Nausea Perpetua

POSTED ON 2 Set 2018 IN NeverSleep

Nausea Perpetua

Ho passato un’estate fotografica davvero difficile. Pochissimi stimoli, pochissima voglia di fotografare; ho fatto ricerca e cercato di capire come si muove la fotografia nel 2018. E sono arrivato ad una scoperta (tipo quella dell’acqua calda). La fotografia non si muove, e diventa terribilmente noiosa e nauseante, ogni giorno sempre di più. E’ un moto perpetuo di tutto uguale, di ripetizioni. Sempre le stesse facce nelle stesse pose, e la street sempre uguale, e le case abbandonate, e il tramonto in montagna, i workshop che si rincorrono, gli eventi che tutti scattano uguale, i concorsi che non sanno più cosa inventare. Mi piace definirla fotografia di massa, non riesco a trovare niente che mi interessi in questa fotografia, niente che riesca a suscitare in me quelle che vengono definite, in moto molto/troppo poetico, emozioni.

E questa estate ho detto BASTA, e mi sono lasciato trascinare dalla mia personalissima corrente senza aggiungere un’ulteriore voce a quella del coro (che scaturisce dalla massa). Non so quale direzione prendere, ho solo qualche piccola percezione, ma non voglio interessarmi alla globalizzazione fotografica. Il concetto è che sento la necessità di fotografare per me stesso, senza ricercare il consenso e il plauso degli altri, ma producendo qualcosa di diverso (e al tempo stesso interessante, magari spiazzante). Ansel Adams sosteneva che in ogni fotografia ci fossero due soggetti: il fotografo e l’osservatore. Giusto, quasi lineare. Credo che nel prossimo futuro farò in modo che questi due soggetti convergano nella stessa persona: me stesso. Forse un po’ egocentrico, ma certamente meno ansioso.

Voglio cambiare il modo di osservare e cercare un approccio diverso; è una pretesa ambiziosa (credo) e difficilmente realizzabile. Non è semplice come bere una lattina; andare fuori dal coro senza produrre foto rotonde, sfuocate e senza senso, ma cercando idee e qualità è qualcosa che in tanti provano a realizzare. Ma quasi nessuno riesce e nel 2018 non è solo complicato: è proprio al limite del impossibile. Una via di mezzo fra Ethan Hunt e Multiman (per la serie perle ai porci). Non ho più voglia di vedere sempre la stessa merda (come questa foto che rappresenta la mia personale nemesi). Datemi qualcosa di nuovo. Spengo tutto, spengo le notifiche, accendo la voglia di osservare con gli occhi aperti a unopuntodue. Deve entrare tanta luce e questa luce deve arrivare anche al cervello; il rischio è quello di rimanere abbagliati. Ci vediamo al prossimo tramonto.

L’abitudine lasciala fuori
Perché mi da fastidio vedere nulla di nuovo
Si parla sempre di amore per poi non farlo veramente
Alessandra Amoroso

C’è un limite all’urbex?

POSTED ON 13 Mag 2018 IN NeverSleep

Emiliano il Filatelista

Nell’ultimo periodo ho notato che la passione per la fotografia urbex ha iniziato a prendere una strana piega. Almeno questa è la mia sensazione. Quando ho iniziato, senza nemmeno sapere che fosse urbex, ho fotografato luoghi facilmente accessibili e vietati quasi per modo di dire. Ho iniziato dalle Rovine di Poggioreale distrutte dal terremoto del 1968 e rimango convinto che quel tipo di esplorazione urbana sia la più giusta e la più utile. Perché nel mio piccolo ho sempre pensato al reportage di luoghi abbandonati come a una denuncia, a un grido (di dolore) oppure a una memoria del passato. Il mio intento era quello di far conoscere al mondo posti che avrebbero potuto diventare nuovamente importanti: penso al Castello di Beinette, all’ex collegio Salesiano di Peveragno oppure alla devastata Italcementi di Imperia. Luoghi quindi molto conosciuti, ma nonostante tutto lasciati all’incuria e all’abbandono. Nell’indifferenza. Ultimamente ho notato che questo tipo di esplorazione è diventata di serie B, di poca importanza. Quasi banale nella sua semplicità. Nel 2018 è fondamentale essere i primi a scoprire, i primi a pubblicare, i primi a vantarsi. No, questo non è il mio pensiero. Il mio immaginario è dedicato alla fotografia, e dopo alla scoperta/denuncia. Se possibile. E capisco quanto sia difficile resistere alla tentazione di violare qualcosa di ancora inesplorato, oppure quasi inesplorato: ci sono caduto anche io nel tranello, nella frenesia di scoprire. Nella figurina a tutti i costi. Ma credo che ci sia un limite invalicabile, una legge morale. La regola è tangibile e semplice: “Non portare via niente, non rompere niente, non disturbare nessuno. Cattura immagini, lascia solo impronte nella polvere”. Spaccare un lucchetto, forzare una serratura oppure utilizzare una scala per entrare dal terrazzo di una casa disabitata non rientrano in quello che è il mio concetto di urbex. Ci ho pensato molto e non voglio che questo sia il mio tipo di fotografia. Dev’essere abbandono, evidente: tutto il resto è violazione di domicilio. Non è un discorso di legge, è un discorso morale. E non venitemi a dire che tutto è uguale perché non è vero: c’è il bianco, c’è il nero e ci sono tante tipologie diverse di grigio.

