato a fare urbex: per fotografare l’abbandono, per capire, non per collezionare like e cuoricini.







Stava arrivando il tramonto e camminavo a passo veloce lungo la sponda del fiume Meno, con il treppiede da viaggio sulla spalla e la fotocamera già agganciata, impostata e pronta a scattare. Volevo raggiungere il ponte che avevo scelto nel pomeriggio per fotografare la skyline di Francoforte. Calcolavo i minuti, la distanza, la luce. Ero convinto di essere in ritardo, in realtà sarei arrivato con largo anticipo, come sempre.
Poi ho notato un ragazzo accucciato sul bordo dell’acqua: cercava di fotografare
i riflessi con lo smartphone. Ho proseguito per qualche passo, poi mi sono fermato, ho fatto dietrofront. Ho appoggiato il cavalletto a terra, ho controllato rapidamente l’inquadratura e ho scattato. Meno di un secondo di esposizione. Lui non si è accorto di nulla, e io mi sono sentito
silenzioso come una volpe artica in caccia. Una foto di
street nata al volo, quasi per caso, ma che per composizione, luce e colore mi convince sempre di più ogni volta che la riguardo.

Francoforte sorprende. Vista da lontano sembra una città americana finita in mezzo alla Germania: torri di vetro, acciaio e linee verticali che si riflettono nel Meno. Francoforte conta 20 grattacieli oltre i 150 metri: un numero alto per gli standard europei, che la colloca tra le città più verticali del Vecchio Continente. Non a caso la chiamano Mainhattan, un gioco di parole tra il nome del fiume e Manhattan, l’isola dei grattacieli.
Ho scattato queste foto dall’Eiserner Steg (anche da sotto), il ponte pedonale più conosciuto della città. Di giorno è affollato di uomini d’affari in giacca e cravatta, turisti, lucchetti, ballerini e artisti di strada, ma al tramonto cambia faccia: il traffico si spegne, diventa quasi silenzioso, le luci si accendono e la skyline prende vita sopra l’acqua. È il momento più bello.
Fotografare Francoforte da qui significa cercare l’attimo in cui la luce naturale e quella artificiale si incontrano, poco prima che l’ora blu prenda il sopravvento. Ho variato molto le impostazioni: tempi lunghi per catturare il movimento dei battelli e tempi più rapidi per congelare i riflessi, alternando diaframmi medi e chiusi a seconda della luce che volevo ottenere, sempre con il grandangolo a 15mm puntato sulla skyline per includere l’intera linea dell’orizzonte, dalla Commerzbank Tower alla cattedrale gotica che resiste tra i nuovi palazzi.
Sono rimasto sul ponte per quasi un’ora, con il treppiede e i guanti. Nonostante fosse maggio, l’aria era tutt’altro che mite e il vento mi bruciava gli occhi. Ogni minuto la luce cambiava e la città sembrava trasformarsi con lei: un esercizio di pazienza, ma anche il modo migliore per capire davvero Francoforte, una città moderna, ordinata e veloce ma capace di fermarsi, al tramonto, nel riflesso del suo fiume.



POSTED ON 4 Nov 2025 IN
Urbex
TAGS:
asylum

Credo che il manicomio sia la vera sublimazione del mondo urbex. È qui che l’abbandono si manifesta nella sua forma più pura e intensa. Tra i muri scrostati e i corridoi silenziosi si respira la disperazione autentica, quella che non ha bisogno di essere enfatizzata, che non ha bisogno di una scenografia. Si avverte il senso di colpa, la follia, il desiderio di chi ha lottato contro un passato peggiore di quanto possiamo immaginare.
Camminare in un ex manicomio significa attraversare la memoria della sofferenza. Ogni stanza, ogni finestra, ogni rovina racconta un frammento di sofferenza, di vita portata al limite. È qui che si capisce davvero perché esiste la passione per l’esplorazione dei luoghi abbandonati: per ritrovare, dentro le macerie, un’eco di vita. Qui il silenzio è pesante, ma racconta tanto, ed è proprio quello che cerchiamo.
Ne ho visitati molti, ma nessuno mi ha colpito come quello di Colorno, in provincia di Parma. È un luogo celebre, conosciuto da chiunque ami questo genere, eppure resta in grado di scuotere anche chi crede di aver visto tutto. Ci sono immagini che ormai appartengono alla memoria collettiva dell’urbex: la lunga fila di porte rosse, la grande vetrata colorata. Fotografie che sembrano condensare l’essenza stessa della follia e dell’abbandono. E poi c’è quella carrozzina, immobile sotto il fantasma dipinto sul muro che sembra alzarsi e lasciarla indietro. Un’anima che fugge, un corpo che resta. L’intonaco che si stacca come pelle, la porta aperta sul vuoto. Non ho paura a definirla l’immagine urbex più potente in assoluto..
Il complesso è immenso. Non ricordo quante ore ho trascorso all’interno, ma ogni corridoio rivelava qualcosa: un graffito struggente, un letto contorto, una finestra che filtrava luce sporca. A tratti si avvertiva una malinconia quasi fisica, una sensazione che si attacca alla pelle e non ti lascia, un’ansia che ti opprime e ti toglie i pensieri. È un luogo che entra dentro, ti stanca e ti ferisce, ma lo fa con una forza magnetica e invasiva.
Forse è per questo che considero Colorno il manicomio più interessante, a livello fotografico, fra tutti quelli che ho visitato. Un equilibrio perfetto tra bellezza iconica e disperazione profonda. Quando ne sono uscito, ho provato un senso di vuoto. Non liberazione come altre volte, no: piuttosto una calma tristezza, come dopo un addio. Ma era anche bellezza. La bellezza dura, spietata, totalmente distruttiva che solo certi luoghi riescono a restituire.
Spero che le mie fotografie riescano a trasmettere una parte di quella sensazione: il bisogno di attraversare il dolore e la consapevolezza che, nel cuore dell’abbandono, c’è ancora qualcosa di vivo.
Nota: per chi volesse approfondire e vedere com’era il
manicomio di Colorno prima delle
invasioni barbariche, consiglio di visitare il sito di
Alessio Di Leo, con immagini autentiche e datate che raccontano il luogo in modo originale e suggestivo.





