
Questa foto risale ad una vacanza nell’estate del 2006 nel Sud della Francia. Siamo ad Arcachon, un bellissimo paese, decisamente turistico, sull’oceano Atlantico vicino a Bordeaux e alla celebre Dune du Pyla. Fortunatamente si vede che la foto arriva dal passato: la qualità non è altissima (EOS 20D con EF 18-55) e, soprattutto, il fotoritocco è quantomeno discutibile. Altri tempi, altri pensieri, altre idee: all’epoca ero molto più esasperato di oggi. Avevo già pubblicato un’altra foto di Arcachon, scattata pochi minuti dopo (cielo bellissimo quel giorno) e le metodologie di scatto e post-produzione sono decisamente simili. Però devo ammettere che queste scelte, anche se eccessive, non sono così malvagie; anche viste a quasi undici anni di distanza.

Questa foto mi è stata ricordata qualche giorno fa da Francesca (LaFra)(su Facebook). Sono passati 8 anni (e oltre) da quel giorno. E’ una foto rubata durante il #ViaDelCamp2009, un barcamp itinerante per le vie del centro storico di Genova. E’ una foto importante perché ritrae Francesca e Riccardo (che saluto) durante lo scatto della celebre Foto Faccioni; praticamente un autoscatto con la digitale tenuta in mano. Usando le parole di Francesca: “[…] ossia una modalità di autoscatto in cui la sottoscritta viene ritratta insieme ad un altro soggetto (anche più di uno) tenendo la fotocamera”. Quello che adesso tutti scattano con il cellulare e chiamano Selfie. E qui siamo all’inizio, agli albori della nobile arte. E quel giorno anche io mi sono inchinato al rito. Stavamo scattando dei selfie e manco lo sapevamo.
Da tanto tempo sognavo di entrare nella celebre galleria
Foto Faccioni. Finalmente è giunto il giorno, grazie al ViaDelCamp. La foto di backstage è stata scattata da
Suz mentre l’orginale è, ovviamente, di
LaFra.


Negli ultimi anni capita sempre più spesso di imbattersi in fotografie dai colori violentati, saturazioni irreali, contrasti spinti all’eccesso e aberrazioni cromatiche sbandierate come se fossero uno stile. Non è un segnale di maturità della fotografia: è l’esatto contrario. È il sintomo di una fase precisa del percorso di molti fotografi. Una fase che chiamo, senza troppi giri di parole, fossa HDR. La dinamica è quasi sempre la stessa. A un certo punto, lungo il proprio cammino fotografico, si crede di essere diventati bravi. Arrivano i complimenti degli amici, quelli sinceri ma incompetenti, quelli della mamma, qualche like in più sui social, forse un piccolo riconoscimento casuale. E lì scatta qualcosa. Non è consapevolezza, è illusione. Si confonde il miglioramento tecnico con la maturità fotografica. E si inizia a spingere tutto oltre il limite.
Non si è diventati bravi. Si è solo imparato a usare qualche strumento in più. È in questo momento che si cade nella fossa HDR. Chi ci finisce dentro è convinto di aver trovato la chiave: colori che spaccano, saturazione al massimo, chiarezza sempre a fondo corsa, vividezza come se non esistesse il domani. Gli artefatti proliferano, ma vengono scambiati per carattere. Qualche doppia esposizione, un po’ di High Dynamic Range usato come scorciatoia estetica, ed ecco servito il piatto. I like arrivano. Gli apprezzamenti pure. Ma arrivano da chi non ha strumenti per leggere una fotografia. Chi invece li ha, guarda, scuote la testa e pensa (senza dirlo): “Ecco un altro nella fossa HDR”.
È una fase brutta, ma comune. Ci siamo passati quasi tutti, chi più chi meno. Io compreso. Basta guardare certe immagini del mio passato per rendersene conto: all’epoca mi sembravano straordinarie, oggi sono solo esercizi di eccesso. In quella fase si ha una conoscenza mediocre del mezzo, quasi nulla della storia della fotografia e un inizio di dimestichezza con la post-produzione. Una combinazione pericolosa, perché spinge a mostrare al mondo qualcosa che non è ancora pronto. La fossa HDR è il punto più basso della curva di consapevolezza.
Uscirne non è automatico. Alcuni ci riescono, rallentano, studiano, imparano a togliere invece che ad aggiungere. Altri restano lì, anni interi, continuando a produrre immagini esasperate con la convinzione di stare creando capolavori. Non lo sono. Sono solo forzature prive di direzione. La parte peggiore? Nessuno glielo dice. Per quieto vivere, per educazione, per paura di passare da stronzi. Se vi capita un amico in questa situazione, fate un favore a lui e alla fotografia: copiate questo testo e incollatelo sotto una sua foto. Magari oggi non capirà. Ma un giorno, forse, vi ringrazierà.


Voglio fare un salto indietro nel tempo, mi sembra doveroso. Questo post fa coppia con le due foto di Elisa che ho pubblicato la settimana scorsa; sono scattate la stessa sera (e non ci voleva un genio a capirlo). Anche in queste due immagini si nota l’effetto particolare provocato dalla luce: twelve significa dodici ed è il numero di lampadine da 40 watt che formano la catch light nell’occhio di Giovanna. Per le spiegazioni tecniche vi rimando alla settimana scorsa. :)

In centro a Mondovì c’è una bellissima (e utile) scalinata che collega via Montegrappa a via della Cornice. E’ molto strana perché interamente ricoperta di bellissimi graffiti. Mi ha colpito in modo particolare una bambina con palloncini: non certo un’idea nuova, si tratta più che altro di un tentativo di imitazione del celebre Bansky, artista inglese famoso per i suoi graffiti; probabilmente il più conosciuto autore di street-art del mondo. L’originale si trova sulla barriera di separazione che divide Cisgiordania e Israele e rappresenta la voglia di aggirare il muro, la voglia di fuggire dalla guerra. E’ un graffito molto forte, potente, e sapere che quelle idee siano nel cuore di Mondovì mi regala una sensazione di libertà e di voglia di fuggire all’oppressione che mi rende felice e leggero. Vorrei che le persone che percorrono quella scalinata potessero capire l’importanza ed il valore di quello che a prima vista sembra un semplice e colorato disegno. Il titolo del post è una dedica a Nena e alla sua più celebre hit (anche l’unica probabilmente): 99 luftballons. La canzone è stata scritta nel 1983, in uno dei momenti più critici della Guerra Fredda, e parla di palloncini che superano il muro (nel caso il muro di Berlino). E’ un allarme, un monito contro la guerra. E credo che tutte queste combinazioni positive debbano far riflettere e possano anche meritare una foto, semplice ma importante.