And the winner is…

POSTED ON 21 Gen 2018 IN NeverSleep

Megafono

Le mie impressioni personali dopo (ma anche durante) la Torino Photo Marathon del settembre scorso erano decisamente positive. Sapevo di aver trovato nove foto interessanti ed ero rimasto piacevolmente sorpreso da come fossero uscite con semplicità, anche immediatezza, dalla mia macchina fotografica. Bellissimo vedere le mie foto esposte all’entrata di iGDLoft, sede della premiazione. Mai però avrei pensato di poter vincere il primo premio assoluto fra quasi 1600 partecipanti (e piazzare due foto nelle finali di categoria). Devo ammettere che mi ha fatto piacere, anche se al momento della premiazione non sono riuscito praticamente a sorridere: forse colpa di quell’orrendo trono rosso sul quale mi hanno costretto a sedere. Certo, esternare emozioni non fa parte del mio bagaglio di esperienze. Ho anche rilasciato un’intervista che spero di non vedere mai. E che spero non veda mai nessuno: per la quantità di inutili baggianate che ricordo di aver raccontato ;-) Quello che mi piace delle maratone fotografiche (era una delle domande) è che sono democratiche (perdonatemi il termine): si parte tutti sullo stesso piano di gioco, il tempo è il medesimo per ogni fotografo e non si può imbrogliare. E credo che questo sia stimolante. Faticoso anche, ma soprattutto stimolante, che pensare in fotografia è sempre terribilmente difficile.

PremiazionePremiazione

PhotoWalk (una storia dal 2007)

POSTED ON 26 Nov 2017 IN NeverSleep

Photowalk

Non ci rendiamo conto del tempo che passa. E’ una delle grandi tautologie della vita; sembra incredibile, ma sono passati 10 anni da quella folle estate del PhotoWalk. Mi vengono i brividi a pensarci. Io, Palmasco (la mente del progetto) e Tambu in giro a raccontare come si fotografa: una videocamera amatoriale, tre fotografi, qualche storia. E stiamo parlando di 2 lustri fa. L’idea non era nostra, lo spunto arrivava da oltreoceano e precisamente da Thomas Hawk e Robert Scoble. Ma in Italia non si parlava ancora di PhotoWalk. Tutto molto amatoriale, certo: problemi con i microfoni, problemi con le riprese e anche problemi con le foto. Ma divertente, terribilmente divertente. Quattro puntate, l’ultima mai andata in onda:

1) Terminal Traghetti e Intro.
2) Bussana Vecchia (con Manuel Stefanolo alle riprese)
3) Alla Vendemmia (con Giuseppe Morchio aka RinkoBoy)
4) Milano di Notte (con Gaia Giordani aka Copiascolla)

Ci sarebbero tanti aneddoti da raccontare, tante storie che si perdono nella memoria del tempo che fu. Sarebbe troppo lungo da ricordare ed è un peccato che tutto questo vada perso. Ho ripreso la foto di copertina del progetto e recuperato come potuto (scattata con cavalletto improvvisato, sulle scale di casa Palmasco, al buio con il 50 F/1.2 a tuttaapertura), ho scaricato quasi tutti i video: purtroppo il primo è andato perso per un problema di permessi con Youtube e non c’è modo di recuperarlo. Mi sono divertito a riguardare le immagini delle nostre avventure e le stupidaggini che riuscivo a dire con convinzione di fronte alla videocamera. Pubblico ancora qualche foto di backstage, inedite. Quelle di Milano rigorosamente senza colore perché la Milano da bere è estremamente monocromatica. Poi c’è il tag PHOTOWALK con tutte le immagini tratte dal nostro girovagare e pubblicate su queste pagine. Eravamo un passo avanti rispetto al mondo della fotografia e mi sento di dirlo con orgoglio nonostante qualche errore e tanta improvvisazione. Tanti che oggi sono fotografi nel 2007 non avevano mai preso una macchina fotografica in mano e noi invece… Ma non esistevano facebook, twitter, instagram e il primo iPhone era solo un’idea nella testa di Steve Jobs. Sono passati 10 anni e sembra un secolo. Guardando le foto di quei giorni devo ammettere che avevo tantissima strada da fare nel mondo della fotografia: ne ho percorsa un bel po’, ma altrettanta (forse anche di più) ne ho ancora da fare. Ma ci siamo divertiti. Che tempi eroici. ;-)

Terminal Traghetti #01Terminal Traghetti #02Bussana Vecchia #01

Alla Vendemmia #02Alla Vendemmia #01Alla Vendemmia #03

Milano di Notte #02Milano di Notte #04Milano di Notte #03Milano di Notte #01

Quando parte un progetto nuovo, quando si prova ad interagire, quando si cerca di creare interesse. Tre amici, un’idea, interessante spero. Dal 9 di ottobre, PHOTOWALK.IT. Impossibile mancare, davvero. Se poi sembriamo tre ricercati… cercate di capire: la foto non l’abbiamo mica fatto noi!!! :)

Cos’è la fotogenia?

