
Questa foto della bellissima Amelia è stata scattata durante il workshop di ritratto che abbiamo organizzato (come MondovìPhoto) domenica 6 novembre (cioè praticamente oggi). Ho partecipato in modo un po’ borderline per una serie di motivi, fra cui non ultimo un certo senso di superiorità del quale un po’ mi vergogno: è vero che gli argomenti della giornata mi erano abbastanza noti, ma c’è sempre da imparare ed io dovrei saperlo bene. Mi tengo questo personale commento come promemoria per il futuro. E’ stata una domenica molto positiva, interessante e faticosa. Voglio ringraziare un po’ di persone e questo è il luogo adatto. La più importante è Lorena, non me ne vogliano gli altri ma merita il primo posto; perché se non ci fosse lei tutto intorno a noi ci sarebbe una sorta di triste deserto dei Gobi. Le ho dato un aiuto, per certi versi anche importante, ma il vero deus ex machina di tutto è lei. Grazie Grazie Grazie. Poi voglio esprimere la mia gratitudine a Marco Mosca ed Enrico Basili, i due fotografi che pazientemente ci hanno supportato e sopportato, alle bellissime e bravissime Veronica e Amelia che hanno posato per noi, a Marita Rulfo, la nostra make-up Artist, a Marcos Luxury Store che ci ha fornito gli abiti per le modelle, a Max Rinero di Magic Foto e alla Pentax che hanno organizzato il set fotografico in studio, a Loredana che ci ha permesso di scattare nel bellissimo giardino del Lori’s Inn e infine voglio ringraziare tutti i partecipanti al workshop: spero sia stata una giornata positiva e che siano tornati a casa con qualcosa in più, almeno dal punto di vista umano. La foto di Amelia è stata scattata con il 50 f/1.2, utilizzato ovviamente a tuttaapertura, in priorità di diaframmi sfruttando la luce naturale di Mondovì Piazza e l’aiuto di un pannello riflettente.

Ho sempre pensato che la fotografia non debba essere fine a se stessa, ma che debba avere un’utilità, un fine: deve documentare e credo che raccontare un prodotto del territorio sia quanto di più interessante possa uscire da una macchina fotografica. Ho deciso di dedicare un po’ del mio tempo fotografico allo Zafferano di Cuneo, cosa che mai avrei pensato. Credevo, chissà poi perché, che il cosiddetto oro rosso fosse un prodotto tipico dei paesi caldi, magari dell’Asia. E invece lo Zafferano nasce anche nel mediterraneo e ho scoperto che a Cuneo esiste un’azienda che fa della qualità un marchio di fabbrica. La raccolta si concentra in 20 giorni all’anno, fra settembre e novembre (dipende dal clima): si inizia con il buio, bocciolo per bocciolo, a mano, in piedi oppure seduti sul seggiolino di un bizzarro trabiccolo a tre ruote. Il tempo è tiranno: quando il fiore sboccia è già troppo tardi per essere raccolto in quanto la qualità dei pistilli decade molto rapidamente. Terminato il lavoro di selezione si passa in laboratorio: si aprono manualmente i boccioli, si staccano i tre preziosi stimmi rossi, si procede con l’essicazione ed infine con il confezionamento, rigorosamente a mano. Tutto questo per ottenere un prodotto di altissimo pregio che possa esaltare i piatti dell’alta cucina. Per il sottoscritto è stata un’esperienza nuova, istruttiva e decisamente insolita. Le foto sono in perfetto stile reportage, ho cercato di catturare parte della raccolta e di evidenziare i dettagli della bottega. Adesso mi rimane la parte più interessante: assaggiare il risotto allo Zafferano di Cuneo. Ma della degustazione non vedrete nessuna foto, è un’esperienza intima: il fotografo, in certe occasioni, deve mettersi da parte, riporre la macchina fotografica e concedersi il lusso di una pausa.








