La casa dei francobolli

POSTED ON 2 Dic 2022 IN Reportage

La casa dei francobolli /02

La casa dei francobolli (oppure del filatelista) è una di quelle tragedie (perdonatemi il termine esagerato) che si consumano nel mondo urbex. Mi avevano avvisato e sapevo che avrei trovato una situazione completamente diversa dalle foto di chi mi aveva preceduto. Ma nonostante tutto sono rimasto esterrefatto e senza parole: la stragrande maggioranza dei mobili era stata spostata, i quadri in posizione completamente diversa, libri buttati alla rinfusa e, soprattutto, erano sparite le famose vaschette di plastica con i francobolli e quelli ritenuti di poco valore erano sparsi ovunque come fossero coriandoli, alcuni portati dal vento addirittura nel giardino e sul sentiero che conduce alla casa. La parte centrale della villa è crollata e per salire al piano superiore mi sono dovuto letteralmente arrampicare sulle macerie; questa difficoltà però ha fatto si che la stanza da letto fosse praticamente perfetta e bellissima: quasi romantica, con i quadri in bianco e nero dei bambini, nella sua delicatezza. Sono andato via con un senso di malcelata tristezza: distruggere in questo modo non ha davvero nessun senso.

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Cascina Alpine

POSTED ON 29 Nov 2022 IN Reportage

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Se devo trovare un aggettivo per definire questa esplorazione scelgo triste: perché l’aria che ho respirato fra queste mura è stata strana, malinconica, deviante. Non ho visto un motivo, un filo conduttore: tutto mi è sembrato essere in disordine, alla rinfusa, senza una logica. Una logica, magari non apparente, deve sempre esserci, è fuori discussione, ma in questo caso ho trovato un senso poco coerente e mesto, confuso come la nebbia che in queste zone conoscono molto bene. Alpine è un nome di fantasia e trova la sua spiegazione nella bellissima e fiammante Renault Alpine rossa nascosta in garage. Diciamo quel poco che ne rimane, ma anche questa senza una logica apparente rispetto al resto.

La Alpine GTA è un’autovettura sportiva gran turismo prodotta dal 1984 al 1991 dalla casa automobilistica francese Alpine. La GTA (acronimo di Grand Tourisme Alpine), altrimenti chiamata Renault Alpine GTA, fu introdotta all’inizio del 1985 per sostituire la A310. La presentazione avvenne nel marzo al Salone dell’automobile di Ginevra del 1985. La carrozzeria, in plastica e poliestere, riprendeva grosso modo le forme della A310, ma ristilizzata in chiave più moderna, grazie alla matita di Heuliez, l’autore del restyling: nuovi erano per esempio i paraurti integrati nella scocca.

Ho scattato quello che mi sembrava interessante, molto poco, e ho lasciato da parte il resto. Non sono riuscito a trovare nulla che potesse fornirmi una svolta positiva, qualcosa che mi dicesse vale la pena. Sono uscito in fretta e furia con un velo di paura e tristezza nelle ossa: come se la mancanza di una regola certificasse un fastidio immenso.

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La Chiesa delle Tre Croci

POSTED ON 20 Nov 2022 IN Reportage

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Sulla strada provinciale che collega Pinerolo a Carmagnola, fra Vigone e Pancalieri, non è difficile notare una strana gabbia ricoperta di piante. È una sorta di sarcofago, una rete metallica costruita attorno a quella che viene definita la Chiesa delle Tre Croci. La Chiesa è in avanzato stato di decomposizione, il tetto è parzialmente crollato, la natura ha preso il sopravvento e la struttura è destinata a crollare in tempi molto rapidi. L’entrata è complicata: si passa attraverso un piccolo buco nella rete che la circonda, quindi è necessario superare una specie di foresta amazzonica, e infine, quando si riesce finalmente ad entrare, si cammina su un tappeto di guano e carcasse di piccioni. Un’esperienza non proprio gradevole. I resti dell’altare sono ancora interessanti, ma anche di quello è rimasto pochissimo, giusto l’idea. Qualche foto veloce e poi fuori, che arriva il tramonto.

