La magia dei libri

POSTED ON 24 Gen 2024 IN Reportage     TAGS: URBEX

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Nella mia esperienza di urbexer ho visitato alcuni luoghi indimenticabili, che lasciano una memoria importante e che riescono a togliere il fiato. Molti perché hanno una bellezza intrinseca, reale, tangibile, altri perché dopo averli visti e desiderati da tempo quando arriva il momento l’emozione è sempre tanto forte. E poi ci sono ambienti che rimangono nel cuore, anche solo ad annusarli, a intuirli, a immaginarli. La storia di queste foto è complicata, consta di un salto indietro nel tempo importante e di una serie di richieste, conferme, amicizie, opportunità. E quando l’opportunità capita, e poi capita ancora, forse è un segnale che giocoforza debba essere sfruttata, nonostante i retro pensieri.

L’esplorazione di quella che viene definita Villa dei Libri (ma che in realtà ha un nome aristocratico e altisonante) è stata praticamente notturna: tutte le foto sono scattate con il treppiede, sensibilità alta e tempi decisamente lunghi perché ho preferito entrare sfruttando delle tempistiche insolite. Ed è stata un’esplorazione in solitaria, e mi capita di rado, perché la mia controparte ha scelto di non entrare per rispettare un principio di correttezza e di rispetto nei confronti dei proprietari: una promessa da mantenere. La sua motivazione è assolutamente comprensibile, ma devo ammettere che mi è dispiaciuto molto fotografare da solo per come erano iniziate e proseguite le ricerche e per il livello della location.

Sono entrato e uscito senza sfiorare niente, cercando di essere il più invisibile e veloce possibile, per non disturbare l’idea di calma e tranquillità che regnava intorno a me. Ho scelto di riprendere solo le stanze più interessanti e per una volta ho preferito non creare un reportage completo, ma solo di cogliere l’essenza più importante. E ci sono i libri, che sono la storia di questa villa, che portano un’impronta forte: si sente il profumo della carta e della polvere ed è una magia che non riesco a descrivere con le parole, ma solo con le immagini. Spero di essere riuscito a rendere l’idea delle emozioni che ho provato mentre aspettavo, un tempo interminabile, che si chiudesse l’otturatore.

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Discoteca Mayerling

POSTED ON 20 Gen 2024 IN Reportage     TAGS: URBEX, disco

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Il mondo urbex delle discoteche è in continuo fermento. La moda dei locali da ballo che imperversava negli ultimi decenni del secolo scorso è andata scemando e dopo qualche timido tentativo di rilancio la stragrande maggioranza delle fabbriche del divertimento notturno ha dovuto chiudere i battenti. Alcune sono autentiche ed enormi cattedrali nel deserto, senza alcun futuro. Fra le protagoniste indiscusse del periodo d’oro, sicuramente la Discoteca Mayerling di Castellar Guidobono in provincia di Alessandria (in questo caso non avrebbe senso nascondere il nome) si differenziava per una particolare caratteristica: la tigre. Adesso sembra assurdo, ma la discoteca prende il nome dalla Tigre Mayer, poco più di un gatto, come la definiva Giorgio Brichetti, storico ideatore e proprietario del locale.

Mayer, poco più di un gatto! Quando ho aperto il Mayerling qualcuno dei miei collaboratori ironizzava sul fatto che ci volesse un cane molto bello nel giardino del locale, dalla nobile immagine così come il nome della residenza Asburgica. Ma a me non sono mai piaciute le cose semplici così presi la tigre!

Il Mayerling apre al pubblico nel 1983 e, complice la Tigre, è subito un successo spaventoso: l’idea iniziale era di creare un locale per 500 persone, ma alla sera dell’inaugurazione si presentarono in 1500. Praticamente sempre aperta arrivò a contenere sino a 4000 giovani assetati di divertimento provenienti da Piemonte, Liguria, Lombardia ed Emilia. Per quasi 15 anni il successo del Mayerling fu inarrestabile e devo ammettere che leggendo i racconti di chi ha avuto l’onore di varcare quel portone d’ingresso (che oggi è entrato nel mito) rimpiango di non aver avuto il piacere di salutare la tigre Mayer (che è mancata nel 2006 a Salice Terme). Giorgio Brichetti vende nel 1996 e inizia il declino sino alla definitiva chiusura. Qualche tentativo di rilancio, ma ormai i tempi sono cambiati, le persone anche e purtroppo le due torri di ingresso che hanno segnato un’epoca per i giovani della zona sono destinare a rimanere nel silenzio e nell’abbandono. Il ruggito della tigre è un ricordo lontano.