Questa mattina mi sono dedicato allo sport. Si, certo, nel senso che ho fotografo un evento sportivo. :-) Il sentiero Landandè è un bellissimo percorso di 22 km che si snoda fra i comuni di Briaglia, Vicoforte e Niella Tanaro. Oggi è stato scenario di un faticosissimo eco-trail (dove eco dovrebbe stare per ecologico, ma non so per quale motivo io penso sempre ad economico) che ha visto protagonisti circa 200 podisti provenienti da tutto il mondo (forse esagero). Per fotografare gli atleti mi sono sistemato in un punto panoramico interessante, in discesa: volevo evidenziare la corsa, il movimento, e la salita mi avrebbe procurato un effetto slow-motion che volevo evitare. Ho impostato la macchina su AI SERVO in priorità di diaframmi a tuttaapertura: la luce era talmente tanta che sono riuscito a congelare il movimento anche a 100 iso senza problemi (tempi scatto sempre più veloci di 1/1000). Ho scattato quasi 1000 foto, tutte rigorosamente uguali fra di loro; ma d’altronde era il mio obbiettivo. Non pubblicherò tutte le immagini, ho scelto un piccolo campione rappresentativo. Se ti riconosci e commenti il post hai vinto una bambolina e la versione BIGSIZE della foto. ;-)










E’ un sentiero percorribile a piedi, in mountain bike, a cavallo e con le ciaspole … in tutte le stagioni dell’anno e adattabile a tutte le “gambe”. E’ un circuito che collega tra loro attività ricettive, luoghi di produzione locali, eccellenze culturali e paesaggistiche nei comuni di Briaglia,Vicoforte e Niella Tanaro. Si snoda su un percorso di 22 km con un tempo di percorrenza di circa 6 ore ed un dislivello di 698 metri. E’ un’occasione per organizzare una vacanza unica tra natura, enogastronomia e cultura con le sue Cappelle, il Santuario Basilica Regina Montis Regalis di Vicoforte, il Percorso Napoleonico, i Dolmen e Menhir di Briaglia, la Chiesa di S. Teobaldo di Niella Tanaro con panorami mozzafiato in tutte le stagioni, immersi nella bellezza e tra la gente di questo territorio d’altre Langhe.


Il sottotitolo di questo reportage potrebbe essere: “L’ansia fa male, solo il giusto” (e l’ho aggiunto). Quando ero ragazzo (non moltissimo tempo fa, ovviamente) il Domina era per me quasi un luogo mitologico, di quelli di cui si sente parlare tanto, ma che nessuno dei miei amici aveva mai visto davvero. Una delle discoteche più conosciute della Liguria, famosa, sì, ma per motivi non proprio edificanti. La sua reputazione era un mix di fascino e timore: un posto lontanissimo da Imperia, una sorta di meta proibita.
Nella narrazione popolare era un luogo di perdizione, un ambiente pericoloso dove la droga girava senza troppe formalità e dove, se non stavi attento, qualcuno poteva pure infilarti qualcosa nel bicchiere. Questa, almeno, era una delle paure più radicate di mia madre, che probabilmente mi avrebbe messo un braccialetto con GPS pur di tenermi lontano da lì. Eppure, qualche giorno fa, durante una pausa pranzo leggermente allungata, ho deciso di colmare questa lacuna. Due ore abbondanti di macchina per arrivare, 45 minuti scarsi di fotografia. Dentro, il silenzio assoluto. La luce forte di mezzogiorno filtrava attraverso i pochi vetri sopravvissuti, illuminando vetri rotti, calcinacci, sporco, graffiti, polvere. Un frigorifero vuoto in un angolo, muto testimone di serate sepolte nel tempo.
Ho girato tre volte l’intera struttura, con un ritmo degno di Valentino Rossi a Misano: 50mm fisso, fish-eye e grandangolo spinto. Per velocissimo intendo proprio correndo, ma senza rinunciare a nessuno scatto. Oggi il Domina è devastato e distrutto, rimangono solo i muri a ricordare cosa fosse. Io, che non ero mai riuscito a metterci piede nei tempi d’oro, ci sono arrivato adesso, in un’epoca che sembra uscita da The Walking Dead. Forse non ho visto il Domina com’era, ma di certo ho visto quello che è diventato.
Nel 1994 apriva infatti il Domina, sulle ceneri di quello che, prima di essere abbandonato, era stato un ristorante e, prima ancora, una pensione. La costruzione su 4 piani, ubicata strategicamente alla sommità della collina sulla strada che da Toirano porta verso Bardineto, Calizzano e il Piemonte, dominava la val Varatella con una incredibile vista a 180° sulla costa da Albenga a Pietra Ligure. Quattro piani, con il bar/paninoteca al livello della strada per poi “scendere” nel ventre della costruzione con le due sale coperte, la grande pista nel giardino con la piscina e il parco che declina verso il fondovalle, offrendo scenari spettacolari soprattutto al tramonto estivo. Arrivavano a migliaia, da tutto il nord Italia, per le serate del Domina: molti in treno alla stazione di Loano da dove proseguivano con i bus della Sar, pochi in taxi, ma c’era anche chi si arrampicava sino alla discoteca a piedi. Le navette da Torino, Milano e Genova erano stracolme di giovani diretti in riviera “solo” per il Domina, e all’alba della domenica era normale incontrare gruppetti di ragazzi che camminavano verso Loano a piedi diretti in stazione per fare ritorno a casa.