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Villa Extravaganza

POSTED ON 15 Nov 2022 IN Reportage

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E’ una semplice affermazione, un classico che mi perseguita: “Qui ci sono solo due foto da fare, facciamo presto”. Un mantra ossessivo che quasi mai corrisponde al vero. Perché solitamente si finisce con il trovare posti incredibili e le foto diventano decine. Nel caso di Villa Extravaganza abbiamo davvero superato il limite della decenza, perché secondo le mappe non era nemmeno da prendere in considerazione: e invece sono clamorosamente spuntati 3 piani di delicata bellezza, di colori, di stravaganze assortite, di stupore e di lusso. Si, perché fra queste pareti non mancava davvero nulla: ho finito per perdere il conto dei servizi igienici a disposizione di ospiti e titolari, quasi uno per ogni stanza da letto. Tappezzeria eccentrica nelle camere, una cucina che definire pittoresca è forse riduttivo e bagni con rivestimenti al limite dell’effetto ottico. E poi un biliardo, fortunatamente dal tappeto verde, con 6 buche e decine di palline da golf: che io sinceramente non avevo mai visto utilizzare in tal senso e del quale non capisco la peculiarità. E poi quelle porte colorate, impilate nell’angolo senza apparente motivo. Zoccoli olandesi in Vibram, un orso, Kermit la rana, una madonnina delicata, bottiglie di alcolici in tutti gli anfratti, un sirio. Definire tutto questo stravagante è troppo poco: parliamo di EXTRAvagante e forse anche qualcosa di più.

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L’atelier della Volpe

POSTED ON 15 Nov 2022 IN Reportage

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L’immaginazione quasi sempre supera la realtà e la realtà diventa fantasia perché ci sono idee che non riusciamo a percepire come possibili e rimaniamo incantati dal genio, dalla confusione, dall’eccentrico. Non esiste una spiegazione per certi fenomeni che colpiscono la nostra mente e quando sono passato dalla finestra per entrare in quello che, con davvero poca immaginazione, posso definire l’atelier della Volpe, ho intuito subito di essere in un luogo fuori dal tempo e dal mondo. Perché qui finisce la razionalità e si percepisce un mondo parallelo, un bellissimo universo di colori, immagini, idee, arte, pittura, storia e voli pindarici che non hanno ragione di esistere. Non è quantificabile, non si può catalogare un’esperienza di questo tipo perché è fuori dai ranghi dell’essere comune; e non posso fare che altro che strabuzzare gli occhi, fotografare, ricordare, fare un inchino e ringraziare l’uomo, il pittore e l’artista che hanno creato questo mondo straordinario e immaginifico. È un sogno che non diventerà mai realtà.

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La casa del matematico

POSTED ON 11 Nov 2022 IN Reportage

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Questa meravigliosa villa abbandonata si trova tra le colline della Toscana; descrive una vita di passione e amore, sembra che i muri possano parlare e raccontare la loro storia. Purtroppo è abbandonata da troppo tempo (inizio 2000) e gravi problemi strutturali stanno minando la sua sopravvivenza: addentrarsi fra le pareti e le scale di questa casa è davvero pericoloso. Fu di un famoso matematico, uno dei maggiori analisti italiani del XX secolo. Le stanze sono stracolme di scritti del professore e di quadri della figlia che a detta di alcune fonti viveva a Parigi. Altre persone raccontano invece che la figlia/pittrice non avesse mai veramente vissuto in Francia: diplomata all’accademia di Belle Arti, trascorse quasi tutta la sua esistenza in questa casa anche dopo la morte dei genitori, uscendo solo una volta alla settimana per andare a prendere la corriera che la portava al cimitero. In paese la donna era conosciuta per gli strani turbanti che indossava. Sono storie romantiche, ma che lasciano un velo di compassione: mi sarebbe piaciuto aver conosciuto il professore e la figlia artista e adesso vorrei potergli dire che i loro ricordi rimarranno impressi per sempre nelle mie foto. Sarebbe un onore.

Sono arrivato nella casa del matematico all’alba, fine Agosto, era ancora buio. Ho attraversato la fitta vegetazione non senza fatica e mi sono ritrovato dentro che iniziava ad albeggiare. Non avevo a disposizione molto tempo e ho fotografato con tempi lunghissimi e iso troppo alti rispetto alle mie abitudini. Rispetto alle foto che avevo visto in precedenza la situazione è totalmente cambiata, se non fosse per i dettagli avrei fatto fatica a riconoscere le stanze.

