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Alla (ri)scoperta di Rezzo

POSTED ON 1 Mar 2023 IN Reportage

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Tornare a Rezzo per me è come fare un salto nel passato, un salto indietro di almeno 40 anni. Rezzo è un piccolo paesino abbarbicato in cima ad una salita tortuosa ed è famoso per il celebre bosco che prende il nome dal paese e che finisce al passo della Mezzaluna. Per me i prati della Mezzaluna erano la fine del mondo conosciuto; alla mezzaluna c’erano le mazze di tamburo, ma sto anticipando troppo i tempi. Quando ero bambino i miei nonni trascorrevano qui le vacanze estive (e non solo), nel primo periodo alla Locanda Bertone, dalla Rina, poi nel tempo in un appartamento in affitto. E mi ricordo che la domenica si partiva, la strada era complicatissima, e si andava a Rezzo dai nonni: dagli anni ’80 si passava per la superstrada che tagliava nettamente il percorso, mentre prima, quando ancora le gallerie erano in costruzione, era obbligatorio fare il giro dal Colle San Bartolomeo ed era una sofferenza atroce. Era quasi sempre domenica, quasi sempre mattino presto e si andava nel bosco per funghi: la grande passione dei nonni paterni (ed ecco il perché delle mazze di tamburo, la Macrolepiota procera). Ci si fermava al Ponte dei Passi per riempire di acqua pulita le borracce e si cercavano i gamberi di fiume.

Rezzo era conosciuto perché qui si correva (una volta l’anno) una prova speciale, una delle più difficili, del Rally di Sanremo. Da qualche parte c’è una mia foto di bambino in braccio a Michèle Mouton all’epoca l’unica donna in gara, se non sbaglio con la Fiat 131 Abarth Rally. E ho delle immagini, molto sfuocate, del sottoscritto alle prese con il modellino della Fiat 131 mentre gioca, sul campo da bocce del paese, insieme ad altri bambini. E all’epoca si correva di notte: ricordo i fari della Lancia Stratos e il rombo assordante dei motori. Il paese era in totale euforia. Sono flash, rapidissimi, anche perché il tempo scorre veloce, passano gli anni, e la memoria si appanna.

Nel centro del paese c’era (ma c’è ancora) il parco pubblico, i giardinetti. Con un incredibile ed enorme campo da calcio, i giochi per bambini e, nel primo periodo, anche una voliera. Anche un pavone se non ricordo male. La fontana che di sera si illuminava. Quel parco mi sembrava enorme, ritornarci mi ha fatto capire meglio le proporzioni. E nel centro dei giardini pubblici (ai quali si arrivava attraverso due scale che percorrevo a velocità assurda) la famosa Pagoda: era stranissima e bellissima, veniva utilizzata per il ballo, mentre di giorno si giocava a calcio balilla. Se non ricordo male c’era anche un bar.

Ritornare a Rezzo è stato emozionante. Sono arrivato al mattino presto e ho fatto il giro della Giara di Rezzo (l’affluente dell’Arroscia che scorre sotto il paese) passando dal famoso Ponte Napoleonico, poi ho percorso a piedi tutto il paese infilandomi nei vicoli più stretti. Ho rivisto i luoghi delle foto del nonno dal vivo (una l’ho scattata identica), ma non ricordo quasi più nulla. La Locanda Bertone non esiste più da diversi anni. La via principale è rimasta praticamente identica, con la vista sui giardini pubblici, il marciapiede enorme sulla sinistra a salire: è un ricordo lucido. Sono anche andato alla fontana dei Passi e al celebre Santuario del quale parlava sempre mia nonna (ma è un’altra storia). Sono rimasto qualche minuto nel centro della Pagoda, ho percorso quella scalinata, visto il Castello. Sono andato a trovare un paio di amici che hanno scelto (controtendenza) di vivere a Rezzo. È stata una giornata strana, particolare, ma che ho assaporato lentamente in ogni singolo istante. Ho scelto 20 foto (perché qua si parla ancora di fotografia), alcune sono iconiche, ma solo per il sottoscritto. Quando le osservo quasi non ci credo, mi commuovo. È stato bello.

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