

Con queste 2 foto (ma anche altre)(che vedrete un’altra volta) ho partecipato (senza qualificarmi nelle 25 migliori) al concorso ‘Le Radici del Vino‘ organizzato dal Comizio Agrario di Mondovì e MondovìPhoto. Il focus del concorso era il Dogliani (che una volta veniva chiamato beatamente Dolcetto) e il suo territorio. L’idea mi è venuta grazie a Pinterest e originariamente avrei dovuto catturare il sole al tramonto che va a morire nel terzo bicchiere (quello con il vino rosso). Un romanticismo pacchiano ed esasperato che trovava la sua sublimazione nel sole che tramonta nel vino, simbolo della vita e dell’amore per la bevanda di Bacco (anche poeta!). Ma quando serve a me (che non fotografo tramonti) la nostra stella (che sa benissimo che non fotografo tramonti) ha pensato bene di eclissarsi per tre giorni consecutivi nelle nuvole verso le quattro del pomeriggio. Grazie. E quindi mi sono dovuto limitare a qualcosa di meno cafone e più prosaico. Sicuramente con il sole nel bicchiere avrei trionfato a mani basse, ma la sfortuna ci vede benissimo (questo ultimo pensiero è ironico). Sono due foto simili, ma scattate con 2 obbiettivi e una diversa apertura di diaframma: la prima con il 24/70 a 39mm e diaframma chiuso a f/11 per esaltare la nitidezza, la seconda con il 50 a diaframma completamente aperto e fuoco sull’ultimo bicchiere per evidenziare l’effetto sfuocato. Ho pulito lo sporco sui bicchieri in post produzione (dopo ogni scatto sbagliato bevevo un bicchiere e mi è servita una bottiglia intera per trovare la composizione giusta) e esaltato leggermente il rosso delle foglie. Io personalmente preferisco la versione sfuocata, ma è un vezzo quello di amare particolarmente la bassa nulla profondità di campo. Colgo l’occasione per ringraziare l’azienda vitivinicola Bricco del Cucù che mi ha permesso di fotografare nelle loro vigne. Gentilissimi (e producono un vino sublime).

Quando si gira in urbex capita di imbattersi in garage abbandonati. Solitamente contengono topi morti, veleno per topi, mattoni, pezzi di legno, pneumatici e altra roba di indubbio valore. Qualche bottiglia di vino a basso costo. E poi invece, quasi per caso e senza nessuna aspettativa, capita di scoprire un piccolo gioiello dell’industria automobilistica italiana: una fantastica Aprilia Cabriolet (disegnata dalla Pininfarina) in stato di totale decadenza. E immagino gli appassionati di auto d’epoca che vedendo questa foto avranno un tuffo al cuore: perché l’Aprilia Cabriolet è considerata una tra le più belle autovetture mai costruite al mondo. E si rimane senza fiato e con qualche parola non riferibile.

L’ex RSA (residenza sanitaria assistenziale) di Lanzo si trova a pochi passi dall’Eremo. Fu costruito a metà degli anni ’60, all’interno del parco, come ospedale, per poi venire convertito nel 1995. E’ stato definitivamente chiuso nel 2013 e oggi versa in uno stato di degrado e abbandono (come sempre quando si parla di urbex). Qui non c’è storia, nulla da preservare, non c’è arte, anzi, la struttura è di rara bruttezza (anche se costruita in un’oasi di pace e bellezza). E qualcuno si è sfogato dando voce alla rabbia: hanno distrutto tutto, rubato, hanno preso le porte e le hanno lanciate giù dal tetto, devastato, anche incendiato. E’ un monumento della bruttezza, all’abbandono, e sarebbe da cancellare, eppure rimane lì insieme all’Eremo, che rappresenta un pezzo di storia e di arte della nostra tradizione. Che squallore!







Contestualmente è stato definito il programma per la chiusura della RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale) dell’Eremo di Lanzo. Le persone ospiti della Residenza saranno trasferite nelle altre RSA del territorio, riducendo al minimo il disagio degli ospiti stessi. La chiusura dell’Eremo è dettata dalla necessità di ottimizzare l’utilizzo degli immobili aziendali e di riorganizzare l’allocazione delle strutture e dei servizi per consentire un risparmio di risorse da destinare all’erogazione di servizi ai cittadini.(22/04/2013 – A.S.L. TO4)





L’eremo di Lanzo è un vero e proprio gioiello dell’architettura barocca. Fu uno dei quattro eremi camaldolesi costruiti nel Seicento in Piemonte assieme a quelli di Torino, Busca e Cherasco, edifici in cui i monaci vivevano in celle in solitudine e preghiera. Nel 1836, dopo la soppressione dell’ordine dei camaldolesi, l’eremo venne affidato ai carmelitani scalzi che lo gestirono sino alla soppressione degli ordini religiosi. Venne convertito in sanatorio, prima per la cura dei reduci di guerra e quindi, infine, per i malati di tubercolosi. Venne chiuso definitivamente nel 2013 e oggi versa in uno stato di degrado davvero vergognoso.
La strada che porta all’eremo è chiusa (si fa per dire) e completamente dissestata: la vegetazione si sta riprendendo i suoi spazi
in uno scenario degno di Walking Dead. Gli accessi, nonostante i tentativi di chiusura, sono sfondati e chiunque può entrare nell’Eremo senza troppe difficoltà. Dentro non è rimasto più nulla di prezioso: gli archivi sono devastati, i muri cadono letteralmente a pezzi, le porte non esistono più.
E’ un vero peccato che una
risorsa di questo tipo sia diventata un
problema.
Ripartire dalla storia e dall’arte per permettere all’Eremo di rivivere è un dovere, non solo morale, dettato dalla nostra costituzione.









Articolo 9: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”.

Dove molti vedono solo grigiore, io scorgo opportunità.
– D.Gonella

Mai riporre la vostra speranza in un principe. Se avete bisogno di un miracolo, riponete speranza in una strega.
– Catherynne M. Valente