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Santi in paradiso

POSTED ON 6 Nov 2022 IN Reportage

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Forse troppi santi in paradiso. Ma è un altro argomento, molto di moda, che non mi interessa discernere. Ci sono altre storie e devo prendere atto che in questo periodo l’urbex mi trascina in amare riflessioni sul futuro e sul lascito dopo vita. In uscita silenziosa da questa casa, da troppo tempo in balia degli eventi, abbiamo incontrato una signora: le abbiamo chiesto informazioni e la risposta è stata quasi banale nella sua semplicità. E passano i giorni, forse gli anni e luoghi meravigliosi e colmi di fascino diventano quasi un pericolo per la collettività implodendo su se stessi. Confuso e troppo di corsa mi sono perso in queste stanze che racchiudono una storia di vita, ricordi legati al passato, gli anni che scorrono inesorabili, l’arrivo di una vecchiaia e un futuro certamente non da scrivere per l’impossibilità di farlo.

Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza.
– Lorenzo De’ Medici

Mi ritorna sempre nella mente questa bellissima frase e mi costringe a riflettere sul futuro e forse, più probabilmente, sul presente. Perché purtroppo in realtà del domani una certezza l’abbiamo, l’unica certezza che possiamo avere: questo domani non ci sarà. L’ottimismo è il sale della vita. Rimane solo da capire quanto possa durare l’oggi, ma sarà più breve di quanto si riesca ad immaginare. Adesso fate gli scongiuri più potenti che conoscete, ma puntate sulla felicità e ricordatevi di essere lieti perché domani è certo che non lo sarete: i santi non vanno in paradiso.

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L’alcova degli amanti

POSTED ON 2 Nov 2022 IN Reportage

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Quella che viene definita Alcova degli Amanti, piccolo luogo sperduto, nascosto e abbandonato nell’appenino toscano, probabilmente rimarrà la più grande delusione urbex degli ultimi anni. Arrivarci è stato complicato, entrarci quasi impossibile, ma quando ci siamo accorti che le difficoltà non erano casuali abbiamo fermato le macchine fotografiche e siamo usciti lasciando il resto del racconto alle foto in esterno. Abbiamo subito capito che qualcuno aveva da poco bloccato quasi tutti gli accessi, il piano superiore era sbarrato e dentro una serie di sacchi neri erano stato raccolti tutti gli oggetti, le cose, i ricordi. Una sorta di abbandono e chiusura molto ben ragionati. Credo che questa specie di Bed & Breakfast (non sono sicuro della tipologia, ma non saprei come definirlo) sia stato chiamato Alcova degli Amanti perché non si trattava di un vero e proprio approdo turistico, ma forse più un luogo dove nascondersi: inoltre la disposizione delle stanze e gli arredi lasciano presagire un qualcosa di relativo al sesso e agli incontri di amorosi sensi. Abbiamo scattato poche foto in interno (le prime stanze dopo l’ingresso), qualche panoramica in esterno e abbiamo deciso, nostro malgrado, di lasciare per viaggiare verso altri lidi. Addio amanti, non è stato un grande piacere.

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Casa Serena

POSTED ON 1 Nov 2022 IN Reportage

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Serendipity è un termine inglese coniato da Horace Walpole nel XVIII secolo e indica l’occasione di fare scoperte per puro caso e, anche, il trovare una cosa non cercata e imprevista mentre se ne stava cercando un’altra (definizione presa da wikipedia). E Casa Serena rientra proprio nel novero delle scoperte assolutamente casuali: eravamo alla ricerca di altro, di qualcosa di molto più aristocratico. Ma in cima a una collina sperduta, nel nulla, abbiamo trovato questa modesta dimora in cerca di autore. E nonostante le qualità estetiche tipiche dell’architettura povera di campagna sono riuscito a cogliere diversi spunti interessanti: devo ammettere che sono molto soddisfatto delle foto, perché da queste immagini spunta e si fa ammirare il carattere sobrio, ma allo stesso tempo dignitoso e onesto, di coloro che hanno abitato fra queste pareti. Il nome è chiaramente inventato e deriva dalla fusione di due elementi: serendipity, come spiegato all’inizio, e da un almanacco del 1995 dedicato alla vita domestica e che si chiamava Casa Serena (trovato in un cassetto della cucina). Sin troppo facile, naturale, fisiologico.