POSTED ON 12 Nov 2017 IN NeverSleep

Denise with the red coat #01

E’ una domanda difficile. Molto difficile. La stragrande maggioranza delle persone non si ritiene fotogenica. E’ un problema. Molte volte ho dovuto superare la diffidenze del mio soggetto, la risposta è sempre la stessa: “Non sono fotogenica, in foto rimango male”. Un’altra leggenda metropolitana sostiene che i ritratti a sorpresa rimangano meglio delle foto in posa: i fattori sono tanti, ma difficilmente una foto preparata può risultare peggiore di una foto al volo. Perché? Bisogna prima capire di cosa stiamo parlando: cos’è la fotogenia? Quando una persona è fotogenica? Non è un concetto semplice e in realtà non esiste una vera e propria spiegazione; certamente bello non è uguale a fotogenico. Ed è valido anche il discorso contrario.

Fotogenico è quel volto che, congelato in un espressione statica, ferma, conserverà qualità estetiche e presenza molto simili a quelle dal vivo. Risulteranno fotogenici quindi quei volti privi di una particolare qualità espressiva, privi di una mimica facciale particolare. Al contrario un viso instabile, espressivo, bello perché particolare nelle espressioni, se congelato in un solo momento perderà parte della sua bellezza e, probabilmente, verrà catturato in immagini goffe, strane e quindi risulterà poco fotogenico.

Come risolvere il problema? La risposta è molto semplice: scattando tantissime foto, dedicando molto tempo alla ricerca dell’immagine e della posa migliore. Senza arrendersi e senza avere fretta. Il segreto è soprattutto nella pazienza e nel tempo che vogliamo/dobbiamo dedicare alla ricerca, la ricerca di un’immagine statica che possa rappresentare al meglio il viso della persona che abbiamo di fronte. Un altro fattore molto importante è quello psicologico: una persona poco fotogenica (oppure che si ritiene tale perché nessuno le ha mai dedicato tempo) è tendenzialmente in difficoltà di fronte all’obbiettivo. Questo è uno dei motivi che alimenta la leggenda metropolitana di cui parlavo prima: davanti alla macchinafoto diventano impacciate e la loro espressività facciale aumenta, se colte di sorpresa (con un colpo di fortuna) non hanno pensieri strani per la testa e le possibilità di ‘venire bene‘ aumentano.

Nikla on white #01Isy #04

Come venire a capo della situazione? Ci sono tanti piccoli suggerimenti da seguire, la stragrande maggioranza di tipo psicologico. Tante foto e tanto tempo, come dicevo prima, è sicuramente il consiglio migliore; anche la scelta dell’abbigliamento è fondamentale (generalizzo ma il riferimento a modelle di sesso femminile è chiaro, gli uomini hanno molte più ritrosie a farsi fotografare; chissà poi perché), anche se fotografiamo solo il volto anche intimo e scarpe hanno la loro importanza: sentirsi a proprio agio e magari più eleganti/interessanti aiuta non poco. Poi il bravo fotografo deve capire quali sono i difetti del viso, trovare l’angolazione migliore (naso grande si fotografa dal basso, viso largo si fotografa dall’alto) e coinvolgere il modello/a, instaurare un rapporto di fiducia che al termine del lavoro deve essersi trasformato in amicizia. A me piace molto scattare tantissime foto, a raffica (con il digitale si può), nei primi minuti, prendere una pausa, scambiare qualche parola quindi aprire il vano delle memory card ed inserire la scheda: “adesso iniziamo seriamente”. Spiegare che le prime foto sono sempre orrende e tanto valeva non scattare niente. Questa tattica, anche divertente, elimina una buona parte delle barriere ‘psicologiche’ che si creano fra soggetto e fotografo. E adesso non resta che trovare un soggetto e scattare almeno tre foto interessanti. Almeno tre, sembra facile vero?

Nuok

POSTED ON 29 Ott 2017 IN NeverSleep     TAGS: interview

Monument Valley #03Baywatch

Nuok chiude. Nuok, come un bambino pronuncerebbe la parola New York. Non saprei come definirlo: un sito di viaggi, esperienze, condivisioni. E nel mio piccolo ho partecipato anche io, con qualche foto e una piccola intervista datata settembre 2011 (ospite del mese). E mi sarebbe dispiaciuto perdere quell’intervista che riletta a distanza di oltre sei anni mi strappa anche un sorriso: beata ingenuità. Le parole ci sono tutte, le foto no: perché nel tempo sono cambiato (migliorato credo) e, nel 2017, molte non sono più presentabili. A futura memoria.