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La casa di Orazio e Lucrezia

POSTED ON 9 Gen 2024 IN Reportage     TAGS: URBEX

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Ci sono diverse motivazioni che mi spingono sempre con maggiore frequenza nella fotografia urbex e non sono semplici da descrivere. La prima forza che mi muove è sicuramente la fotografia: in questo genere, per certi versi molto complicato, è possibile trovare sempre nuovi stimoli e nuove prospettive. È fotografia di interni, di architettura, ma con un fascino vintage e decadente che rende l’urbex quasi uno stile di vita, vorrei usare la parola ribelle, ma forse sto esagerando.

Il secondo motivo è sicuramente la scoperta, la storia che si nasconde dietro ad ogni avventura in luoghi abbandonati. E la storia di Orazio e Lucrezia è intrigante, malinconica, straniante, triste. La si intuisce, la si comprende e si entra in sintonia con loro anche se non sono più parte del nostro mondo ormai da tempo. È come quando ci si innamora di un film e si vorrebbe diventare amici dei personaggi di quella pellicola. Con Orazio e Lucrezia si prova una sensazione simile, ma loro sono reali e si impara a conoscerli osservando la loro vita, la loro casa, quello che hanno lasciato nel tempo senza che nessuno potesse custodire il loro lascito. Viene anche definita La Villa del Bersagliere, non sono riuscito a capire se ci siano della verità nella definizione, ma sicuramente qui viene raccontata la perdita di un figlio e si impara a conoscere la tristezza e il dolore che hanno accompagnato la seconda parte del secolo scorso. È un insieme di ricordi e malinconia che, pur senza conoscerli, fanno amare i protagonisti di questa storia, tratto da una storia vera si dice al cinema, quasi a volerli abbracciare se fossero ancora qui.

Fra queste mura abbiamo scattato in silenzio, sottovoce, con un rispetto ancora maggiore in confronto ad altre esplorazioni. Perché certi messaggi, conservati con estrema cura per anni, fanno scendere le lacrime dagli occhi e ti lasciano dentro una sensazione di empatia non semplice da descrivere. Quando siamo usciti il nostro cuore era contrariato e felice, ma colmo di un’aurea indecifrabile di emozioni e suggestioni positive. Ma quello che sorprende è che probabilmente è solo immaginazione, tentativi di pochi minuti per decifrare un codice che richiederebbe un’analisi molto più approfondita: sono fantasie che si possono elaborare e diventare una sorta di realtà. La nostra realtà aumentata ed è questo rende incredibile questo viaggio. E voglio chiedere scusa a Orazio e Lucrezia per aver osservato, come in un film, la loro vita, ma mi sento di mandargli un abbraccio perché in questi pochi minuti gli ho voluto bene. Davvero. Sembra impossibile, ma è così.

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Villa del Cacciatore -Madonne e Calendari-

POSTED ON 2 Gen 2024 IN Reportage     TAGS: URBEX

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Viene definita Villa del Cacciatore per una cartuccia e un cinturone da caccia che si trovano nella sala da pranzo. Io avrei scelto un altro nome, perché la prima cosa che salta all’occhio e l’enorme quantità di calendari sparsi per tutta la casa e che coprono un arco temporale di circa 24 anni (1979-2003), anche se la stragrande maggioranza è relativa ai primi 2000. E poi, ma questo capita in tanti luoghi abbandonati, non si può non notare la presenza invadente -eccessiva- di simboli cattolici in tutte le stanze: crocefissi, foto, santini, un vangelo, la madonnina con l’acqua di Lourdes, madonne vari, almeno 3 pontefici, Gesù, il suo cuore e diversi santi.

