La Grande Bellezza -Ca’ Damiani-

POSTED ON 20 Gen 2023 IN Reportage      TAGS: urbex, monument

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Ca’ Damiani è probabilmente una delle più grandi meraviglie del mondo urbex italiano. Quando si entra nelle stanze affrescate di questo palazzo del XVII Secolo non si può che rimanere estasiati dalla grande bellezza che ci circonda completamente: gli affreschi, che andrebbero restaurati, sono stati dipinti nel 1795 dal celebre pittore Niccolò Contestabili. La stanza più importante porta ad essere completamente immersi nella favola di Niobe e della sua superbia: si tratta di un paesaggio a fresco, uno stile molto in voga all’epoca, che occupa tutto lo spazio della stanza, da terra al soffitto e intorno alle pareti senza soluzioni di continuità né cesure.

Niobe aveva sposato Anfione, re di Tebe, e aveva avuto sette forti e robusti figli e sette bellissime figlie. Ne era così orgogliosa tanto da affermare di essere più feconda di Leto, che aveva avuto solo due figli Artemide e Apollo, e pretendeva che a lei e non a Leto spettassero gli onori divini. La storia arrivò alle orecchie di Apollo e Artemide che vollero punire Niobe per l’oltraggio fatto alla madre. Un giorno che i figli di Niobe erano a caccia, Apollo col suo arco d’argento li fece cadere tutti morti. Dopo questo dura punizione Niobe non si arrese anzi nonostante la perdita, continuava a vantarsi in quanto le rimanevano comunque ben sette figlie femmine; era ancora lei a vincere sulla madre di Apollo e Artemide. Questa volta toccò ad Artemide vendicarsi della madre, e ad una ad una con le sue frecce, uccise le sette figlie di Niobe. La sventurata madre accorse sulle pendici del monte dove erano le quattordici salme dei suoi figli, e davanti a quella scena si arrese e pianse, pianse tanto da scongiurare Zeus di tramutarla in roccia. Dopo un lungo vagabondare, Niobe capitò in Lidia dove, come suo volere, fu tramutata in roccia conservando la sua forma; tuttora continua a piangere tanto che da quella pietra colano incessantemente gocce d’acqua.

Il palazzo fu costruito da una importante e ricchissima dinastia di mercanti e banchieri, oltre che appassionati committenti d’arte, che da metà Seicento a fine Settecento, tra Pontremoli, Livorno, Pisa e Firenze crearono un immenso patrimonio. Ca’ Damiani è una struttura molto articolata e complessa: circa 1000 metri quadri, con tre corti, giardino centrale, due scale monumentali di cui una meravigliosa in marmo, vani per depositi di merci, spazi commerciali, piano nobile e un numero considerevole di ambienti. L’intero palazzo, nonostante il vincolo diretto d’interesse architettonico apposto dalla Soprintendenza competente nel 1982, è rimasto nella totale incuria. Conseguentemente il degrado dei paramenti, degli intonaci, modanature e decorazioni esterni e interni, nonché strutturale, a causa della forte umidità di risalita dal terreno che ha intaccato profondamente le murature a piano terra, è proseguito inesorabile fino a oggi.

Ci troviamo di fronte ad un esempio perfetto di decadenza, il palazzo che fu costruito per lo splendore di una famiglia e della sua nobile città, resta in silenzio, morente, in attesa di un’opportunità di rinascita che forse non arriverà mai. (Lorena Durante)

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Villa Azzurra -Il manicomio dei bambini-

POSTED ON 18 Gen 2023 IN Reportage      TAGS: urbex, asylum

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Villa Azzurra, il manicomio dei bambini di Grugliasco, è un luogo di sofferenza; il dolore trasuda dalle pareti, ma si possono solo immaginare le atrocità che si sono compiute fra queste mura.

Un vero e proprio lager chiuso definitivamente nel 1979, ma l’imponente Villa Azzurra esiste ancora e versa in uno stato di abbandono. Si trova al confine fra Grugliasco e Collegno, in fondo alla via Lombroso a Torino e per tanto tempo è stato un luogo macabro che non somigliava né a una villa e né rimandava alle fiabe.

