Ex Ospedale Psichiatrico di Vercelli

POSTED ON 8 Gen 2018 IN Reportage

Ex Ospedale Psichiatrico #01

L’ex ospedale psichiatrico di Vercelli (che possiamo anche chiamare manicomio senza alcuna paura) venne costruito nel 1930 per la cura delle persone affette da malattie mentali ed è composto da 20 padiglioni di cui solo 1 attualmente funzionante. Le sue dimensioni sono mastodontiche, parliamo di circa 125000 metri quadri immersi nel verde: al suo interno trovano spazio anche una chiesa, posizionata centralmente, e un teatro, il Benedetto Trompeo, andato in parte a fuoco e decisamente pericolante. Con l’arrivo della legge Basaglia nel 1978 chiude (come tutti i manicomi italiani) e viene trasformato nell’azienda ospedaliera di Vercelli sino al 1991 anno della definitiva cessazione. Questo luogo fu teatro, tra il 12 e il 13 maggio 1945, dell’episodio passato alla storia come Eccidio dell’ospedale psichiatrico di Vercelli. Le notizie sono poche e non sempre certe, ma qui vennero giustiziati sommariamente e in modo molto cruento, ad opera di alcuni partigiani della 182ª Brigata Garibaldi “Pietro Camana”, un gruppo di militi della Repubblica Sociale Italiana prelevati dallo stadio di Novara, allora adibito a campo di prigionia.

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Visitare il manicomio di Vercelli è, come capita in questo tipo di strutture, molto inquietante. Si respira la sofferenza, si sente la morte, la tristezza, il dolore. Eppure fino al 1978 in questi ospedali venivano internate le persone diverse, affette da quelli che venivano definiti disturbi mentali. Ho visitato solo una parte della struttura, per riuscire a fotografarla tutta ci vorrebbero diversi giorni, ma credo comunque di essere riuscito a coglierne l’anima. L’odore di muffa e di chiuso regna sovrana in quasi tutti i padiglioni: scale su scale, porte distrutte, vetri in frantumi, fra radiografie, certificati, ricette mediche, manufatti e scritte sui muri, alcune di queste anche angoscianti.

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Il padiglione più interessante è sicuramente quello che ospita la chiesa; è un edificio relativamente moderno e quindi costruito quasi sicuramente dopo la prima guerra mondiale. Le panche per i fedeli sono ammassate una sopra l’altra, la croce è caduta, c’è un organo, una macchina da scrivere: addirittura dei bicchieri e qualche testo sacro. Le finestre sono ancora intatte, come a rispettare la sacralità della chiesa. Bellissime e molto fotogeniche le scritte in latino sui muri che dominano la scena dall’alto.

In fondo al complesso, per ultima, si erge la chiesa. Anche qui un estremo disordine circonda l’altare dove resiste al caos solo il pianoforte. Anche la grossa croce è stata deposta nel tempo.

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Fra le mie esplorazioni urbex (risale al novembre del 2016) devo ammettere che questa è stata la più interessante, la più straniante. Per le dimensioni della struttura, enorme, e per la quantità di materiale storico che si può trovare negli uffici amministrativi: ho visto giornali degli anni ’30, cartelle cliniche del primo dopoguerra, montagne di dossier, di ricette. Anche negativi e pellicola da ripresa. E poi ci sono le sedie a rotelle, gli armadi, gli archivi, le stanze vuote ed immense, medicinali, bottiglie, giocattoli. Quando cammini fra i padiglioni cercando di capire quali sono i più interessanti sembra di trovarsi in un mondo post-atomico fatto di macerie e distruzione. E non è una bella sensazione.

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“Il manicomio non finisce più. È una lunga pesante catena che ti porti fuori, che tieni legata ai piedi. Non riuscirai a disfartene mai”. Alda Merini. L’altra verità – Diario di una diversa

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La visita è un crescendo da film dell’orrore mano a mano che si procede verso il fondo del vialetto sul quale si affacciano gli edifici. Si inizia dalle strutture amministrative, dove porte cigolanti e scale inferme vi condurranno agli archivi in disordine. I documenti sono sparsi ovunque, misti ai calcinacci. Regna il disordine, proprio come nella testa degli ex ricoverati. Muffe, muschi e alghe colorano muri e soffitti dando un tocco psichedelico a questo viaggio all’interno della pazzia. (Matteo Motta)
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