Samuele è nato ad Imperia nel 1973. Nei primi anni ’90 entra, quasi casualmente, in possesso di una Zenit 122 ed inizia il suo amore per la fotografia. Attualmente vive in provincia di Cuneo e, dopo aver raccontato il suo mare, fotografa le montagne e la neve con la sua Canon EOS 5D. Le sue immagini raccontano di persone e di luoghi, con l’occhio disincantato di chi non ha ancora capito il mondo, di chi pensa di essere l’unico fotografo del pianeta. Tutto quanto pensa e fotografa (pensa poco, dorme meno, fotografa tanto) è pubblicato nel suo PhotoBlog ed ogni foto è raccontata e descritta con la voglia di chi ama davvero l’arte inventata da Joseph Nicèphore Niepce. A luglio ha fotografato l’America turistica, l’America dei Canyon e delle Metropoli. Questo mese vi proponiamo, in esclusiva, dieci immagini del suo viaggio e dieci domande/risposte. Buona visione

Benvenuto su Nuok, Samuele! Ci racconti in breve di te?
Ho il dono della sintesi, ma raccontarmi in breve è davvero un’impresa. Sono alto, mi piace fotografare. Sono sbruffone, razionale, istintivo. Egocentrico. Organizzato. Sono nato sul mare e l’acqua è parte integrante del mio essere, ma vivo in montagna e la neve è diventata un elemento comune. Riesco ad adattarmi a qualsiasi situazione e ho una faccia per tutte le esigenze. Non ho rispetto per niente, ma ho paura di tutto e forse questo non è proprio qualcosa di cui vantarsi. La finzione fa parte del mio DNA, ma quello che le persone percepiscono di me è la capacità di essere sempre positivo e ottimista. Non credo a niente. Forse nemmeno a me stesso. Dormo quasi niente, sogno solo ad occhi aperti (tantissimo).

Che cosa volevi fare da grande?
Non sono mai riuscito ad avere un’idea mia. L’astronauta, il calciatore, il pompiere.

Fotografare per te significa…
All’inizio significava ricordare. In seguito è diventato qualcosa di molto di più. Mi piace l’idea di sorprendere con una foto: è la molla che mi spinge a fotografare.

Homeless in Los AngelesBryce Canyon #02Escape Point

Sei reduce da un recente viaggio in USA. Che cosa ti aspettavi di trovare prima di partire?
Immaginavo grattacieli altissimi, grandi distese deserte, strade infinite, luci sfavillanti, colori. L’immensità della natura. Sognavo tanti Starbucks e pretendevo succo d’acero e burro di noccioline. Ho trovato tutto.

Quali sono le tre cose che hai trovato nel tuo viaggio che proprio non ti aspettavi invece?
Non mi aspettavo le montagne di spazzatura alle nove di sera a Manhattan, non mi aspettavo di trovare una tenda sopra l’Apple Store di New York e mai avrei creduto morire di freddo a San Francisco (nonostante mi avessero avvisato).

Pare che New York sia una città estremamente fotogenica. Pensi che sia vero?
No, non credo sia vero. New York è molto difficile da fotografare. E’ difficile decifrare la luce, è difficile trovare un angolo interessante. E’ una città che si nasconde e ti opprime (fotograficamente). La sua gente invece è molto fotogenica: non è difficile trovare soggetti interessanti, volti particolari, momenti divertenti. La forza fotografica di New York è tutta nella qualità dei suoi abitanti.

Golden Gate #01PerspectiveReflection of light gray

La prima immagine che ti viene in mente se diciamo New York.
Un taxi giallo. New York è la capitale dei taxi: sono ovunque, a qualsiasi ora del giorno e della notte. I padroni incontrasti delle strade e della città.

Che cosa ti ha colpito del tuo viaggio in USA e che importeresti volentieri in Italia?
E’ una domanda difficile. Tutto e niente. La mentalità vincente degli americani, la loro voglia di cambiare le cose. La tecnologia. San Francisco. Starbucks. In USA invece porterei l’igiene e la cucina italiana.

Il tuo è stato davvero un viaggio da sogno. Viaggiando che cosa hai scoperto di te che non sapevi?
Ho scoperto che mi piace fotografare con il grandangolo. Per il resto penso di conoscermi abbastanza bene.

La tua prossima meta.
Il mio sogno resta Boston e i Celtics. Mi piacerebbe tornare per San Patrizio ed entrare al Boston Garden. Ma la mia prossima meta reale è Imperia, qualche giorno di relax in spiaggia, gli amici di sempre e la cucina della mamma.

Privacy e fotografia di strada

POSTED ON 22 Ott 2017 IN NeverSleep

Torino Street #12Torino Street #02A passeggioCiao!

Il problema della questione privacy attanaglia da sempre i fotografi di strada: maledetta liberatoria. E’ un argomento dibattuto in tutti i circoli fotografici, perché è veramente complicato farsi firmare un foglio di carta per strada da uno sconosciuto. E quindi i fotografi si dividono in due grandi macro categorie: da una parte c’è chi non è disposto a rischiare ed evita di fotografare persone riconoscibili. Sull’altra sponda c’è chi fotografa senza farsi troppi problemi. Io faccio parte di questa seconda categoria, mi sembra quasi banale doverlo affermare. La legge in Italia è abbastanza chiara: non è vietato fotografare per strada (quindi nessuno può dirci nulla), ma non è possibile pubblicare il volto riconoscibile di una persona senza autorizzazione (ci sono alcune eccezioni come eventi pubblici, manifestazioni, concerti e personaggi famosi, ma non è questo il caso del quale sto parlando). L’autorizzazione, badate bene, non deve essere scritta: può bastare anche un cenno del capo per avere la coscienza a posto; il problema è che il pezzo di carta ti mette al riparo da eventuali sorprese. Un altro vantaggio della liberatoria scritta è che per poter partecipare a concorsi fotografici (anche per poter vendere) è fondamentale e quasi sempre richiesta (soprattutto in caso di vittoria).