Ma senza considerare queste ingombranti oscenità (ci sono anche tante bottiglie liquori e un paio di spille della Lega Nord) quello che colpisce di questa Villa è il totale stato di abbandono corredato da un silenzio e da un senso di tranquillità che in altri luoghi non ho riscontrato. Se il riferimento temporale fornito dai calendari è reale (e non ho motivo di pensare il contrario) fra queste pareti non metteva piede nessuno da oltre 20 anni e il tempo ha portato avanti la sua opera di distruzione senza intralcio. La tappezzeria che si scolla, l’intonaco che cade a pezzi sui mobili e sui pavimenti, lo spesso strato di polvere e la presenza di tutti gli oggetti di una vita raccontano tanto e non lasciano spazio a dubbi e incertezze.

Se dovessi stilare una classifica sulla qualità fotografica delle mie esplorazioni urbex credo che la Villa del Cacciatore potrebbe tranquillamente ambire al podio. Ho selezionato qualcosa come 73 foto, non sono riuscito a scartare niente, e credo che riescano a raccontare in modo pressoché completo la situazione e la storia di questa incredibile casa. Perché qui dentro il rischio è davvero di perdersi nei dettagli e negli oggetti, perché si percepiscono l’emozione e la tradizione che il secolo scorso hanno rappresentato per il nostro paese. E poi quando siamo usciti… ma no, è un’altra storia che non voglio raccontare. Non ancora almeno.

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Villa Baragiola

POSTED ON 19 Dic 2023 IN Reportage     TAGS: URBEX

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Quasi mai, dovrei controllare, ho pubblicato un articolo urbex iniziando dal bagno come immagine di copertina; ma in questo caso meritava, perché Villa Baragiola non ha molto da offrire all’esplorazione urbana e il bagno -meraviglioso- si trova al piano superiore dove la sicurezza non è proprio garantita, anzi, il rischio di ritrovarsi velocemente al piano inferiore, senza passare dalle scale, è notevole.

Villa Baragiola fu edificata da Andrea Baragiola De Bustelli, noto per la costruzione del vicino ippodromo, a partire dal 1892, su proprietà appartenenti alla sua famiglia. L’edificio, da lui ribattezzato Villa Emma in omaggio alla moglie Emma Ronzini, presentava una pianta quadrata, con al centro il vano della scala intorno a cui si articolavano vari ambienti: biblioteca, armeria, il salone d’onore, illuminato da una grande vetrata che affacciava sul vasto parco. Andrea Baragiola morì nel 1899, pare in duello, e gli interventi di trasformazione proseguirono nel ‘900 ad opera della vedova che decise in omaggio al marito, di proseguire i lavori già iniziati fino al 1925, anno della morte. Nel 1931 la villa fu ceduta al banchiere Giacomo Tedeschi, fu ristrutturata e rinominata Villa Alessandra in onore della signora Alessandra Pecchio. Nel 1932 i figli di Giacomo Tedeschi, Guido e Mario, ereditarono villa e parco in parti uguali. Acquistata dal Seminario Arcivescovile di Milano, la proprietà fu utilizzata fino al 1991 come sede scolastica e la villa, ornata negli anni ’40 con la scritta Humilitas e la corona della famiglia Borromeo, adibita a rettorato e alloggi. Dal febbraio 2001 il parco e la villa sono di proprietà del comune di Varese:

Da qualche tempo si parla di recupero di Villa Baragliola, della voliera liberty e del parco. Grazie a un finanziamento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza da 15 milioni di euro l’intero plesso sarà ristrutturato: la villa diventerà un centro culturale a disposizione dei cittadini. Fra le proposte spicca anche la possibile creazione di un museo della Fotografia. La voliera liberty invece potrebbe trasformarsi in un suggestivo e moderno chiosco. Il cuore del progetto però è quello che viene definito housing sociale: 70 appartamenti che saranno concessi in affitto a prezzo calmierato. Il progetto, per usufruire dei fondi, andrà concluso entro il 2026. Il tempo stringe e speriamo che Varese possa abbracciare nuovamente Villa Baragiola.

