
C’è un posto che nasce con le migliori intenzioni possibili e finisce dimenticato come se non fosse mai esistito. Questo edificio viene tirato su tra il 1927 e il 1929 da Riccardo De Angeli, uno che non era lì per caso: ispettore delle Assicurazioni Generali a Torino e figura abbastanza attiva anche fuori dal suo lavoro, soprattutto su iniziative benefiche e assistenziali. L’idea iniziale era nobile: una colonia estiva per 300 orfani di guerra e figli di mutilati. Poi arriva la realtà, quella vera, e come spesso succede cambia tutto. Dopo la guerra diventa un convalescenziario dell’INAIL, quindi un luogo dove si provava a rimettere insieme pezzi di vite rotte sul lavoro. E infine, dal 1981 al 2007, si trasforma nel centro di rieducazione funzionale legato all’Ospedale Maria Adelaide, che porta il nome di Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena. Una figura che, se vai a vedere, è l’ennesima storia breve e pesante: otto gravidanze in dodici anni, morta a 32 anni, prima ancora di poter diventare regina.
Poi, come sempre, arriva il momento in cui tutto si sposta altrove. Nel 2007 il centro chiude, viene trasferito, e quello che resta qui è solo il guscio. Ed è qui che comincia la parte che conosco meglio: il tempo che si mangia tutto. Dentro trovi ancora le sedie a rotelle, le protesi, gli strumenti di lavoro lasciati lì come se qualcuno dovesse tornare il giorno dopo. Non torna nessuno. Gli archivi pieni, i dossier coperti di polvere, gli arredi che crollano: non è solo abbandono, è una specie di congelamento andato male. Questo posto non è stato svuotato, è stato mollato. E la differenza si vede tutta. Perché quando entri non stai guardando delle rovine qualsiasi: stai guardando un posto che ha smesso di servire e che, da quel momento, non è più servito a niente. E quello, più di tutto, è quello che pesa davvero.







Durante la fiera di Primavera (7-8 Aprile) abbiamo organizzato, con MondovìPhoto, un piccolo shooting fotografico all’interno della sala delle conferenze del Comune di Mondovì. La bella Andrea (il nome Andrea al femminile mi lascia sempre interdetto positivamente), due flash, un paio di ombrelli traslucidi, un beauty dish. Niente di particolarmente innovativo e fantasioso, ma un utile e divertente diversificazione del tempo in fiera. Ho scattato sempre con il 24-70 a tuttaapertura utilizzando due flash a 45 gradi sparati sugli ombrelli traslucidi per diffondere uniformemente la luce senza creare alcun tipo di ombra. Ritratto beauty in luce piena.

Questa serie di foto arriva dal passato, dall’estate 2012. Zona Nord di Torino, un carrozzeria di quelle un po’ potenti, una modella bellissima. E condizioni di luce impegnative, e un fotografo un po’ incapace ma che cercava di migliorare. Non avevo mai pubblicato queste foto, ma nei giorni scorsi ho visto una foto recente di Marina (sempre bellissima) e ho deciso di fare un salto indietro nel tempo. E forse qualcosa di interessante sono riuscito a salvare; devo ammettere che oggi farei tutto completamente diverso e decisamente meno tuning, meno tipo calendario camionisti.



Ho un debole per la fotografia industriale: il lavoro, i grandi spazi, i capannoni, le strutture, i macchinari. Quando mi chiedono di raccontare fotograficamente questo tipo di realtà non esito, anche se so bene quanto sia facile scivolare nella banalità o nella ripetizione. Il rischio di fare immagini noiose è sempre dietro l’angolo.
Quando è arrivata l’occasione di fotografare il
Molino di Borgo San Dalmazzo, una delle
realtà imprenditoriali più interessanti della zona, ho riflettuto a lungo su come affrontare il lavoro. L’idea iniziale era giocare con la
ripetitività delle confezioni e con la
simmetria: quando ho visto i
bancali di scatole sottovuoto perfettamente impilate ho capito che quella strada era quasi fin troppo facile. Più complesso, invece, raccontare il
lavoro quotidiano e le persone, anche per una mia personale attenzione al tema della
privacy, per quanto la disponibilità di direzione e personale sia stata totale.
Il risultato è un reportage forse un po’ asettico, ma coerente, che restituisce l’anima ordinata e rigorosa dell’azienda. In cambio delle fotografie ho ottenuto una generosa scorta di prodotti: nessuna svolta nella fotografia food e, soprattutto, nessun articolo a pagamento. Questo lavoro nasce da una collaborazione trasparente e resta, prima di tutto, un progetto personale.
Ma dietro a queste immagini ordinate e rigorose c’è una storia concreta, fatta di scelte produttive, controlli e processi che raramente arrivano fino al consumatore finale. Chi è di Cuneo (ma non solo) conosce da anni la polenta del Molino, ma difficilmente si chiede cosa ci sia dietro a quel pacchetto giallo, perfettamente squadrato e sottovuoto. Una struttura recente, ordinata, pulita, progettata con grande attenzione all’igiene.
Il confezionamento sottovuoto è uno dei tratti distintivi dell’azienda: permette di preservare le caratteristiche dei prodotti senza ricorrere a conservanti. Le materie prime, selezionate con criteri molto rigorosi per rispettare anche la certificazione Kosher, arrivano in grandi sacchi e vengono avviate all’impianto automatizzato. Il processo è preciso e controllato, scandito da pesi, saldature a caldo, controlli con metal detector ed etichettatura, fino al prodotto finito pronto per il mercato. Alla fine, tutto questo si traduce in immagini che parlano di ordine, metodo e rigore, senza compromessi, senza scorciatoie, senza mediazioni visive inutili.