Nel momento in cui una persona passeggia in un luogo pubblico, la strada, non è soggetta a privacy e se viene fotografata insieme all’amante è solo un suo problema. (Vittorio Daniele)

Io non mi faccio troppi problemi, tendo a scattare senza paranoie (evito quasi sempre i bambini) e a pubblicare con un minimo di rispetto (la foto non deve ledere l’immagine della persona ritratta). Questo perché credo che nel 2017 un discorso di privacy per strada sia alquanto insignificante: ormai i social network sono conosciuti da tutti, le nostre foto sono un po’ ovunque e non sarà certo una foto colta per strada a cambiare le carte in tavola. Può capitare che qualcuno chieda espressamente di non essere fotografato (mi è capitato due volte) ed in quel momento scatta il rispetto per la persona; ma sono casi limite e molto rari, quasi nessuno si lamenterà di una fotografia. E’ diventata, soprattutto nelle grandi città, quasi una consuetudine. Il rischio peggiore è di beccarsi una denuncia, questo almeno sulla carta. Nella vita reale quando una persona si accorge di una sua foto in rete possono capitare due situazioni: si lamenta con l’autore e chiede la rimozione, oppure si congratula con l’autore e chiede una copia dello scatto sotto accusa. In questo situazione, la migliore che ci possa capitare, probabilmente la foto conviene regalarla.

Spot, Parziale, Valutativa e Media

POSTED ON 8 Ott 2017 IN NeverSleep

Madonna del PinoWhere the streets have no nameBeing in the world in my own way

Per chi si avvicina al mondo della fotografia (e con l’avvento del digitale sono tanti) uno dei problemi maggiori è capire come funziona l’esposimetro della macchina.foto. L’esposimetro comunica alla fotocamera la quantità di luce presente (riflessa) e permette di definire la coppia diaframma/tempo più adeguata. Sembra semplice ma in realtà ogni scena fotografica ha caratteristiche di luce uniche, molto difficili da registrare. Non voglio addentrarmi in definizioni complesse ma semplicemente elencare i sistemi più diffusi di misurazione; vengono definite “lettura” (della luce) e sono quattro: valutativa, parziale, spot e media pesata al centro. In realtà ne esistono altri (non è proprio vero, sono leggere modifiche) e ogni casa costruttrice definisce la lettura con termini diversi, io parlo della mia esperienza con Canon: il discorso comunque è generale e si può adattare a tutte le macchine fotografiche. Ecco nel dettaglio come funzionano e in quali circostanza vanno utilizzati.

Valutativa VALUTATIVA:
E’ impostato di default e possiamo tranquillamente dire che si adatta al 90% dei casi. L’esposimetro divide l’inquadratura in settori e valuta grazie ad un algoritmo (che non conosco) quale diaframma/tempo utilizzare. Il grosso vantaggio è che l’esposizione viene calcolata sul punto di messa a fuoco e quindi non è necessario bloccare l’esposizione se si ricompone l’immagine.
Parziale PARZIALE:
E’ molto efficace quando lo sfondo è molto più luminoso del soggetto. E’ usata classicamente per il controluce. La lettura viene effettuata al centro in un’area corrispondente al 13,5% di quella coperta dal mirino.
Spot SPOT:
Molto simile alla “parziale” ma ancora più precisa. Viene utilizzata quando s’intende leggere un’area molto piccola e valutare la luce solo in quel punto. Copre il 3,8% del mirino.
Media Pesata al centro MEDIA:
La lettura della luce viene effettuata su tutto il mirino dando prevalenza all’area centrale. E’ stata usata per 40 anni sulle reflex professionali, oggi invece si utilizza pochissimo e si tende a preferire la valutativa alla quale somiglia tantissimo: la differenza è che nella media si valuta il centro del fotogramma e non il punto di messa a fuoco.

Nelle tre foto sopra ho usato tre metodi diversi. Media pesata al centro per la foto della Madonna del Pino dato che volevo dare prevalenza alla zona centrale del fotogramma e le condizioni di luce erano davvero particolari e di difficile gestione, spot nella foto di strada in quanto la modella si trovava perfettamente al centro dell’immagine ed era in forte controluce e valutativa nella foto di Isy perché si adatta a qualsiasi tipo di luce ed uso praticamente sempre quella. :)

L’esposimetro che troviamo sulle moderne reflex/compatte digitali è a “luce riflessa”: misura la luce che viene riflessa dal soggetto attraverso l’obbiettivo (TTL Through The Lens). Non sempre è preciso in quanto viene influenzato dalle proprietà del soggetto misurato: l’esempio tradizionale è quello della neve che essendo bianca riflette la luce anzichè assorbirla. In questo caso la macchina tenderà a sottoesporre trasformando il manto nevoso da bianco a grigiastro. Nel caso bisognerà sovraesporre manualmente di 1-2 stop. Il nostro esposimetro suppone che gli oggetti riflettano circa il 18% della luce che ricevono (un muro bianco riflette sino al 90%) e calcola i dati in base a questo dato di partenza. Per riuscire ad ottimizzare le nostre impostazioni dovremo quindi puntare l’obbiettivo su una superficie neutra: un muro grigio, un tronco di albero, un prato oppure il famoso cartoncino grigiomedio 18%, a quel punto, avendo una valutazione corretta, dovremo ricomporre l’immagine (se la macchina lo consente possiamo utilizzare il blocco dell’esposizione) e scattare la nostra foto. Mi sto spingendo troppo sul difficile, comincio anche io a non capire quello che scrivo. Un ultimo consiglio: non lesinate sugli scatti, se non siete sicuri cambiate le impostazioni e fotografate nuovamente. E’ un ottimo sistema per capire come la nostra attrezzatura reagisce alla diverse condizioni di luce.