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Villa Puricelli

POSTED ON 18 Dic 2023 IN Reportage     TAGS: URBEX

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Piero Puricelli è stato un ingegnere e imprenditore italiano. Si laureò in Ingegneria nel 1905 al Politecnico federale di Zurigo; amava definirsi ingegnere architetto: l’architetto studia la sfida per la realizzazione di un’opera, l’ingegnere risolve la sfida. Lui intendeva interpretare entrambi i ruoli. E fu proprio lui a disegnare e progettare una strada veloce senza incroci e riuscì a realizzarla: la Milano-Laghi, la prima autostrada del mondo. In un’epoca pionieristica fu un’intuizione geniale: nel dopoguerra il mezzo di locomozione più importante era la bicicletta e l’automobile era ancora una peculiarità dei ricchi: nel 1924 in Italia il numero di veicoli a motore circolanti non superava le 85.000 unità.

Villa Puricelli è un bellissimo esempio di stile Liberty, con pianta rettangolare e annesse stalle. Classica nelle facciate settentrionali e orientali, la casa presenta un ricercato gusto eclettico nell’affaccio meridionale. Sono presenti una massiccia torretta con loggia, volumi prospicenti con balconata e bellissime vetrate ad arco, con colonnine binate e ferro battuto. La dimora prende il nome dai suoi proprietari, i Puricelli, famiglia castronnese di costruttori di vie, esperti nell’estrazione di pietre nelle cave, e a capo della società Italstrade. Il nome di un suo componente, Piero, è legato alla prima autostrada italiana, Milano-laghi, di cui fu l’ideatore e promotore. La villa si trova in uno stato di degrado drammatico.

La Villa della Famiglia Puricelli è in avanzato stato di crollo, un modo nuovo (di mia recente invenzione) per definire una situazione di difficile, forse impossibile, recupero. Recentemente, grazie ai soldi del bando di rigenerazione urbana, si è parlato di un progetto per trasformare Villa Puricelli (con il suo parco di 14.000 metri quadri) nella nuova sede del comune di Castronno. Un’idea decisamente ambiziosa, forse troppo dico io, e per certi versi affascinante, ma che potrebbe richiedere una spesa di quasi 4 milioni di euro. Una ristrutturazione complicata e costosa. Riusciranno i nostri eroi nella loro impresa? Ai posteri l’ardua sentenza. Nui non commentiamo, chiniamo la fronte e fotografiamo.

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Villa Ferrari

POSTED ON 10 Dic 2023 IN Reportage     TAGS: URBEX

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Villa Ferrari non esiste realmente, è un nome di fantasia. Le fonti del mondo urbex sostengono che, nella sala da pranzo, fosse presente un’automobile giocattolo, una Ferrari appunto, ma sinceramente non ho mai visto immagini di questo presunto automezzo. In sala da pranzo però è rimasto un piccolo modellino di Formula 1 con il numero 13 e di colore rosso: dall’estetica potrebbe sembrare un’auto di Maranello risalente alla metà del secolo scorso (epoca Ascari, ultimo italiano campione del mondo). In realtà il modellino di plastica non può essere una Ferrari perché la scuderia del cavallino non ha mai utilizzato quel numero nelle sue auto da corsa: questione di storia, tradizione e scaramanzia. Nelle gare automobilistiche è un numero usato davvero di rado dopo che, ad inizio del secolo scorso, due piloti della scuderia francese Delage perirono in altrettanti incidenti automobilistici: entrambi avevano scelto lo sfortunato numero 13.

Villa Ferrari rappresenta quella che può essere definita la più classica delle location abbandonate. Perché, nonostante qualche probabile e interessante aggiustamento degli arredatori, mantiene totalmente quella che può essere definita un’essenza urbex: è in totale stato di degrado e non è più abitata da diversi lustri, ma al tempo stesso conserva la sua anima e il suo arredo originale. Ed è meraviglioso immergersi nella sua storia: le riviste del secolo scorso, l’arredamento consumato dal tempo, il bagno di un improbabile rosso ferrari (ovviamente), il cavallo a dondolo, le carrozzine in vimini, la bambola, i ritratti di famiglia in bianco e nero appesi alle pareti e, soprattutto, la copia dell’Unità datata 9 ottobre 1958 che racconta la morte di Papa Pio XII (un pezzo di storia).