La storia del manicomio Vittorio Emanuele III (questo il nome dell’intera struttura) è lunga è travagliata: venne costruito in epoca fascista, dopo la guerra fu utilizzato come ospedale, ricovero, campo di concentramento per ebrei e ospitò gli sfollati dell’alluvione del Polesine nel 1951 e 1952; tornò alla sua funzione originaria solo nel 1960 e riprese ad ospitare i piccoli malati. Da quel momento iniziò l’epoca più buia e terribile di Villa Azzurra: nel 1964 divenne vice direttore e medico responsabile della struttura il professor Giorgio Coda, psichiatra, meglio conosciuto come l’elettricista per via della sua propensione ad utilizzare l’elettroshock che lui definiva elettromassaggio. I piccoli ricoverati venivano legati ai letti, ai termosifoni, per giorni interi senza possibilità di muoversi e sottoposti a trattamenti atroci.

Nel 1970 il fotografo Mauro Vallinotto riuscì ad entrare con un sotterfugio nella palazzina B dove erano ricoverati i bambini e salì nei dormitori. Travestito da medico scattò una serie di fotografie che fecero scalpore: bambini legati mani e piedi ai letti, ricoperti di mosche, impossibilitati a muoversi, alcuni giacevano con i loro escrementi; ma la foto che fece più scalpore fu quella definita crocefissione di Maria nella quale veniva ritratta una bambina, di circa 6-7 anni, completamente nuda, legata mani e piedi al letto con le braccia divaricate come se fosse crocifissa. Le foto vennero pubblicate il 26 Luglio 1970 sull’Espresso e lo stesso giorno i carabinieri entrarono nella struttura. Da quel momento iniziò la fine del manicomio dei bambini: nel 1974 Giorgio Coda venne condannato a 5 anni di reclusione, ma per un cavillo legale non scontò mai la pena.

Il 2 dicembre 1977, alle 18.30, quattro uomini facenti parte dell’organizzazione armata di estrema sinistra Prima Linea penetrano nell’appartamento dove Coda fa visite private sito in via Casalis 39 nel quartiere “bene” di Cit Turin e, dopo averlo sottoposto a un breve processo e legato ad un termosifone, gli sparano alle spalle e alle gambe. Sul corpo esanime gli attaccano un cartello con su scritto: “Le vittime del proletariato non perdonano i loro torturatori“.

C’è un bellissimo articolo di Michele Smargiassi su Fotocrazia, la rubrica di Repubblica, dedicato alla Crocefissione di Maria. È un racconto vero, intenso, che fa riflettere sul potere della fotografia e sulla storia di Villa Azzurra. Da leggere.

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Il sanatorio -maledetto- di Bioglio

POSTED ON 9 Gen 2023 IN Reportage      TAGS: urbex, hospital

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Quello che viene definito Sanatorio Maledetto si trova a Bioglio, un piccolo paese di nemmeno 1000 anime in provincia di Biella. La lussuosa villa con parco botanico costruita nel 1879 da Giovanni Battista Sella fu donata, tramite la federazione fascista biellese, al Duce che realizzò, come si usava all’epoca, un sanatorio per i malati di tubercolosi e fu inaugurato nel 1931. Bioglio venne scelto per l’aria buona, per la sua posizione collinare esposta a Sud ai piedi delle Alpi, ma al riparo dai venti. Alla fine della guerra passò allo Stato Italiano che dopo il 1962, tramite l’INPS, lo trasformò in casa di cura e prese il nome di Madonna Dorotea. Si racconta che il sanatorio sia maledetto tanto da portare a Bioglio medium ed esperti di paranormale.

Già gli antefatti rendono il luogo particolarmente pregno, in quanto il proprietario Giovanni Battista Sella, deputato nel corso del 1800 e cugino di Quintino Sella, lì si suicidò nel 1902 lanciandosi da una finestra dopo la morte prematura dei due figli (di cui la figlia diciassettenne Ida anch’essa suicida) e della moglie Elena Mathieu. Occorre ricordare inoltre che poco tempo prima proprio la moglie, disperata per la scomparsa dei figli, si era messa in contatto con alcuni medium che convocati dal senatore Federico Rosazza tennero alcune sedute spiritiche, fatto assai usuale in quegli anni.

