
Nella piccola frazione di Lusurasco di Alseno, nel piacentino, potete imbattervi in Palazzo Torti. E’ la classica cascina di campagna padana, costruita attorno a un’aia centrale con un corpo abitativo imponente e un’ala di servizio dedicata al lavoro. Niente di incredibile, ce ne sono a centinaia sparse sul territorio. Ma se trovate il modo di entrare (attualmente è chiuso) non potrete che rimanere allibiti: gli interni sono spogli, della vita di palazzo Torti non è rimasto molto. La scalinata centrale è coperta di minuscoli aeroplani di carta creati dalle pagine di un libro, forse un romanzo e la mia fantasia mi porta a credere che nel testo possa celarsi la storia di chi ha vissuto fra queste mura.
Ma se fate un passo nella direzione giusta potreste rimanere allibiti: il salone centrale del palazzo è completamente affrescato in modo maestoso.
I colori accesi, la qualità delle immagini, la vetrata del portone d’accesso creano un mondo assolutamente surreale, in netto contrasto con l’idea di povertà e morigeratezza del resto dell’abitazione. Una piccola meraviglia che non può lasciare insensibili. Perché questa perla nel nulla? Non lo so, e forse non è nemmeno troppo importante.






Com’è, com’è, com’è
Che c’era posto pure
E per le favole
E un vetro che riluccica
Sembrava l’America
E chi l’ha vista mai
E zitta, e zitta poi
La nevicata del ’56
– Mia Martini

Vorrei dare un contesto alle foto che ho pubblicato ieri, perché sono nate da un set tutt’altro che comodo e credo sia necessario raccontarlo. Roberta, detta Alizèe, è una modella che tenevo d’occhio da tempo e, quando si è presentata l’occasione, non me la sono lasciata scappare. Il problema è che lo spazio era poco: una stanza minuscola, buia, senza aria. Flash impossibile da usare, non c’era proprio fisicamente lo spazio. Quindi niente scorciatoie: 50 mm a tutta apertura, ISO alti, luce quella che c’era. Foto sporche, ravvicinate, spesso al limite del controllo. Ma era esattamente quello che cercavo.
Quel tipo di sporco mi interessava. Un ritratto che non fosse pulito, elegante nel senso classico, ma ruvido, nervoso. Il bianco e nero è stato una scelta obbligata, quasi naturale: il colore in quel contesto non aggiungeva nulla, anzi toglieva. Quelle immagini le vedevo già così, prima ancora di scattarle. Contrasto, grana, pelle vera. Senza filtri emotivi.
Roberta è stata fondamentale. Si è buttata dentro il set con una gestualità e una fisicità fortissime, senza risparmiarsi. Abbiamo scattato a raffica, quasi mille foto in un’ora, seguendo i suoi movimenti, io praticamente incollato con il 50 mm. È stato intenso, faticoso, ma estremamente stimolante. Ne ho salvate tante, più del solito, perché il set ha funzionato davvero. È stata un’esperienza intensa, nel senso più reale del termine. E spero che questa energia, questa sintonia che si è creata lì dentro, arrivi anche a chi guarda le foto.

















La curva più bella sul corpo di una donna è il suo sorriso
– Bob Marley



Quando si pubblicano le foto di una donna, meglio se nuda, la citazione, meglio se colta e addirittura aulica, fa sempre il suo effetto. E’ quasi un obbligo, sembra essere diventato fisiologico. Talvolta si cita un poeta celebrato, meglio se dannato, altre volte il testo di un famoso cantautore, meglio se ribelle, meglio ancora se morto per overdose (suicidio anche). In inglese poi diventa un must imperdibile, siamo tutti un po’ come Robert Mapplethorpe. In realtà penso sia tautologico affermare che si tratti di una buffonata: è davvero necessario aggiungere a queste foto delle parole, inutili, insignificanti, vuote? Davvero non credo, l’artista che si nasconde (molto bene) nel fotografo (che poi sarei sempre io) non sente il bisogno di aggiungere altro e mai avrebbe voluto. E’che mi hanno praticamente obbligato a scrivere qualcosa. Vi giuro, non avrei voluto tediarvi con questo noioso sproloquio. Ma necessità dev’essere giocoforza virtù, e quindi chi meglio di Bob Marley per elevare al rango di qualità assoluta questi 5 nudi? Artistici ovviamente, ça va sans dire.

La neve, che copre ogni angolo del paesaggio con il suo manto bianco, rende l’ingresso alla cascina un’impresa faticosa. Il freddo persistente dall’inizio dell’anno ha trasformato tutto in una distesa ghiacciata, e per accedere è necessario aggirare la proprietà ed entrare dal retro, dove una rete ormai usurata lascia un piccolo varco. Appena dentro, uno scoiattolo, forse incuriosito, si ferma a osservare prima di scappare in tutta fretta. Diventa tutto istintivo, è la cascina dello scoiattolo: un incontro tanto naturale quanto simbolico.
L’interno è ancora più affascinante. La struttura, complessa e difficile da interpretare, sembra una fusione di edifici collegati, ognuno con una sua funzione. Un corpo principale, una dependance e una cucina dove gli strumenti per preparare cibo sono ancora al loro posto, come se il tempo non fosse mai passato. Sali su una scala e trovi una strana camera sopraelevata, forse dedicata ad eventuali ospiti, in cui il tipico quadro di Don Giovanni Bosco, appeso sopra il letto, non lascia dubbi sulla forte devozione della zona per il santo di Castelnuovo d’Asti.
Il tempo in questa cascina si è fermato al 2001. Sono passati vent’anni, eppure ogni cosa è intatta, come se il proprietario potesse rientrare da un momento all’altro dal lavoro nei campi. Un luogo un po’ così, rurale, bucolico, in bilico tra il triste e il romantico, è un’emozionante testimonianza del mondo dell’abbandono, dove il passato resiste ostinatamente.