Da sinistra: valutativa, media pesata al centro e spot
Da sinistra: valutativa, media pesata al centro e spot.

La fossa HDR

POSTED ON 19 Feb 2017 IN NeverSleep

Stages of a photographerSanto Stefano (HDR)

In questo ultimo periodo mi capita di vedere tantissime foto con colori fortissimi, ipersaturate, contrastate al massimo e piene di aberrazioni cromatiche. Questo perché è un momento di crescita della fotografia, ci sono troppi/tanti fotografi alle prime armi che si credono fenomeni e molto di loro si trovano nella fossa HDR, un termine che utilizzo sempre più di frequente da qualche tempo e che rappresenta in modo esemplare la situazione. Cosa succede? Quando si inizia a fotografare, ad un certo punto del proprio percorso di crescita, si crede di aver raggiunto un ottimo livello: magari per i complimenti degli amici, della mamma, per qualche riconoscimento di basso rango (probabilmente fortunato). E quindi si inizia ad esagerare, ad uscire un po’ fuori dai binari che sarebbe necessario percorrere per migliorare davvero. In realtà non si è ancora diventati bravi, semplicemente si è leggermente migliorata la propria tecnica. E si entra, fisiologicamente, in quella che viene definita fossa HDR. Chi si trova nella fossa è convinto di essere molto bravo, pubblica foto esasperate per toni, colori, saturazione, chiarezza sempre al massimo, vividezza cone se non ci fosse un domani e, come naturale conseguenza, artefatti a raffica. Magari qualche doppia esposizione, qualche High Dynamic Range. E inizia a ricevere apprezzamenti e like da chi capisce poco/nulla di fotografia, mentre coloro che ne capiscono scuotono la testa, non dicono niente, e pensano: “Ecco la fossa HDR“. E’ un brutto momento, ci siamo passati un po’ tutti, sottoscritto compreso e si vede dalla foto in alto a destra (è una fusione di 12 scatti, all’epoca pensavo fosse bellissima). A chi si trova in questa situazione non bisogna dire nulla, perché chi è nella fossa HDR non sa di esserlo ed è convinto che l’ipersaturazione, i colori che spaccano, il super contrasto, la foto che provoca sangue negli occhi a chi la osserva, sia la soluzione migliore. E’ il momento peggiore invece, il più basso (come si evince dal grafico): si ha una mediocre conoscenza del mezzo, pessima/nulla conoscenza della storia della fotografia e un inizio di capacità di post-produzione (e si vuole mostrarlo al mondo). E’ un grave errore, una situazione complicata: alcuni sono riusciti ad uscire dal tunnel, altri sono stati meno fortunati e continuano senza sosta a pubblicare foto allucinanti con la convinzione che siano capolavori. Purtroppo sono semplicemente esasperazioni senza né capo né coda. Ma nessuno osa dirglielo. Se vi capita un amico in questa situazione non esitate: copiate ed incollate questo post sotto la sua foto. Un giorno vi ringrazierà. :)

Davvero l’attrezzatura non conta?

POSTED ON 12 Feb 2017 IN NeverSleep

Lisa (Silver)Renato

Mi capita sempre più spesso di leggere che l’attrezzatura non conta. In un certo senso è anche vero, diciamo che un grande fotografo può riuscire a trovare una foto interessante anche con una fotocamera base (la compattina), ma a quel punto non si tratta di un grande fotografo ma di un grande osservatore (la musica non cambia). Il problema è che ci sono dei limiti che con la fantasia non puoi valicare e questi limiti sono quasi sempre dovuti alla combinazione macchina+obbiettivo (anche spazio e tempo). Il caso di queste due foto ritengo sia emblematico: la profondità di campo è limitata, molto limitata, e questo effetto (che trovo bellissimo in un certo tipo di ritratti) è impossibile da ottenere senza una grande apertura di diaframma; potrei citare una serie di esempi importanti in cui l’attrezzatura è fondamentale (sport, foto notturne, lunghe esposizioni), ma alla fine credo che il concetto che l’attrezzatura non conta sia un falso storico e che questo sia sotto gli occhi di tutti, soprattutto sotto gli occhi di chi lo afferma; è solo una difesa per non sminuire il lavoro dell’artista. Giusto, per carità, se non conosci la tua macchina fotografica e le caratteristiche del tuo obbiettivo diventa difficile, anzi, impossibile, trovare un’immagine di qualità. Ma alla fine dei conti credo sia possibile affermare, senza paura di smentita, che l’attrezzatura è fondamentale, ma non può sostituire le capacità del fotografo. Semplice, no?