Negli ultimi anni le testimonianze di strani accadimenti, al limite dell’incredibile, all’interno del Sanatorio sono tantissime: l’apparizione di uomo con un mantello nero ed un cappello di foggia antica davanti agli occhi di un’operatrice, voci in lingua strana, un giovane biondo vestito di bianco che si aggira per i locali, ascensori che si muovono da soli, telefoni che squillano di notte, una voce che recita un rosario, oggetti che spariscono, figure e ombre, porte che si chiudono da sole e infine il più sconcertante: la presenza di una donna bionda che indicando alcune pazienti (tre i casi: Felicina, Artemia e Velina) ne annunciava la morte, realmente avvenuta di lì a poco. Se ne parlò molto sui giornali e in televisione, il noto presentatore Giancarlo Magalli durante una trasmissione che parlava del caso disse: “Possibile che si sbaglino tutti?”. Venne creata anche un’apposita commissione per studiare il caso Bioglio al quale prese parte il noto studioso biellese di parapsicologia Alberto Serena.

Attualmente il sanatorio di Bioglio è in stato di apparente abbandono. È completamente vuoto, ma di proprietà dell’ASL di Biella. È stato chiuso il 30 settembre 2013, all’epoca della chiusura si pensava dovesse diventare un REMS -residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza- cioè una struttura sanitaria di accoglienza per gli autori di reato affetti da disturbi mentali e socialmente pericolosi. Sembrava tutto pronto, ma i tempi si sono dilatati e la necessità di un’ulteriore REMS in Piemonte è venuta a mancare: al momento non è possibile sapere la destinazione futura della struttura. Questi sono i fatti e la storia di una residenza storica che ancora oggi mantiene intatto un fascino incredibile. Appena entrato sono rimasto meravigliato dall’incredibile lucernario che domina dall’alto l’enorme atrio centrale: praticamente non sono riuscito a staccargli l’obbiettivo di dosso.

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Teatro Fascista in 14mm

POSTED ON 4 Gen 2023 IN Reportage      TAGS: urbex, theater

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Sono tornato, quasi per caso, al celeberrimo Teatro Fascista. Non ero molto intenzionato a scattare, ma il tempo in qualche modo va utilizzato e con la fotografia non è mai sprecato: ho deciso quindi di diventare specialistico e di fotografare solo con il Sigma 14mm, un obbiettivo che all’epoca della prima infiltrazione non avevo nello zaino. E da quella esplorazione nel teatro diverse cose sono cambiate: un’insegna è sparita, un’altra è stata spostata all’ultimo piano, è stata eseguita una pulizia poco accurata. Ho cercato delle simmetrie perfette, il tempo a disposizione non mi è mancato, e ho lavorato di precisione con la testa micrometrica per ottenere la perfetta centratura del quadrato. E sono riuscito ad ottenere un reportage, ovviamente solo parziale, ma che trovo decisamente interessante.

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La scala rossa -degli infami-

POSTED ON 3 Gen 2023 IN Reportage      TAGS: urbex

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Sarebbe più semplicemente La Scala Rossa (ma anche Villa Keiko, il vero nome), una sorta di Red Carpet del mondo urbex. E devo ammettere che non ho capito il concetto di infami, ci dev’essere qualche faida nascosta; ma il suono mi attirava, era melodioso e poi l’ho sempre definita così, era giusto conservare il titolo.

Questa villa tende a ridefinire il concetto di meraviglia, almeno per quanto riguarda l’esplorazione urbana: si entra dal seminterrato passando da quello che una volta doveva essere un giardino lussureggiante e che invece adesso è ricoperto di foglie secche. Il racconto fotografico è invertito rispetto all’entrata. Nel seminterrato si trova una zona svago, con ping pong, calciobalilla, cantina e zona bar/taverna. Poi si salgono le scale, si arriva all’ingresso e non si può che rimanere estasiati dalla sala da pranzo, dal salone e soprattutto dall’ingresso dominato da una meravigliosa scala in legno ricoperta dal celebre tappeto rosso.