Esistono classifiche che provano ad individuare la più bella, la più difficile, la più infestata (da non credere): Villa Ferrari non eccelle in nessuna di queste graduatorie, ma mi ha lasciato un’idea di bellezza e pace che raramente avevo trovato nelle mie esplorazioni urbex: sarà per l’evidente stato di abbandono e la tranquillità della sua posizione, non so spiegare chiaramente il motivo. Però mi è rimasta nel cuore e ho respirato tutta la sua storia senza paura e senza fretta.

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Il rudere affrescato

POSTED ON 4 Dic 2023 IN Reportage     TAGS: URBEX

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E poi ci sono quei posti che tutti ti dicono che non merita, che in mappa hai segnato con un colore sfigato come per dire se proprio ci passiamo davanti. Un bel giorno, guarda il caso, sei proprio da quelle parti e vince la curiosità, perché vista dall’esterno sembra anche interessante e perché magari in realtà, dietro a quella descrizione un po’ così, si nasconde un piccolo tesoro. E niente, invece avevano ragione loro: quel posto davvero non merita, non conserva niente di interessante e hai perso del tempo e corso dei rischi per nulla; ma dato che da queste parti ci vantiamo -dal punto di vista fotografico- di trasformare anche la merda in qualcosa di interessante, non ti prendi del tempo per fotografare quel rudere affrescato? Non sempre si può vincere e qualche volta è necessario accontentarsi di un pareggio, se non di una onorevole sconfitta.

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Velate minacce

POSTED ON 29 Nov 2023 IN Reportage     TAGS: URBEX

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…che poi queste minacce tanto velate non sono. Non mi era mai capitato di trovare un messaggio per qualcuno, nel caso specifico addirittura anticipato, con un racconto ai limiti del drammatico, da chi si era infiltrato prima del sottoscritto; il tutto complicato da storie di disavventure e fughe precipitose. Quindi lo sapevo, ero a conoscenza della minaccia -se ti prendo- ma rimane l’effetto straniante perché quel messaggio, scritto con un pennarello su un foglio di carta, sembra indirizzato proprio a te. E ti lascia quel senso di incertezza, di paura, come se quel luogo fosse ancora vissuto, come se ti trovassi, per caso e senza volerlo realmente, nella vita di altre persone.

In quella casa percepisci una sensazione di modernità, di casualità, non quell’idea di chiaro abbandono: eppure tutto intorno crolla, tutto intorno è vuoto, silenzio, disordine, polvere, dimenticato. Ma il tuo cervello non riesce a comprendere la situazione, è alterato da quella minaccia, la percepisce reale e plausibile: ti comprime come se da un momento all’altro si potesse tornare indietro nel passato e riprendere da dove il tempo si è fermato. Ma non è così e quando sei fuori ti fermi qualche minuto, ti siedi in macchina, torni nuovamente a riflettere e nel silenzio ti chiedi perchè, perché quest’ansia? E vorresti ripartire da zero, ma sai benissimo che torneresti a leggere quel messaggio, quella velata minaccia, come in un vortice senza fine.

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La Villa degli Amanti Maledetti

POSTED ON 26 Nov 2023 IN Reportage     TAGS: URBEX

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Su quella che viene definita la Villa degli Amanti Maledetti è stato scritto di tutto e di più. Quasi sempre a sproposito. La leggenda che si racconta su questa Villa è decisamente cruenta: il proprietario ritornando da una battuta di caccia trovò la moglie con lo stalliere intenti in una celeste corrispondenza di amorosi sensi nella torre della casa. Accecato dalla rabbia uccise sia la giovane moglie che il servo e poi si suicidò con un colpo di fucile. Nelle notti d’estate, in occasione dell’anniversario dell’omicidio/suicidio, gli automobilisti che passano sula statale raccontano di bagliori e ombre che si intravedono tra le vetrate della torre e di sentire grida provenienti dalla casa.