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Il palazzo dell’Alchimista

POSTED ON 26 Ott 2022 IN Reportage

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Il palazzo dell’Alchimista è un reportage che mi lascia un velo di insoddisfazione; perché la fretta è nemica della buona fotografia e in certi momenti servirebbe poter riflettere e aspettare la scelta migliore. E invece in questo meraviglioso palazzo mi sono visto costretto ad agire sotto pressione e con l’ansia come amica di avventura: certo, la possibilità che ci fosse un enorme molosso ad aspettarci sotto la finestra era nell’aria e ampiamente prevedibile. In realtà poi gli eventi nefasti non si sono realizzati e a mente fredda (e lucida) avrei potuto dedicare un tempo maggiore all’esplorazione e alla fotografia. Nonostante tutto e tutti qualcosa di interessante sono stato in grado di fotografare e l’immagine al quale tenevo di più, il celebre soffitto a ottagoni della stanza da letto, alla fine sono riuscito a portarla a casa (con il fiato sul collo).

In questa villa l’alchimista Cesare Mattei curava i pazienti con l’elettromeopatia. Andando oltre le teorie di Hahnemann (fondatore dell’omeopatia) elaborò una nuova teoria medica che chiamò Elettromiopatia (o Elettromeopatia) e nel 1859, benché avversato dalla classe medica, iniziò la produzione dei rimedi elettromeopatici esportandoli anche all’estero. Nacque un deposito centrale a Bologna e altri 26 depositi autorizzati in tutto il mondo che crebbero fino a 107 nel 1884, tra i più importanti il Consorzio di Ratisbona (Regensburg), la Mattei Home (Londra) e quelli in Belgio, Stati Uniti d’America, Haiti e Cina. Negli anni 1887/1888, errate speculazioni finanziarie del nipote Luigi Mattei, predestinato erede e co-intestatario di quasi tutte le proprietà, causarono una gravissima crisi economica alla famiglia. Non riuscendo a far fronte ai debiti e agli altissimi tassi degli usurai, molti beni vennero messi all’asta. La rovina minacciò di sommergere tutto il patrimonio, compresa la Rocchetta. Cesare decise di diseredare il nipote e riuscì a sanare in parte la situazione, coadiuvato dal suo collaboratore Mario Venturoli (1858-1937), che adottò nel 1888 in segno di riconoscenza. Nel 1895, ormai anziano e reso paranoico dalle continue dispute con i medici allopatici, a causa di una incomprensione con la nuora (sospettata di aver tentato di ucciderlo servendogli un caffè avvelenato), cacciò lei e Mario dal castello e in seguito li diseredò.

All’uscita, nonostante le paure, del temibile e feroce guardiano a quattro zampe nemmeno l’odore. E nello zaino avevo un osso gigante per soddisfare le sue grinfie. Ma d’altronde l’urbex è un’attività che sarebbe opportuno svolgere all’alba, anche a Marzo: la prima foto è stata scattata alla 7.35 mentre l’ultima alle 7.56, 21 minuti praticamente al buio e sempre di corsa. L’ansia dell’esplorazione urbana.

L’antico palazzo è oggi è diviso in due parti: una di proprietà comunale, l’altra invece appartiene ad un privato. Attualmente, la parte più fatiscente del palazzo è molto trascurata perché da molto tempo non si fanno lavori di restauro. Alcune stanze sono pericolanti e parzialmente crollate, ma la cucina, il salone-camera da letto e il bagno sono ancora intatti, e mantengono, oltre ai pregevoli portali e gli stucchi sui soffitti, ancora l’antica mobilia, numerose foto, alcuni giochi d’epoca e antichi oggetti di uso quotidiano.

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Per questo esiste l’Alchimia. Affinché ogni uomo cerchi il proprio tesoro e lo scopra e poi desideri essere migliore di quanto non fosse nella vita precedente. Il piombo svolgerà il proprio ruolo fino a quando il mondo non ne avrà più bisogno. Ma poi dovrà trasformarsi in oro. È quanto fanno gli Alchimisti: dimostrano che, ogniqualvolta cerchiamo di essere migliori di quello che siamo, anche tutto quanto ci circonda diventa migliore.
– Paulo Coelho, L’alchimista