Chiaramente non è finita perché ci sono ancora due piani e la musica non cambia; in tema di musica, nel piano ammezzato trova spazio un pianoforte ormai distrutto dai stralci di soffitto che stanno cadendo sul pavimento. Al secondo e terzo piano si trovano le stanze, lo studio, le camere da letto (ho perso il conto) e sinceramente spero di essere riuscito a raccontare la bellezza attraverso le immagini, perché con le parole è troppo difficile, per me impossibile. Tutto in questa villa è concepito nel lusso e nell’eleganza, non manca davvero nulla: e questo aumenta la sensazione di tristezza e di malinconia. Non ci sono spiegazioni, non ci sono motivazioni comprensibili. Rimangono solo le tantissime bambole, in attesa, nella speranza che un giorno fra queste pareti si possa tornare ad ascoltare risate e vita.

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Natività e Toscanelli

POSTED ON 24 Dic 2022 IN Details      TAGS: urbex, xmas, 50ne

Natività e Toscanelli

Prosegue imperterrita, e senza soluzione di continuità, la tradizione del post natalizio. Ed è il terzo anno consecutivo che riesco a trovare la foto in anticipo e sempre in tema urbex; ma d’altronde capita con un certa frequenza di imbattermi in segni natalizi in locations abbandonate. Questa volta non è un albero addobbato e nemmeno un Babbo Natale, ma addirittura un presepe alla moda di Gip: nel televisore. C’è anche un pacchetto quasi intonso di Toscanelli. E il mio più sincero augurio per un bellissimo e felice Natale.

Il circolo dei ciclisti

POSTED ON 22 Dic 2022 IN Reportage      TAGS: urbex

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Abbiamo deciso di chiamarlo Circolo dei Ciclisti perché in epoca recente, e prima del definitivo abbandono, con ogni probabilità aveva ospitato un’associazione sportiva: in alcune stanze (e all’esterno) abbiamo visto manifesti, locandine e adesivi (ormai consumati dall’umidità) dedicati al ciclismo. Forse una donazione? In precedenza era un’antica villa nobiliare, una residenza di rara bellezza, di proprietà di una delle più famose e ricche famiglie della zona. Non è difficile capirlo anche solo osservando la struttura, quello che rimane: tappezzeria, colonne, camini, soffitti affrescati, piccoli resti di arredo di prestigio, un salone importante su due livelli. Fra quelle colonne si dice ci fosse una libreria enorme e clamorosa: non è rimasto più nulla, purtroppo il tempo e gli agenti atmosferici hanno ormai preso il sopravvento e l’umidità sta minando le fondamenta di questa bellissima villa destinata presto a morire definitivamente.

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Teatro Carlo Bernasconi

POSTED ON 10 Dic 2022 IN Reportage      TAGS: urbex

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Il Teatro Carlo Bernasconi (dedicato al celebre produttore scomparso nel 2001) è stato per tanti anni un mondo intenso e feroce. Faceva parte, anzi, era il cuore pulsante, degli studios di Telecittà a San Giorgio Canavese: oltre 100mila metri quadri che comprendevano diversi teatri di posa, due set esterni e circa 6mila metri di uffici, camerini, saloni per il trucco, regie di produzione e montaggio e un’ ampia area, altamente tecnologica, per la post-produzione e la computer-grafica. Inoltre l’area poteva permettersi due hotel a 4 stelle, due ristoranti (fra cui il celebre Copacabana) e un enorme parcheggio, il tutto a soli quindici minuti d’auto dall’ aeroporto di Caselle e a quarantacinque dalla Barriera di Milano.