In realtà la storia è cruenta, ma molto meno romanzata. La Villa fu costruita nel 1931 dal proprietario terriero Piero Cerri. Nella notte del 29 luglio 1935, dopo aver parcheggiato l’automobile (un lusso per l’epoca) nella cascina accanto alla dimora, mentre rientrava verso la villa, venne colpito alla testa da due delinquenti. I due uomini presero il corpo di Piero e lo buttarono in una canale vicino alla cascina credendolo morto. Lui si riprese, chiamò aiuto e venne soccorso, ma morì appena giunto in ospedale. Nel secondo dopoguerra la Villa fu comprata da una ricca famiglia di Milano: purtroppo un giorno il figlio dei proprietari morì tragicamente in un incidente d’auto a pochi metri da casa.

Tutte queste storie hanno contribuito a creare un’aurea di maledizione intorno alla Villa e oggi è diventata degli amanti maledetti. Ormai da quasi 30 anni è lasciata abbandonata a se stessa, nessuno crede più nel suo possibile rilancio nonostante le condizioni quasi perfette della struttura che oggi è abitata esclusivamente dai piccioni. Quello che mi ha sorpreso è la mancanza di segni di vandalismo che solitamente in questi casi sono un classico: anche le vetrate della torre sono ancora incredibilmente intatte. Evidentemente la paura della maledizione è ancora molto presente nella mente degli abitanti di questa zona.

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La Bella Addormentata

POSTED ON 22 Nov 2023 IN Reportage     TAGS: URBEX

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Questa Villa, silenziosa e spoglia, mi ha ricordato la fiaba della Bella Addormentata. Sono stato influenzato da una citazione (che ho inserito in calce), ma ho pensato che fosse davvero molto indovinata. Perché gli arredi e l’eleganza degli ambienti ricordano vagamente la storia raccontata da Walt Disney nel suo celebre film a disegni animati del 1959. E poi c’è la similitudine fra la condizione della principessa Aurora, bellissima e addormentata, e questa villa lineare e pulita, che sembra anche lei aspettare un principe (magari con tanti soldi) che con un bacio (e magari un progetto edilizio serio) venga a risvegliarla.

È chiaro che la fiaba della “Bella Addormentata nel Bosco” ha origini antiche, prima nella versione di Giambattista Basile e successivamente in quelle di Charles Perrault (ne I racconti di mamma l’oca, 1697) e dei fratelli Grimm (ne Le fiabe del focolare, 1812). Ma la mia immaginazione è toccata maggiormente dal cartone animato che rappresenta al meglio l’idea di romanticismo e amore che tutti abbiamo impressi nella mente.

Chiudo l’angolo della poesia e dell’amore e passo a qualche nota puramente tecnica. Per la prima volta ho utilizzato il mio nuovo acquisto, il Canon RF 24mm f/1.8 Macro IS STM: è un obbiettivo che, utilizzato sul sensore APS-C della Canon R7, è perfetto per gli scatti dei dettagli (come la poltrona) in urbex. Perché con il fattore di moltiplicazione diventa quasi un 40mm, è stabilizzato (e con l’IBIS -stabilizzatore d’immagine integrato- della R7 mi permette di utilizzare tempi lentissimi) e ha un’apertura decisamente ampia per essere un 24mm. Inoltre essendo macro riesce ad avvicinarsi molto al soggetto cogliendo dettagli altrimenti impossibili da ottenere. Devo ancora studiarlo a fondo, ma il primo impatto è stato decisamente positivo: ho scattato foto a 1/6 di secondo senza nessun segno di mosso apparente. Un’ultima curiosità: per riuscire a riprendere il bellissimo soffitto di alcune stanze ho scelto di fotografare, udite udite, in verticale. Non mi capita quasi mai, non sono un ammiratore del genere, ma nel caso ho pensato fosse una proposta interessante. Non abituatevi.