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Discoteca Excalibur

POSTED ON 22 Ott 2022 IN Reportage

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Quando sento nominare la mitica spada di Re Artù non posso fare a meno di pensare al leggendario SuperFantozzi, forse il più iconico dei film di Paolo Villaggio: Excalibur IMBECILLE! Ma torniamo sulla terra e lasciamo in pace il mito: l’Excalibur è il nome di una discoteca Toscana diventata luogo di migrazione giovanile di massa a metà degli anni 90. Fu costruita come un castello medioevale, tra le polemiche per il disboscamento selvaggio, su una superficie complessiva di 36mila metri quadrati e credo che all’epoca dovesse essere un sogno per qualsiasi giovane della zona (e non solo). Per due anni, venne inaugurata il 29 dicembre 1993, fece ballare e divertire il popolo della notte con ospiti di prestigio come Alba Parietti e Alain Delon. Purtroppo l’epopea dell’Excalibur durò il battito d’ali di una farfalla e dopo un paio d’anni arrivò il fallimento e la successiva chiusura. Il nome ritornò in auge nel 1999 quando venne acquistata da un gruppo di svizzeri facoltosi per 884 milioni di vecchie di lire.

Ma solo nel 2004, sotto la proprietà del santacrocese Mario Marianelli (suo, allora, anche il Concorde e il Don Carlos), si riparte. Tra sbandieratori e coreografie medievali, l’Excalibur torna ad accogliere dj, musicisti, letterina e più o meno vip. Anche questa seconda esperienza dura l’arco di un paio di anni, fino all’estate del 2005.

Poi un altro fallimento, le torce e fiaccole, simbolo della discoteca, si spengono nuovamente lasciando spazio all’abbandono e al degrado. Di quel sogno non rimane quasi più nulla: i simboli ci sono ancora, le sale da ballo si intravedono, ma la natura inizia a prendere il sopravvento. Oggi l’Excalibur è una delle fotografie più iconiche del mondo urbex italiano, un cartolina: una serie di poltrone sotto l’impronta di un lucernario. E per qualche secondo, di fronte alla lente di una fotocamera, ritorna il mito che non c’è più.

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Sala da Bagno

POSTED ON 12 Ott 2022 IN Reportage

Sala da Bagno

La villa del collezionista di piatti

POSTED ON 7 Ott 2022 IN Reportage

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Ci sono luoghi che fanno parte della storia urbex del nostro paese e sicuramente la fu Villa del collezionista di piatti fa parte di questa schiera di luoghi nostalgici e immaginifici. Io purtroppo sono arrivato troppo tardi e non sono riuscito ad ammirare i celebri piatti, sempre che qualcuno sia riuscito nell’impresa (dal vivo). Nelle mie foto rimane solo qualche impronta sul muro, come l’ombra di un cerchio, i segni di una passione cancellata dal tempo e dall’oblio. Però devo ammettere che quando ho intuito che quella dimora abbandonata era un volto conosciuto non sono rimasto insensibile al fascino della scoperta. Questa esplorazione risale all’estate 2021 e mi dicono che adesso non sia rimasto praticamente più nulla: immagino (e spero) che tutto sia stato recuperato da proprietari. Ma tutto le volte che osservo quelle impronte sul muro la domanda mi arriva quasi spontanea: ma sti celebri piatti com’erano?

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Un raggio di sole

POSTED ON 4 Ott 2022 IN Reportage

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In Italia ci sono tutta una serie di luoghi abbandonati a metà. Tipicamente si parla di strutture comprate nell’idea di un rilancio sociale ed economico e poi nuovamente lasciate al loro destino; le cause sono sempre le stesse e non è difficile indovinare: finiscono i soldi. Quasi sempre perché non si sono calcolati costi e tempi in modo adeguato. Chiaramente sono tutte ipotesi, ma la pandemia che ha colpito il nostro paese (e non solo) non ha fatto altro che aumentare il disagio e le difficoltà. Nel caso di questa storica villa adagiata sul mare il caso è ancora più complicato: fu prima clinica per malati di tubercolosi, poi centro riabilitativo ortopedico e consultorio. Venne donata oltre quarant’anni fa da una famiglia torinese ad una precisa condizione: che fosse utilizzata a fini socio-sanitari. Purtroppo però i denari non sono mai abbastanza e la regione, proprietaria della struttura, decise di venderla per fare cassa. E non è servito a nulla il ricorso al TAR presentato nel 2008 dagli eredi della famiglia torinese proprio facendo riferimento al vincolo di destinazione a fini socio-sanitari.

