



Queste 4 foto, chiaramente urbex, fanno parte di una più ampia selezione dedicata all’esplorazione urbana. Sono 22 foto (di cui alcune inedite) stampate in grandi dimensioni in fine-art su pannello, scattate a 4 mani (e 2 cavalletti) con la mia compagna di avventura Lorena Durante. Sono esposte al Berlino di Ceva sino al 2 dicembre. La mostra s’intitola Polvere e Bellezza (io sono la polvere, Lorena è la bellezza: ca va sans dire), ed è il frutto di due anni di levatacce mattutine, un progetto impegnato di denuncia di luoghi abbandonati che conta anche compresi una serie innumerevole di reati penali (esageriamo), corse, scavalchi, fango, sporco, polvere, pericoli assortiti e di fotografie fatte in condizioni di luce pessima (e, poche, di luce bellissima). E anche tanta passione e bellezza. Perchè il motore di chi si diletta in questo tipo di fotografia è sempre è solo la passione. E anche un po’ di sana adrenalina (paura anche). Credo che la mostra sia interessante e che le foto abbiamo un livello di qualità davvero notevole (e stampate, bene, hanno un altro fascino). Ed è importante sapere che la bellezza si vede, ma la polvere non si sente.
Polvere e Bellezza si incontrano nei luoghi dell’abbandono; è una miscela meravigliosa di luci e colori, di incuria e tristezza. E’ l’incredibile magia dell’esplorazione urbana.


Queste due immagini solo il prologo delle foto scattate ai Tre Bicchieri nelle vigne intorno a Bastia Mondovì. Il sole stava tramontando ed ero alla ricerca della giusta posizione per sistemare il set dedicato all’enologia. E ho trovato interessante l’idea di fotografare il sole calante fra le foglie delle vigne, banale, ma interessante. Ho scattato queste due immagini con le stesse impostazioni di scatto: 1/320 a F/11. Ma ho cambiato obbiettivo, due ottiche fisse: la prima è ripresa con il 50mm, la seconda con il 14mm (superwideangle). Si vede la differenza?


Senza emozione è impossibile trasformare le tenebre in luce e l’apatia in movimento.
– Carl Gustav Jung

Fotografare un matrimonio non è un’impresa facile, anzi, è maledettamente complicato. Ci vuole esperienza, qualità, tecnica, conoscenze, tempo e anche, perché no, attrezzatura adeguata. E quindi se possibile evito di cimentarmi nell’impresa, anche perché fotografare il giorno più bello di una coppia è una responsabilità non da poco. Ma quando sono chiamato in causa, raramente per fortuna, cerco sempre di comportarmi al meglio e fissare il ricordo degli sposi nel mondo più interessante possibile; cercando di mantenere il mio stile, ma non dimenticando le richieste dei protagonisti della giornata. E questa è una selezione, per il mio personalissimo gusto, del matrimonio di Enrica ed Emanuel. Parliamo di oltre 12 mesi fa, il tempo passa veloce, ma volevo comunque pubblicare qualcosa che mi ricordasse quella giornata davvero faticosa (ma divertente). Lo stile è un tentativo di imitazione, mal riuscito, del mio fotografo di matrimonio preferito: il numero uno, un certo Paolo Viglione, lo conoscete?


















Il Teatro Sociale di Mondovì è uno dei luoghi storici dell’urbex italiano e, senza alcuna esagerazione, uno degli edifici abbandonati più affascinanti che abbia mai visitato. È stata anche una delle esplorazioni più rocambolesche della mia carriera di urbexer. Mi avevano avvisato che il cancello del teatro era aperto: qualcuno aveva rotto il lucchetto. Non ho esitato troppo e la mattina seguente, all’alba, con un paio di amici ci siamo ritrovati davanti all’ingresso. Superato il cancello, abbiamo dovuto improvvisare una salita tutt’altro che semplice, utilizzando anche una finestra come scala improvvisata, prima di riuscire finalmente a entrare nella struttura.
Una volta all’interno siamo rimasti immobili e in silenzio per un tempo che mi è sembrato eterno.. Aspettavamo da molto tempo l’occasione di vedere quel luogo e trovarcelo finalmente davanti, maestoso e decadente, ci ha lasciati davvero senza fiato. Per le immagini d’insieme ho utilizzato il 14 mm, ideale per racchiudere la vastità degli ambienti, mentre per i dettagli ho scelto il 50 mm sempre a f/1.2. Guardandomi intorno sono rimasto semplicemente estasiato.
Siamo rimasti all’interno del teatro il tempo strettamente necessario, anche con un certa ansia, ma l’emozione del momento è stata indescrivibile. Ricordo ancora perfettamente la sensazione di paura e adrenalina. Il teatro è una meraviglia architettonica e costituisce una parte importante della storia di Piazza, il rione storico di Mondovì. L’accesso è interdetto a causa del concreto rischio di crolli e avventurarsi al suo interno è estremamente pericoloso. Quella mattina abbiamo comunque deciso di correre il rischio e ancora oggi considero quei pochi minuti uno dei momenti più intensi e magici vissuti durante le mie esplorazioni.
Fu costruito dall’architetto G.B.Gorresio e inaugurato nel 1851. Aveva tre ordini di palchi oltre al loggione superiore che era destinato alle persone meno abbienti. Era presente un grande sipario raffigurante Apollo e le Muse. Ospitò per decenni opere liriche, commedie, drammi romantici, operette, serate d’onore, conferenze, concerti e comizi. Veniva utilizzato anche per le scolaresche che in questo modo potevano assistere alle rappresentazioni pomeridiane di importanti spettacoli. Fu ristrutturato nel 1887 e successivamente nel 1933. A seguito della costruzione di altre sale e delle sviluppo del cinema fu progressivamente abbandonato fino alla definitiva chiusura. Nel 1978, a seguito di una eccezionale nevicata, crollò il tetto e da allora rimane inutilizzato in uno stato di totale abbandono. Oggi rappresenta una preziosa testimonianza della storia di Mondovì.
Le voci di zona dicono che il comune abbia espresso l’intenzione di mettere in sicurezza l’intero stabile (la ristrutturazione avrebbe costi eccessivi) in quanto la situazione è diventata ormai insostenibile; ci potrebbe anche essere un piccolo accesso dedicato al pubblico per ammirare, da fuori, quello che rimane del Teatro Sociale. Sarebbe anche interessante, pensiero assolutamente personale, allestire una mostra fotografica stabile con immagini storiche e attuali, e qualche cenno di storia per celebrare e ricordare questa incredibile meraviglia. Non ci resta che aspettare con pazienza, un giorno potrei avere l’onore di entrare per ammirare dal vivo. Speriamo, sarebbe un piccolo sogno che diventa realtà. Si va in scena.
Quando la storia entra qui, si ferma un attimo, respira e si toglie il cappello. Perché fra queste pareti e questi spalti abbandonati da tempo si è davvero fatta la storia dell’arte e del teatro. Eleonora Duse e Ermete Novelli hanno avuto l’onore di salire su questo palco, di recitare davanti ad un pubblico che all’inizio del secolo scorso riempiva il loggione e i palchi in ogni ordine di posto. Un gioiello dell’800 abbandonato troppo presto al suo destino.