Principessina, se la triste profezia si avverasse, bimba mia, non per questo morirai. Ma nel sonno tu cadrai e il tuo sonno cesserà se l’amor ti bacerà. Sia questo il più fulgido dei tuoi doni, che la speranza mai ti abbandoni.
– da La Bella Addormentata

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La voliera liberty

POSTED ON 21 Nov 2023 IN Reportage     TAGS: URBEX, liberty, fish-eye

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I miei contatti/amici conoscono perfettamente la passione del sottoscritto per il fish-eye. L’occhio di pesce è un obbiettivo particolare, che si può utilizzare raramente, per pochi scatti e quindi generalmente è poco utilizzato. Per me rappresenta lo scatto diverso dal solito, lo scatto che può uscire dagli schemi e donare al reportage una prospettiva più intrigante: se il soggetto ha delle forme rotondeggianti diventa difficile, quasi impossibile, resistere. E quando mi sono imbattuto in questa splendida, ma piccola voliera liberty non ho esitato un secondo a sfoderare il mio Sigma 15mm f/2.8 EX DG Diagonal Fish-eye. Per queste foto ho utilizzato due obbiettivi particolari, ma la voliera richiedeva il grandangolo: il Laowa 11mm f/4.5 FF RL e ovviamente il fish-eye. Sono due lenti che mi piace definire bizzarre, piccole e che utilizzo poco, ma che comunque voglio avere sempre con me in urbex. Perché quando meno te lo aspetti arriva il loro momento. E non tradiscono mai.

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Nella tela del ragno

POSTED ON 19 Nov 2023 IN Reportage     TAGS: URBEX

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La ragnatela è un miracolo di ingegneria che affascina da secoli gli studiosi e i curiosi. La sua resistenza è paragonabile all’acciaio, con un carico di rottura di oltre centottanta chilogrammi per millimetro quadro di sezione; il filo del ragno ha una struttura molecolare che si deforma molto se soggetto a torsione, in un modo che l’uomo non è mai stato in grado di riprodurre artificialmente. Quando si cade nella tela del ragno le speranze di salvezza sono ridotte al lumicino. È una trappola mortale.

E mentre camminavo nel giardino di questa splendida villa alla ricerca della porta di entrata mi sono sentito come intrappolato, come se fossi caduto nella tela e riuscissi a scorgere, nell’angolo, l’aracnide pronto ad avventarsi sul sottoscritto. Perché ho sentito quella sensazione di impotenza di chi è imprigionato senza possibilità di liberarsi, di chi cerca di divincolarsi senza speranza. Ma dopo aver quasi smarrito la fiducia ho trovato il varco, e per liberarmi dalla percezione di claustrofobia che mi attanagliava ho lasciato la finta libertà dell’esterno per entrare nell’apparente sicurezza della vera trappola dell’urbex: la potenza dell’adrenalina.

E dentro era buio, terribilmente buio. Un mondo distopico che mi ha scoperto a vagare con la fotocamera chiusa nello zaino e la voglia di capire e scoprire. Poi ho collegato il cervello, è diminuita la frequenza cardiaca e ho iniziato a pensare al motore dell’esplorazione urbex: la fotografia. E come in un gioco di specchi e rimandi ho scoperto che la Villa era la dimora del ragno: meravigliose ragnatele ovunque, in ogni angolo, sulle finestre, sui vestiti, sul lampadario, ad unire libri e storia. Non sono riuscito a decifrare, ma ho compreso che fra queste pareti la cultura e lo studio erano un’abitudine di casa; un’idea di classe e di prestigio al quale non sono riuscito a rimanere insensibile e che mi lasciato un senso di benessere e di appagamento. E nel momento di uscire mi sono sentito finalmente libero e ho respirato a pieni polmoni quel senso di successo e di scampato pericolo che mi travolge tutte le volte che torno nel mondo reale.

La ragnatela, che sarebbe la più scintillante e graziosa cosa del mondo, se non ci fosse in un angolo il ragno.
– André Breton

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La Vasca Rosa

POSTED ON 17 Nov 2023 IN Reportage     TAGS: URBEX, hotel

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Talvolta capita di entrare in luoghi abbandonati al proprio destino e chiedersi: “Ma che roba è?”. Nel caso di questo -plausibile- Bed & Breakfast, la risposta forse è proprio nella tipologia di struttura. Siamo in una splendida zona collinare a vocazione anche turistica, apprezzata dai viaggiatori di tutto il mondo e patrimonio dell’UNESCO; e la prima impressione è che fra queste pareti ci fosse l’intenzione di creare una particolare e attraente struttura ricettiva. Immagino idea purtroppo mai realmente portata a termine, anche perché, nonostante qualche segno del tempo che scorre, il tutto sembra nuovo, intonso, perfetto, mai utilizzato.

