Inseguendo una libellula in un prato, e dopo essermi perso, mi sono ritrovato in una selva oscura ché la diritta via era smarrita. E uscendo dal buio sono inciampato in un vecchio casolare abbandonato di due piani alla periferia di una grande città del Nord Italia (Torino). E qui era tutto devastato da tempo immemore, con la natura che ha deciso di riprendere il controllo della situazione. Immagino che in tempi recenti possa essere stato rifugio di qualche sbandato, adesso è interessante solo un paio di graffiti di livello e una tappezzeria vintage e colorata, a tratti anche ipnotica tipica dei mitici anni ’70, che l’umidità ha iniziato, da tempo, a scollare da muri e a rendere maggiormente affascinante.
Come funziona la ricerca dei posti abbandonati? Tutto parte dalla curiosità, il desiderio di conoscenza e la passione verso l’ignoto e dopo vengono sere passate a leggere articoli di giornale, ricerche sulle mappe e sui social, passaparola… ma… non sempre le esplorazioni vanno come vorresti, le pianifichi cerchi il posto su google maps fa ricerche su cosa dovresti trovare e poi invece di un bel collegio ti ritrovi una vecchia cascina abbandonata. Per fortuna una bella stanza con della carta da parati anni 70 e alcuni graffiti hanno meritato comunque tanta strada. (Lorena Durante)
Il progetto si chiama Cuneo Città Futura ed è organizzato dalla fondazione CRC. La realizzazione tecnica è del designer Alessandro Marrazzo, un guru del settore: regista, scenografo, show designer, lighting designer, sceneggiatore e autore televisivo. Il progetto riguarda 10 luoghi della Granda: sei a Cuneo, una a Mondovì, due ad Alba e una a Bra.
E il tema, per la Torre di Mondovì, non poteva che essere quello del tempo: la videoinstallazione sarà collocata sulle pareti della Torre con un’illusoria videoproiezione 3D per indagarne segreti e meccanismi. Un’installazione ispirata al “Long Now”, l’orologio millenario di W. Daniel Hillis (esposto allo Science Museum di Londra) che non misura il tempo in ore e minuti ma in secoli e millenni. Con videoproiettori “21k”, diffusori audio, luci architetturali, proiezioni “gobos” e luci teste mobili. Una Torre del Belvedere come non si è mai vista prima, e come probabilmente mai più si vedrà.
Ho dovuto aspettare qualche giorno, ma ieri sera mi sono appostato al Belvedere e ho fotografo l’installazione sulla Torre dei Bressani. Freddo pungente, ma non inaspettato. Ho scattato con il treppiede cercando di posizionarmi più in alto possibile, ISO decisamente fastidiosi (800-3200), tutta apertura (f/2.8) e tempi di esposizione lenti (1/15). La torre è altissima e per riuscire a dare un senso alle immagini ho dovuto ricorrere ad una trasformazione piuttosto pesante. Mi piacerebbe tornarci per trovare qualcosa di più artistico e meno giornalistico. Ho tempo sino al 21 novembre.
Il belvedere di Mondovì e la sua Torre Civica rappresentano lo scenario ideale per parlare del tempo. In un’atmosfera carica di suggestioni oniriche, l’antica torre con il suo passato, ora diventa protagonista del futuro e si veste di luce per diventare macchina del tempo dai rintocchi digitali.
Un’illusoria videoproiezione 3d scava nei segreti del tempo e dei suoi meccanismi. Suoni unici e irripetibili, luci e colori si trasformano in parole sussurrate dal futuro. Il pensiero dell’installazione è generato dalla tradizione storica della città e dalla notizia dell’orologio dei 10000 anni.
«Voglio costruire un orologio che fa tic una volta l’anno. Il braccio dei secoli avanza una volta ogni cento anni, il cucù viene fuori ogni mille anni. Voglio che il cucù venga fuori ogni millennio per 10.000 anni. Se mi sbrigo dovrei farcela a finire l’orologio in tempo per far uscire il cucù la prima volta.» (W. Daniel Hillis)
L’Orologio Long Now, traducibile in italiano con “Orologio del lungo presente” e detto anche ”Orologio dei 10.000 anni”, è un orologio meccanico progettato per segnare il tempo per i prossimi 10.000 anni. È stato realizzato dalla Long Now Foundation.
Il progetto è stato concepito da Danny Hillis nel 1986 e il prototipo ha iniziato a funzionare il 31 dicembre 1999, giusto in tempo per il capodanno del 2000. A mezzanotte l’indicatore della data è passato da 01999 a 02000, e la campana ha rintoccato due volte per annunciare il termine del secondo millennio. Il prototipo alto circa due metri è ora esposto allo Science Museum di Londra.
Per un mese, dal 23 ottobre al 21 novembre, la Torre del Belvedere di Mondovì Piazza verrà fasciata da giochi di luce. Una fantasmagorica proiezione 3D, un’illusione ottica che avvolgerà il monumento e lo “trasformerà” in un dedalo di ingranaggi fra tecnologia e leggenda, per riprodurre l’incredibile “orologio che misura i millenni”.
L’Ultimo Impero di Airasca è stata una delle discoteche più famose degli anni ’90 e oggi è uno dei luoghi abbandonati più conosciuti del Piemonte. Si trova lungo la statale 23 del Sestriere, a una ventina di chilometri da Torino. Oggi è un relitto abbandonato, ma negli anni ’90 fu una vera e propria leggenda. Inaugurata il 22 settembre 1992 dopo tre anni di lavori, era, a detta di molti, la discoteca più grande d’Europa: quattro piani, sette piste da ballo, nove bar, un privé e un’area interna da 7.000 m², a cui si aggiungevano altri 12.000 m² esterni, con fontane, cascate, palme e statue. Poteva ospitare fino a ottomila persone (alcuni dicono diecimila). Il sistema audio vantava una potenza totale di 80.000 watt distribuiti tra le varie zone. Un colosso costruito per stupire.
Tra queste mura sono stati consacrati dj epici del calibro di Mauro Picotto, Francesco Zappalà, Ricky le Roy, Gigi D’Agostino, Maurizio Benedetta (solo per citarne alcuni). Le generazioni di clubbers piemontesi e non che l’hanno frequentata non possono non ricordare le lunghe code per entrare, l’immensità del locale, l’animazione spietata, i vocalist che hanno fatto la storia del locale (Gradiska, Franchino, Zicky il Giullare, Joe Tequila), la musica techno e progressive che veniva suonata in consolle.
Oggi l’Ultimo Impero è un gigante morto: decadente, vandalizzato, affascinante nella sua rovina. Dall’alto si distinguono ancora i padiglioni esterni, dove campeggia un enorme murale con il pipistrello della Bacardi, simbolo della movida di un tempo. Il contrasto tra la vegetazione selvaggia e le architetture kitsch dà un tono quasi onirico all’intero complesso. È un posto sospeso, fermo nel tempo, in cui si respira ancora l’eco distorta della musica techno.
L’Ultimo Impero non è solo una discoteca abbandonata. È un simbolo degli anni ’90, un frammento di storia del divertimento italiano, diventato oggi icona dell’urbex e della nostalgia.