Lo svincolo autostradale di San Giorgio è stato il polmone del dopo Olivetti. In un reticolo di pochi chilometri – stretti stretti tra rotonde e bianche costruzioni – si è concentrata un’alternativa a quel lutto insostenibile segnato dalla scomparsa della “cara azienda”, una via di fuga nel materiale e nell’immaginario. Da un lato, Pininfarina, il suo ramo produttivo chiuso lo scorso ottobre; dall’altro – lungo le evocative via Federico Fellini e via Anna Magnani – Telecittà Studios, la Hollywood piemontese, a San Giusto Canavese

In questo teatro, dal 2000 al 2016, hanno lavorato sino a 1300 persone e sono state girate le puntate di Vivere e Centovetrine, le due soap opera italiane, prodotte da Mediaset, di maggior successo degli anni 2000. Poi la crisi, la cancellazione di Vivere nel 2008 e infine la chiusura di Centovetrine nel 2012 (nonostante ascolti di ottimo livello). Una vertenza sindacale, le proteste di artisti, lavoratori e telespettatori, un piccolo segnale di ripresa, un colpo di coda veloce che non ha impedito la fine di tutto il 13 marzo 2015 con il comunicato di Mediaset che annunciava la cancellazione ufficiale dai palinsesti. Un colpo pesantissimo per il Canavese già duramente provato dalla chiusura di Olivetti e Pininfarina. La situazione oggi è di completo degrado, tutto è abbandonato, l’insegna Teatro Carlo Bernasconi è stata coperta da teli di plastica: la sindaca di San Giorgio Canavese ha rivolto più volte appelli alla proprietà, ma al momento sono lettera morta. Esiste un futuro per la Hollywood del Canavese?

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ThyssenKrupp 6 dicembre 2007

POSTED ON 6 Dic 2022 IN Reportage      TAGS: urbex, industrial

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Entrare nella ThyssenKrupp è stata un’esperienza diversa dalle altre. Raramente, quasi mai, mi capita di sentire paura, ma in questa fabbrica devastata dal ricordo una sensazione di fastidio ha preso il sopravvento: non sono riuscito in nessun modo a fotografare con calma. Un’agitazione strana si è impossessata del mio cervello e ho scattato con un’ansia che non avevo mai provato. La condizione psicologica è stata influenzata, ovviamente, dalle voci che raccontavano di persone poco raccomandabili all’interno e in precedenza io stesso avevo visto un paio di energumeni aggirarsi per capannoni in modo sospetto, ma la tentazione è stata troppo forte e sono dovuto tornare.

Nella notte fra il 5 e il 6 dicembre 2007 gli addetti alla linea 5 dello stabilimento di Torino erano in attesa di riavviare l’impianto dopo un fermo tecnico per manutenzione. Trentacinque minuti dopo la mezzanotte l’impianto venne riavviato. In prossimità della raddrizzatrice, un irregolare scorrimento del nastro contro la carpenteria metallica (causato da una non precisa centratura del nastro stesso) produsse un forte attrito che innescò prima delle scintille e quindi un incendio dovuto principalmente alla presenza di carta intrisa di olio. L’addetto alla linea, rendendosi conto delle fiamme, si recò di corsa verso la sala di controllo per dare l’allarme: tutto il personale si precipitò quindi a tentare di spegnere l’incendio. Vennero prelevati gli estintori presenti lungo la linea, ma il loro impiego non riuscì a domare le fiamme; l’incendio si stava alimentando a causa della carta intrisa d’olio, della segatura, utilizzata sempre per assorbire l’olio, e di altra sporcizia. Si pensò allora di servirsi delle manichette antincendio e, mentre l’unico sopravvissuto era in attesa del nulla osta per poter aprire l’acqua, le fiamme danneggiarono un tubo flessibile dell’impianto idraulico oleodinamico da cui fuoriuscì dell’olio ad alta pressione nebulizzato, che immediatamente si incendiò come una grande nube (fenomeno del flash fire) investendo sette lavoratori.