Camminando fra le stanze, attraversando scale e corridoi, si percepisce di trovarsi in qualcosa di strano, ma affascinante: tantissime stanze con colori sgargianti, ma sempre diversi fra loro, e la mente si trova a pensare ai nomi segnati sulle chiavi, magari con un oggetto simbolico e colorato per riconoscerle: sino a quando non si entra nella camera confetto, e si rimane abbagliati, stupefatti, dal bagno e dalla sua meravigliosa vasca rosa, che immediatamente diventa il simbolo, l’oggetto cult, di questa esplorazione.

E poi si scende al piano terra e si arriva alla cucina, moderna, ma al stesso tempo anche classica, con i lampadari in vimini e un miscelatore che potrei definire straordinario; e poi ecco la presumibile hall, con pianoforte, divano, zona relax e caminetto. Se non fosse per la polvere e le ragnatele si potrebbe pensare che questo Bed & Breakfast sia quasi pronto per aprire ai clienti e viene voglia di prenotare una stanza: e magari, perché no, proprio quella confetto.

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Citroën Ami 8

POSTED ON 15 Nov 2023 IN Details, Reportage     TAGS: URBEX, car

Citroën Ami 8 /01

Non sono un grande appassionato di automobili: l’importante è che abbiano 4 ruote, un volante, delle aperture per entrare e uscire e, credo, un motore. Ma devo ammettere che trovare questa meravigliosa Citroën Ami 8 in mezzo al verde della collina francese mi ha provocato un piccolo tuffo al cuore; perché si tratta di un’auto particolare, in Italia si è vista quasi niente, e conserva il fascino tipico della metà del secolo scorso quando non si puntava solamente all’estetica, ma più alla comodità, alla pratica. E nonostante fosse una macchina economica e popolare, ecco, io l’ho trovata bellissima.

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La Villa dell’Aquila

POSTED ON 13 Nov 2023 IN Reportage     TAGS: URBEX

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Questa Villa è quella che solitamente viene definita una capsula del tempo, cioè un spazio chiuso che si è fermato, come congelato, ed è rimasto immutato nella sua epoca. Ci sono sensazioni che si colgono insieme all’essenza di un luogo e che diventano parte integrante della fotografia; e fra queste pareti ho respirato un senso di tranquillità e di pace che ho poi riscontrato anche nelle immagini. Probabilmente perché sono riuscito a fotografare con calma, con tutta la lentezza del mondo: non ho percepito ansia, non ho sentito quel fiato sul collo e quell’adrenalina che sono tipiche di questo tipo di esplorazioni. Mi sono tolto anche il lusso di fotografare con 3 obbiettivi e 2 corpi macchina diversi per cogliere tutte le sfumature di questa dimora abbandonata.

Viene definita Villa dell’Aquila per via del pennuto nero (non sono nemmeno sicuro sia davvero un’aquila), dipinto sul soffitto del salone, che porta fra gli artigli un vessillo. Ed è davvero una capsula del tempo perché qui si possono trovare una serie di oggetti che ricordano il secolo scorso: una lucidatrice, due macchine da cucire, un calciobalilla, una radio a transistor, tre televisori a tubo catodico, una bottiglia di amaro Petrus e le immancabili pagine gialle.

Ho parlato di cogliere tutte le sfumature e in questa esplorazione non mi sono tirato indietro: ho scelto 56 foto, tantissimi particolari, soprattutto i lampadari che sono un mio piccolo vezzo. Ma anche una pianta in controluce e due immagini con il dettaglio (a tutta apertura) dei peluche nel corridoio di entrata. Per una volta sono riuscito anche a trovare la stanza nascosta che solitamente ho la meravigliosa capacità di perdere. E poi c’era anche la famosa e confusa Stanza dei Rabadan, ma quella l’ho trovata troppo complicata e le ho dato solo una rapida occhiata.

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