L’attrezzatura conta, ma non bisogna dirlo ché si fa del male! (Paolo Viglione)

Visioni in biancoenero

POSTED ON 29 Gen 2017 IN NeverSleep

VisioneVisione [Colori]

Io fotografo a colori. Perché ritengo che il colore abbia un fascino nettamente superiore e sia più reale, più vero. Il biancoenero è un artificio, una sorta di filtro che si applica alle foto. Forse il miglior filtro che possiamo applicare ad una fotografia. E sono un po’ paraculo quando lo applico, perché so che quella immagine, anche se l’ho pensata a colori, può trovare maggiore apprezzamento da parte chi osserva se trasformata in bianconero. E quindi applico il filtro. Perché io guardo ed osservo a colori, e quando scatto immagino un mondo colorato nella mia foto. Non ci può limitare a scattare una foto a colori e poi convertirla, perché è una cosa diversa. La foto va pensata, ragionata e calibrata in biancoenero, prima dello scatto. E quando si preme il pulsante bisogna essere sicuri e certi che quella foto sarà in biancoenero. Perché se noi proviamo a trasformarla dopo, quindi pensiamo a colori e poi proviamo a trasformarla in post-produzione, non avremo mai lo stesso risultato. E’ vero che il sensore della macchina fotografica scrive il file con tutte le informazioni cromatiche, ma è quando pensiamo di scattare che la nostra visione deve cambiare ed è in quel momento che scegliamo come deve essere la foto. Se la alteriamo dopo sarà comunque una foto convertita, non sarà mai una foto in biancoenero. Perché se noi pensiamo a colori e stampiamo in bianconero, abbiamo una visione trasformata, è un filtro: ed è una cosa molto diversa.

Quando sono nato, la televisione, il cinema e la fotografia erano in bianco e nero e i miei maestri – Cartier-Bresson, William Klein, Jim Smith, Willy Ronis – erano tutti fotografi di bianco e nero. Io mi sono formato alle loro scuole, quindi istintivamente sono diventato un fotografo in bianco e nero. All’atto pratico, poi, trovo che per il mio tipo di fotografia il bianco e nero sia più efficace, più grafico, più forte. Inoltre, penso che il colore disturbi perché il fotografo, quando scatta, è attratto dai colori, che lo distraggono. Se in una foto c’è una macchia di colore, il viso del protagonista passa in secondo piano, mentre con il bianco e nero il rosso diventa nero e il viso risalta. Ed è questo che mi interessa. (Gianni Berengo Gardin)

Desaturando (ma solo parzialmente)

POSTED ON 22 Gen 2017 IN NeverSleep

EliMa - 03[in your purple eyes]

La tecnica della desaturazione parziale – chiamata anche cut-out o colore selettivo – consiste nel lasciare alcuni dettagli di una foto a colori, convertendo il resto della fotografia in bianco e nero. Si ottiene così una foto desaturata, in cui un solo colore (o anche di più, a seconda del dettaglio) mantiene il suo pigmento.

Io odio la desaturazione parziale. E nel mio portfolio ho almeno un paio di foto (le vedete in alto) postprodotte con questa tecnica. Sono due foto del quale mi vergogno molto, per il quale ho chiesto scusa e che mi hanno costretto a passare molto tempo in ginocchio sui ceci. Ho imparato con lo studio e l’esperienza che un bravo fotografo riesce a far risaltare un soggetto con la composizione, con lo sfuocato, con la tecnica. Le desaturazioni selettive sono fatte quasi sempre da amatori alle prime armi, servono a dare l’illusione (effimera) di uno scatto artistico, di uno scatto particolare, quando poi in realtà di artistico in quello scatto non c’è proprio nulla. E’ un inutile orpello per tentare di salvare una foto che altrimenti non avrebbe niente da dire: se sei costretto a desaturare parzialmente (con un programma di fotoritocco) per evidenziare qualcosa è chiaro che da qualche parte hai sbagliato, e forse non è il caso di dirlo al mondo. Prova a cercare una foto di un grande artista (del passato o anche attuale) che abbia desaturato parzialmente una propria foto. Ti risparmio un po’ di tempo: non ne troverai.