Era mezzanotte e 53 minuti del 6 dicembre 2007: sono passati 15 anni da quella terribile notte, ma il ricordo è ancora vivo e non dovrà morire mai. Voglio ricordare i nomi delle 7 persone che hanno perso la vita cercando di domare l’incendio che divampò alla linea 5: Antonio Schiavone, 36 anni, Roberto Scola, 32 anni, Angelo Laurino, 43 anni, Bruno Santino, 26 anni, Rocco Marzo, 54 anni, Rosario Rodinò, 26 anni, Giuseppe Demasi, 26 anni. In Italia le statistiche delle cosiddette morti bianche sono in miglioramento costante, ma comunque ancora oggi muoiono circa 700 lavoratori all’anno e probabilmente i dati non sono precisi, ma leggermente sottostimati. Non conosco nessuna ricetta per fermare questa guerra, ma credo che ricordare e non dimenticare tragedie come l’incidente della ThyssenKrupp possa permettere di tenere alta l’attenzione e salvare vite umane. Non dimenticare.

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[…] i caduti sul lavoro non sono una sorpresa, la ThyssenKrupp con il suo interminabile elenco di morti, l’ultimo proprio oggi, è solo l’ennesimo episodio. Le pene vanno fortemente inasprite e gli ispettori vanno aumentati. Chi fa morire per incuria un operaio deve finire in galera senza nessuno sconto e senza nessun indulto.
– Antonio Di Pietro

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La Villa del Levriero

POSTED ON 3 Dic 2022 IN Reportage      TAGS: urbex

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Alla Villa del Levriero si giunge attraverso un piccolo parco: la vegetazione è cresciuta in modo incontrollato, si capisce che sono anni che non viene fatta manutenzione, si avanza con difficoltà. Arrivati davanti alla casa la prima cosa che si nota è la maestosità: le finestre del secondo piano sono enormi, è il tramonto e capiamo che i calcoli sulla possibilità di sfruttare la luce radente del sole erano corretti. La porta è aperta, entriamo dentro un enorme salone dalle pareti bianche, molto asettico, con un camino e un gigantesco divano in velluto verde. Le stanze sono tantissime, si susseguono una dopo l’altra: notiamo un altro camino, un divano a motivi floreali, un tavolo in vetro, ragnatele; frontalmente all’entrata si trova la meravigliosa cucina con un la vetrata che prende luce dalla parte posteriore del parco, l’angolo televisione e le stoviglie in disordine sul tavolo. Il lampadario, in vetro, attira subito la mia attenzione.

La Villa prende il nome da una strana statua in ceramica posta davanti all’ingresso, a guisa di cane da guardia. Purtroppo il Levriero è sparito, probabilmente rubato. Quando abbiamo varcato la porta d’ingresso Lorena mi ha subito fatto notare (con voce dimessa): “Non c’è più il levriero“. Un dispetto, non certo un furto per necessità: chi ha portato via la statua voleva semplicemente impedire ad altri di fotografarlo, non esistono spiegazioni logiche diverse da questa.

Il punto forte della villa però si trova al secondo piano: al culmine delle scale ci accoglie un enorme salone illuminato dai raggi del tramonto. La libreria copre tutta la parete, c’è un angolo bar, un altro divano e un meraviglioso biliardo. Siamo sbalorditi davanti a tutta questa bellezza. Al piano ci sono anche le stanza da letto e una strana lampada a forma di papero. La Villa del Levriero è una di quelle location urbex che ti apre il cuore: tutto è rimasto quasi come l’ultimo giorno, è sparito il levriero, ma si è aggiunta la polvere a coprire e nascondere.

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La casa dei francobolli

POSTED ON 2 Dic 2022 IN Reportage      TAGS: urbex

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La casa dei francobolli (oppure del filatelista) è una di quelle tragedie (perdonatemi il termine esagerato) che si consumano nel mondo urbex. Mi avevano avvisato e sapevo che avrei trovato una situazione completamente diversa dalle foto di chi mi aveva preceduto. Ma nonostante tutto sono rimasto esterrefatto e senza parole: la stragrande maggioranza dei mobili era stata spostata, i quadri in posizione completamente diversa, libri buttati alla rinfusa e, soprattutto, erano sparite le famose vaschette di plastica con i francobolli e quelli ritenuti di poco valore erano sparsi ovunque come fossero coriandoli, alcuni portati dal vento addirittura nel giardino e sul sentiero che conduce alla casa. La parte centrale della villa è crollata e per salire al piano superiore mi sono dovuto letteralmente arrampicare sulle macerie; questa difficoltà però ha fatto si che la stanza da letto fosse praticamente perfetta e bellissima: quasi romantica, con i quadri in bianco e nero dei bambini, nella sua delicatezza. Sono andato via con un senso di malcelata tristezza: distruggere in questo modo non ha davvero nessun senso.