Nel 2012, in calce ad un articolo che spiegava la travagliata situazione, si poteva leggere questo commento: “Io ci abito affianco, stanno distruggendo tutto, scavano con gigantesche ruspe e disboscano giorno dopo giorno potando alberi sanissimi sino all’osso senza apparente senso, se non quello di farli morire. Dall’alto continuano a far scendere quintali di detriti. E’ una tristezza, nel parco la sera c’erano le lucciole e si vedevano e sentivano specie di uccelli stranissimi. Ora tutto tace. A parte il frastuono delle ruspe.

Le notizie in merito alla situazione si fermano proprio al 2012 e non c’è traccia di quanto successo negli ultimi 10 anni. Sicuramente i lavori sono fermi da tempo e non sembra ci sia nessuna intenzione di proseguire: l’immobile tornerà alla Regione? Oppure, dopo essere stato violentato e abbandonato, diventerà l’ennesimo esempio di sfacelo all’italiana?

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Mausoleo di Ciano

POSTED ON 29 Set 2022 IN Reportage

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Il mausoleo di Ciano si trova a Livorno, sulle colline alle spalle della città, in località Monteburrone. Avrebbe dovuto essere la tomba del gerarca fascista Costanzo Ciano, nato appunto a Livorno e morto nel 1939. La costruzione fu affidata allo scultore Arturo Dazzi per la parte statuaria, che a sua volta chiamò Gaetano Rapisardi per la parte architettonica. I lavori iniziarono velocemente, ma furono bloccati dalla caduta del regime fascista alla fine della seconda guerra mondiale.

Secondo il progetto, il monumento avrebbe dovuto essere costituito da un grande basamento sormontato da una statua, alta 12 metri, che lo rappresentava alla guida del suo “mas” (“motoscafo armato silurante”). Inoltre era prevista la costruzione di un colossale faro, a forma di fascio littorio, alto più di 50 metri.

Attualmente il mausoleo di Ciano giace abbandonato, da oltre 70 anni. Praticamente un enorme monumento, si tratta di un massiccio torrione alto circa 17 metri, dedicato alla caduta del regime fascista. La vista dal tetto (che attualmente è senza protezioni e di facile accesso attraverso una scala esterna) è incredibile, domina tutta Livorno e si estende sino alle isole dell’arcipelago toscano (Capraia, Gorgona, Elba); nelle giornate limpide si può anche ammirare il profilo della Corsica. Recentemente il fumettista Daniele Caluri aveva proposto (a sue spese) di trasformarlo in qualcosa di simile al deposito di Paperon de’ Paperoni e sarebbe stato semplicemente fantastico. Purtroppo l’idea non è andata in porto, davvero un grande peccato: non oso immaginare le orde di turisti in visita (e la strada non è delle più agevoli) ad una delle più curiose attrazioni del mondo.

La statua di Ciano, incompleta, non fu mai posta in opera, ma giace ancora sull’isola Santo Stefano nell’arcipelago di La Maddalena, in Sardegna, presso la cava nella quale era in lavorazione al momento della sospensione del cantiere (in particolare restano la grande testa e parti del corpo). Altre tre statue minori, che avrebbero dovuto ornare l’opera, si trovano invece a Forte dei Marmi: due marinai sul lungomare ed un balilla in un piccolo parco all’incrocio fra via Piave e via Mascagni.

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Un tuffo dove l’acqua è più blu

POSTED ON 26 Set 2022 IN Reportage

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L’attività del fotografo urbex solitamente si divide in industrie, ville e ospedali (meglio se psichiatrici). Talvolta però capita di trovare qualcosa di insolito e un po’ particolare: questa piscina abbandonata, ormai da tempo, è un classico esempio di diverso perché qui la luce, contrariamente al normale, non manca. E la natura ha preso il sopravvento perché umidità e sole sono generosi da queste parti: e quindi il verde è cresciuto un po’ ovunque, fra le piastrelle, sul cemento, in vasca. Durante l’esplorazione il pericolo maggiore è stato quello di tagliarsi perché il tetto in vetro ha in parte ceduto ed è crollato sulla piscina creando un effetto decisamente straniante. E rumoroso. Posso concludere dicendo che nonostante il caldo e il sole a picco non mi sono arrivate la voglia e la tentazione di un tuffo. Non questa volta.

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