Pitturare e raccontare

POSTED ON 15 Gen 2017 IN NeverSleep

MordiParmaYoung PerformersWordpress #09Consonno #21

Nell’ultimo periodo il mio modo di intendere la fotografia è decisamente cambiato. Rivoluzione è una parola che si adatta bene a questa fase. Sono passato da quello che adesso definisco pitturare con la luce, a raccontare. Sono stato fulminato sulla via di Damasco dalle parole di Gianni Berengo Gardin: “il vero DNA della fotografia è la documentazione“. In rete mi capita di vedere di continuo bellissime foto di paesaggi incredibili, autentiche esplosioni di luci e di colori: tramonti, albe, cieli azzurrissimi e nuvole cariche di emozioni. E nonostante la quantità industriale di like e commenti positivi non mi entusiasmano: perché sono dipinti costruiti ad arte per imitare quello che i pittori disegnavano nei secoli scorsi. E’ cambiato il mezzo per dipingere, forse è diventato più semplice, ma il risultato non è cambiato molto. Descrivere e raccontare il mondo di oggi, il reportage, la documentazione: questa è il vero scopo della fotografia. Se voglio dipingere prendo un pennello, i colori, una tela e lascio correre la fantasia. E mi immagino il tramonto più bello di sempre sul Monviso, e disegno i riflessi di Rocca La Meja sull’omonimo lago; che se devo costruirlo con Photoshop, i tempi lunghi e con i filtri non cambia molto. Io non sono contrario al fotoritocco, la fotografia è arte, è la personale visione del fotografo tra realtà e fantasia; e al risultato finale, se non trascende la tangibilità del momento, si può arrivare con ogni mezzo. Perchè nemmeno il file raw grezzo è la realtà, ma è una realtà mediata dal fotografo, dal sensore e dall’obbiettivo. Chi vuole diventare pittore/artista con il sensore della propria macchina fotografica e con il fotoritocco è liberissimo di farlo: per un minuto, un giorno, per una vita intera, e certamente lo farò anche io, perché no? La parola fotografia però deriva dal greco e significa scrivere con luce, non dipingere con la luce (fotocromia). Credo che oggi più che mai la vera identità della fotografia sia il reportage: l’impronta dell’uomo sul pianeta. Ed è quello che lasceremo ai posteri, perchè di panorami mozzafiato finti ne abbiamo già per i prossimi 4000 anni, ma la storia come la cattura la nostra macchina fotografica non la può raccontare nessuno. E nessuno riuscirà a togliermelo dalla testa.

“Io non sono un artista. Non ci tengo assolutamente a passare per artista. Oggi i giovani fanno le cosiddette fotografia d’arte che a me non interessano perché copiano quello che hanno fatto i pittori con 50-100 anni di ritardo. A me interessa la foto di documentazione perché il vero DNA della fotografia è la documentazione. (Gianni Berengo Gardin)”

La foto è fluida?

POSTED ON 23 Dic 2010 IN NeverSleep

Al ladro!

Il copyright è morto? Forse no, ma possiamo tranquillamente affermare che il suo stato di salute non è dei migliori. E’ successo qualcosa che succede sempre: qualcuno ha prelevato da Flickr (il termine rubare non si addice) delle foto protette dal diritto d’autore e le ha pubblicate in rete. Niente di particolarmente strano. Il problema sorge se aggiungo che questo qualcuno è Repubblica, forse il più importante quotidiano italiano. Salto un paio di passaggi e passo direttamente a citare Michele Smargiassi, giornalista di Repubblica, che nel suo blog (Fotocrazia) racconta, con un lunghissimo articolo, del copyright al tempo di internet. Smargiassi definisce la fotografia fluida e giustifica, con una serie di arditi paragoni, l’operato del suo giornale: quello che percepisce il lettore è una via di mezzo fra ‘tanto rubano tutti‘ e ‘stupido tu che pubblichi le foto su Flickr‘. Smargiassi forse non sarà d’accordo con questo mio riassunto, ma il succo della comprensione è proprio questo. Aggiungo però che non ha tutti torti, il mondo e la rete purtroppo funzionano proprio così. Non che sia giusto, ovviamente. In queste ore ho letto tante opinioni sull’argomento (il post su Fotocrazia ha superato i 600 commenti), ma credo che la questione si possa risolvere con una sola, fottuta e semplice parola (e la scrivo maiuscolo): SOLDI. Nel 2010 è assolutamente anacronistico difendere la professione del fotoreporter, le alternative sono troppe, il citizen journalism ha preso il sopravvento e il mondo si evolve. E questo l’hanno capito anche i muri. Però se Repubblica decide di utilizzare delle immagini protette da copyright deve pagare gli autori, non ci sono alternative. E probabilmente anche Flickr dovrebbe evolversi aggiungendo una licenza specifica a pagamento: praticamente diventare un’agenzia di stock. L’autore della foto decide la cifra e chi vuole utilizzare quella specifica immagine paga i diritti (con percentuale a Yahoo, ovviamente). Al volo, come si usa fare ai tempi di internet. L’unica valida alternativa è scegliere una foto non protetta da copyright. Semplice, no?

Corriere (Inferno Run)

Photografare in Digitale

POSTED ON 21 Giu 2005 IN NeverSleep

Photografare in digitale /01 Photografare in digitale /02

Finalmente, in data 20 giugno 2005, è uscito il numero 12 della rivista “Photografare in digitale”. Dico finalmente perchè questo numero avrebbe dovuto contenere un intero servizio dedicato al sottoscritto. L’attesa non è stata vana. Il servizio c’è, ci sono le mie foto, c’è il mio autoritratto e c’è persino l’intervista che avevo rilasciato a suo tempo. Insomma mi piace. Mi soddisfa soprattutto il fatto che non abbiano cambiato una virgola, nemmeno un accento, alle risposte che avevo scritto. Evidentemente era scritto bene. Sono piccole grandi soddisfazioni. Il servizio rientra in una serie di articoli dedicati ai protagonisti di “FotoDialoghi”, la mailing-list di fotografia al quale sono iscritto. Ringrazio a tal proposito l’amico Giuseppe del Duca che mi ha scannerizzato le pagine a tempo di record. Per chi volesse acquistare la rivista è in edicola al prezzo di 6 euro. Merita, secondo me è la migliore del settore. E non solo perché parla del sottoscritto! ;-)

« Newer