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Cascina Alpine

POSTED ON 29 Nov 2022 IN Reportage      TAGS: urbex

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Se devo trovare un aggettivo per definire questa esplorazione scelgo triste: perché l’aria che ho respirato fra queste mura è stata strana, malinconica, deviante. Non ho visto un motivo, un filo conduttore: tutto mi è sembrato essere in disordine, alla rinfusa, senza una logica. Una logica, magari non apparente, deve sempre esserci, è fuori discussione, ma in questo caso ho trovato un senso poco coerente e mesto, confuso come la nebbia che in queste zone conoscono molto bene. Alpine è un nome di fantasia e trova la sua spiegazione nella bellissima e fiammante Renault Alpine rossa nascosta in garage. Diciamo quel poco che ne rimane, ma anche questa senza una logica apparente rispetto al resto.

La Alpine GTA è un’autovettura sportiva gran turismo prodotta dal 1984 al 1991 dalla casa automobilistica francese Alpine. La GTA (acronimo di Grand Tourisme Alpine), altrimenti chiamata Renault Alpine GTA, fu introdotta all’inizio del 1985 per sostituire la A310. La presentazione avvenne nel marzo al Salone dell’automobile di Ginevra del 1985. La carrozzeria, in plastica e poliestere, riprendeva grosso modo le forme della A310, ma ristilizzata in chiave più moderna, grazie alla matita di Heuliez, l’autore del restyling: nuovi erano per esempio i paraurti integrati nella scocca.

Ho scattato quello che mi sembrava interessante, molto poco, e ho lasciato da parte il resto. Non sono riuscito a trovare nulla che potesse fornirmi una svolta positiva, qualcosa che mi dicesse vale la pena. Sono uscito in fretta e furia con un velo di paura e tristezza nelle ossa: come se la mancanza di una regola certificasse un fastidio immenso.

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La Chiesa delle Tre Croci

POSTED ON 20 Nov 2022 IN Reportage      TAGS: urbex, church

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Sulla strada provinciale che collega Pinerolo a Carmagnola, fra Vigone e Pancalieri, non è difficile notare una strana gabbia ricoperta di piante. È una sorta di sarcofago, una rete metallica costruita attorno a quella che viene definita la Chiesa delle Tre Croci. La Chiesa è in avanzato stato di decomposizione, il tetto è parzialmente crollato, la natura ha preso il sopravvento e la struttura è destinata a crollare in tempi molto rapidi. L’entrata è complicata: si passa attraverso un piccolo buco nella rete che la circonda, quindi è necessario superare una specie di foresta amazzonica, e infine, quando si riesce finalmente ad entrare, si cammina su un tappeto di guano e carcasse di piccioni. Un’esperienza non proprio gradevole. I resti dell’altare sono ancora interessanti, ma anche di quello è rimasto pochissimo, giusto l’idea. Qualche foto veloce e poi fuori, che arriva il tramonto.