Da quasi cinque anni non mi concedevo una cronosfida. E la parrocchia dell’Immacolata Concezione a Barumini è stata l’occasione adatta per tornare a sfidare me stesso. All’uscita di Palazzo Zapata (che ospita il polo espositivo di Barumini) mi sono preso 15 minuti per esplorare gli interni e l’esterno della piccola parrocchia che si trova proprio di fronte al museo. Ho scelto di utilizzare solo il 50 f/1.2 per provare a cogliere i dettagli della struttura. Non è stata una cronosfida facile, gli spunti per fotografare non erano molti e mi sono dovuto arrangiare con il poco materiale a disposizione. Alla fine del quarto d’ora sono riuscito a trovare tre scatti interessanti, anche se mi sono dovuto concentrare soprattutto sul minimalismo (ma è un tipo di foto che mi piace molto). And the winner is…
RULES:
Choose camera, lens and location.
Have a few minutes walk around and then no more than 15 minutes to shoot 3 good pictures.
It’s a lot of fun, a challenge against yourself and the clock.
added rule #1 – shoot as much as you like, just keep the best three.
added rule #2 – if you don’t take 3 good pictures, the challenge is lost.



Il Nuraghe Santu Millanu si trova al confine tra la Marmilla e il Sarcidano, ovviamente in Sardegna: si staglia sopra un leggero rialzo ed è ben visibile dalla strada. Ci sono arrivato quasi casualmente (serendipity) mentre cercavo la giara di Gesturi. Nonostante l’orario poco adatto alla fotografia ho voluto dedicare al Santu Millanu 15 minuti del mio tempo, ampiamente meritati. Ho girato intorno alla costruzione, sono entrato dentro, ho fotografo i dettagli e qualche panoramica. Ma la foto migliore è senza ombra di dubbio quella scattata con il fish-eye; come dicono in tanti (quasi tutti) alla lunga è un tipo di obbiettivo che può risultare stucchevole, anche fastidioso, ma in certe condizioni si riescono ad ottenere risultati davvero interessanti.


L’edificio è costituito da una torre centrale e da un bastione quadrilobato appena individuabile sul terreno. Il mastio, realizzato con blocchi di calcare di grandi dimensioni, sbozzati e disposti a filari regolari, svetta – sul piano di crollo – per circa m 6. L’ingresso, alquanto interrato, presenta all’interno – poco sopra l’architrave – una celletta che dà sul corridoio e che si apre sulla fronte del nuraghe. La camera centrale, quasi circolare, marginata da tre nicchie disposte a croce, presenta sulle pareti – ad un’altezza di poco superiore a quella dell’architrave d’ingresso – sei fori (m 0,40 di lato) funzionali al fissaggio delle travi di sostegno di un soppalco ligneo. Sulla parete d’ingresso, in corrispondenza della nicchia, si apre l’ingresso della scala di camera che porta ad un piccolo vano sussidiario e che, probabilmente, in origine proseguiva verso la camera del piano superiore. Il vano sussidiario, circolare, comunica con la camera attraverso un finestrino. Impossibile, allo stato attuale, un’esatta lettura della stesura planimetrica del bastione. Attorno sono presenti tracce di villaggio di età nuragica con sovrapposizione di epoca romana.