Il porceddu (o porcheddu) è il piatto tipico più celebre della Sardegna. E una vacanza sull’isola senza assaggiare il maialino sardo è un po’ come visitare Torino e non andare in pellegrinaggio a Superga. Io però volevo il porceddu vero, quello della tradizione, quello che non si trova nei menu turistici. Così siamo andati a casa di Alessandro, a Suelli, e abbiamo assistito a quello che più che una ricetta è un rito antico, fatto di tempi lenti, gesti precisi e fuoco sempre sotto controllo.
Le giare sono tavolati basaltici tipici del Sarcidano e della Marmilla situati nella parte centro meridionale della Sardegna. La più conosciuta è sicuramente la Giara di Gesturi, celebre per ospitare gli ultimi cavalli selvatici d’Europa. Sino al tardo medioevo tutto il territorio dell’isola era abitato da mandrie di cavalli allo stato brado; oggi purtroppo sono rimasti pochi esemplari che vivono liberi nella Giara di Gesturi. Il nostro intento era quello di riuscire a salutarli (e fotografarli) e con una bambina di due anni non è stata un’impresa facile. Purtroppo ci siamo limitati a percorrere solo il primo tratto del lunghissimo percorso escursionistico, ma la dea bendata è arrivata in nostro soccorso: i famosi cavallini della Giara hanno deciso di aspettarci. Tutto il percorso è semplice, pianeggiante e lo spettacolo naturale fornito dalla vegetazione è qualcosa di incredibile. Io personalmente sono rimasto molto colpito dai Paulis: non saprei come definirli, si tratta di enormi depressioni del terreno che lasciano senza parole. Ho scattato diverse foto, sempre con il grandangolo ed il polarizzatore. Purtroppo il sole del primo pomeriggio non mi ha aiutato molto, anzi, ma questo è il massimo che sono riuscito a fare. Mi piacerebbe riuscire a passare qualche giorno in zona e fotografare all’alba e al tramonto; ma credo che per il momento dovrò accontentarmi.
La giara di Gesturi, detta anche in lingua sarda sa jara manna, è la più grande delle giare. Si estende per 45 km² ripartiti nei comuni di Gesturi, Tuili, Setzu e Genoni. È costituita da un’immensa colata di lava basaltica eruttata circa 2.7 milioni di anni fa dai crateri dei vulcani (oramai spenti) di Zepparedda (609 m) e di Zeppara Manna (580 m). Il territorio è caratterizzato per il suolo particolarmente sassoso, ricoperto da sugherete e da macchia mediterranea, disseminato di piccoli specchi d’acqua raccolti in caratteristiche depressioni, chiamate paulis, che nei periodi invernali si riempiono d’acqua e in primavera sono coperte da una flora molto colorata, costituita da specie endemiche: esse sono utilizzate per abbeverarsi dagli ultimi cavalli selvaggi d’Europa: i cavallini della giara. Molto particolari sono anche gli alberi a bandiera, querce da sughero che il forte e continuo maestrale obbliga ad una crescita obliqua (verso est).
Il Rakikò è l’amaro tipico di Mondovì. E’ stato inventato nel 1895 da Francesco Comino e il suo nome deriva dalle parole Radici, China e Comino: ma questo lo sanno in pochi. Il Grigolon invece è un locale di Mondovì, è inserito nella guida dei locali storici italiani e ha da poco compiuto 100 anni. Sono collegati fra di loro da un filo indissolubile, da una storia incredibile e romantica; fra queste mura, che profumano di storia, Francesco Comino sperimentò la sua ricetta ed Ettore Alessandri scrisse la filastrocca, che potete ammirare in originale appesa alle pareti del Grigolon, che è tuttora stampata sull’etichetta posteriore della bottiglia (in origine era addirittura sull’etichetta anteriore). Sabato scorso ho avuto l’onore di ascoltare la signora Barbara, erede della famiglia Grigolon, raccontare la sua storia. E’ una storia bellissima, intrisa di passione e lavoro, che continua ancora oggi, tutti i giorni. Ho scattato queste foto per ricordare un momento, per immortalare la bottiglia storica del Rakikò. Non sono niente di straordinario, ma raccontano una storia importante e centenaria. Non voglio farmi mancare niente e quindi vi lascio una ricetta di mia invenzione, l’Angry Rak :). Io adoro gli aperitivi con un certo retrogusto amaro ed il Rakikò si presta benissimo per questo tipo di cocktails. Per il vermouth preferisco optare per il ‘Punt e Mes‘, che ha quella parte di china che rende ancora più aspro il tutto. E poi c’è l’Angostura, il bitter più amaro di sempre. Si prepara rigorosamente nel tumbler basso. E mi raccomando: bevete responsabilmente. :D
3 cl di Vermouth Rosso
3 cl di Rakikò
3 cl di Succo d’Arancia
5 gocce di Angostura
Ghiaccio
Scorza di limone e fettina di arancia
Si sa, le nonne non buttano mai niente. Tra cianfrusaglie e vecchi ricordi questa volta dal baule è saltato fuori un cappotto. Rosso. Caldo, di lana calda. Intatto nonostante sia datato 1983. Era il mio e lo portavo quando avevo poco più di un anno. Lo abbiamo fatto indossare ad Alice e lei, vuoi perché, dice, il rosso (insieme al giallo, al verde, al blu e ad altri) è il suo colore preferito, vuoi perché “era di mamma da piccola” lo ha subito apprezzato! Qui lo sfoggia tra i filari del monregalese, intenta a giocare tra foglie e grappoli d’uva. (Michela)