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Villa Extravaganza

POSTED ON 15 Nov 2022 IN Reportage      TAGS: urbex

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E’ una semplice affermazione, un classico che mi perseguita: “Qui ci sono solo due foto da fare, facciamo presto”. Un mantra ossessivo che quasi mai corrisponde al vero. Perché solitamente si finisce con il trovare posti incredibili e le foto diventano decine. Nel caso di Villa Extravaganza abbiamo davvero superato il limite della decenza, perché secondo le mappe non era nemmeno da prendere in considerazione: e invece sono clamorosamente spuntati 3 piani di delicata bellezza, di colori, di stravaganze assortite, di stupore e di lusso. Si, perché fra queste pareti non mancava davvero nulla: ho finito per perdere il conto dei servizi igienici a disposizione di ospiti e titolari, quasi uno per ogni stanza da letto. Tappezzeria eccentrica nelle camere, una cucina che definire pittoresca è forse riduttivo e bagni con rivestimenti al limite dell’effetto ottico. E poi un biliardo, fortunatamente dal tappeto verde, con 6 buche e decine di palline da golf: che io sinceramente non avevo mai visto utilizzare in tal senso e del quale non capisco la peculiarità. E poi quelle porte colorate, impilate nell’angolo senza apparente motivo. Zoccoli olandesi in Vibram, un orso, Kermit la rana, una madonnina delicata, bottiglie di alcolici in tutti gli anfratti, un sirio. Definire tutto questo stravagante è troppo poco: parliamo di EXTRAvagante e forse anche qualcosa di più.

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L’atelier della Volpe

POSTED ON 15 Nov 2022 IN Reportage      TAGS: urbex

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L’immaginazione quasi sempre supera la realtà e la realtà diventa fantasia perché ci sono idee che non riusciamo a percepire come possibili e rimaniamo incantati dal genio, dalla confusione, dall’eccentrico. Non esiste una spiegazione per certi fenomeni che colpiscono la nostra mente e quando sono passato dalla finestra per entrare in quello che, con davvero poca immaginazione, posso definire l’atelier della Volpe, ho intuito subito di essere in un luogo fuori dal tempo e dal mondo. Perché qui finisce la razionalità e si percepisce un mondo parallelo, un bellissimo universo di colori, immagini, idee, arte, pittura, storia e voli pindarici che non hanno ragione di esistere. Non è quantificabile, non si può catalogare un’esperienza di questo tipo perché è fuori dai ranghi dell’essere comune; e non posso fare che altro che strabuzzare gli occhi, fotografare, ricordare, fare un inchino e ringraziare l’uomo, il pittore e l’artista che hanno creato questo mondo straordinario e immaginifico. È un sogno che non diventerà mai realtà.

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La casa del matematico

POSTED ON 11 Nov 2022 IN Reportage      TAGS: urbex

La casa del matematico /04

Questa meravigliosa villa abbandonata si trova tra le colline della Toscana; descrive una vita di passione e amore, sembra che i muri possano parlare e raccontare la loro storia. Purtroppo è abbandonata da troppo tempo (inizio 2000) e gravi problemi strutturali stanno minando la sua sopravvivenza: addentrarsi fra le pareti e le scale di questa casa è davvero pericoloso. Fu di un famoso matematico, uno dei maggiori analisti italiani del XX secolo. Le stanze sono stracolme di scritti del professore e di quadri della figlia che a detta di alcune fonti viveva a Parigi. Altre persone raccontano invece che la figlia/pittrice non avesse mai veramente vissuto in Francia: diplomata all’accademia di Belle Arti, trascorse quasi tutta la sua esistenza in questa casa anche dopo la morte dei genitori, uscendo solo una volta alla settimana per andare a prendere la corriera che la portava al cimitero. In paese la donna era conosciuta per gli strani turbanti che indossava. Sono storie romantiche, ma che lasciano un velo di compassione: mi sarebbe piaciuto aver conosciuto il professore e la figlia artista e adesso vorrei potergli dire che i loro ricordi rimarranno impressi per sempre nelle mie foto. Sarebbe un onore.

Sono arrivato nella casa del matematico all’alba, fine Agosto, era ancora buio. Ho attraversato la fitta vegetazione non senza fatica e mi sono ritrovato dentro che iniziava ad albeggiare. Non avevo a disposizione molto tempo e ho fotografato con tempi lunghissimi e iso troppo alti rispetto alle mie abitudini. Rispetto alle foto che avevo visto in precedenza la situazione è totalmente cambiata, se non fosse per i dettagli avrei fatto fatica a riconoscere le stanze.

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