
L’ho chiamata Villa, così come l’ho sentita la prima volta, ma forse è una definizione un po’ troppo generosa. Cascina sarebbe più onesto, ma poi su Google chi la trova? Villa dello stalliere suona meglio, anche perchè per entrare bisogna passare proprio da quella che sembrava una stalla: una zona di servizio, probabilmente per cavalli. Ho fatto un errore e non l’ho fotografata: era buia, vuota e davvero poco interessante, ma avrebbe reso maggiormente credibile il racconto dello stalliere.
Il cuore della casa è senza dubbio
la sala da pranzo. Una stanza ampia, importante, dai colori improbabili: pareti verdine, soffitto affrescato di un
azzurro acceso con decorazioni floreali e un
lampadario vintage in vetro che sembra decisamente insicuro. Al centro, un tavolo massiccio, qualche sedia traballante, e sopra, tra la polvere, una
scatola di carte da gioco rossa (il jolly delle carte da
Ramino del Dal Negro è inconfondibile) e alcune
foto in bianco e nero: ritratti familiari, una donna in posa, una nonna con lo scialle, un coppia di bambini in spiaggia. Tracce di vite passate che sembrano lasciate lì apposta (da qualche urbexer curioso), come se qualcuno dovesse tornare. Ai lati della sala due
enormi credenze intagliate, piene di ninnoli, tazze da tè e soprammobili, e un divano che deve averne viste di tutti i colori. Tutto è fermo, immobile, come se il tempo si fosse bloccato all’improvviso. Il
pavimento a cementine è ancora affascinante, anche se avrebbe bisogno di una profonda opera di pulizia. Su una parete, un mobile basso con sopra una
statuetta kitsch di una bimba con l’ombrellino, una candela consunta e un quadretto con una vista turistica. Sotto, l’intonaco si sta staccando, la
muffa si è presa la sua parte. Accanto alla finestra, tre sedie e un
vecchio televisore anni ’80, piccolo e tozzo, piazzato come se qualcuno l’avesse appena guardato. Le tende, mezze staccate, filtrano la luce in modo distorto.
Le camere da letto sono tre, tutte ancora arredate. In una c’è un letto matrimoniale con un copriletto dai colori sgargianti, una vecchio specchio appoggiato al muro e un lampadario talmente bizzarro che sembra un ombrello rovesciato. Un’altra stanza ospita due letti singoli e una macchina da cucire Necchi: un classico intramontabile. Accanto, un modellino che dovrebbe essere del Battistero di Pisa: insolito, perché di solito si trovano souvenir della Torre pendente, quella che dovrebbe cambiare colore in base al tempo (mi fa sempre sorridere); statua e quadro della Madonna ovviamente non possono mancare. La terza stanza ha un’atmosfera più spartana, ma con un tocco paurosamente kitsch: un lampadario a ventola con pale bianche e decorazione blu, appeso a un soffitto dipinto con motivi floreali (una roba tremenda). Anche qui le pareti portano i segni del tempo, con crepe e muffa ben visibili. Il letto, ancora rifatto (in casa mia invece no), ha il solito crocefisso appena sopra. Dopo la Madonna, non poteva mancare Gesù Cristo in croce.
La Villa dello Stalliere non racconta storie epiche, ma è autentica. Ed è facile notare un perfetto equilibrio tra abbandono e memoria, quanto basta per voler scattare qualche foto, per dare un senso al ricordo, senza cercare improbabili storie, misteri e fantasmi (che, ricordiamolo, non esistono).
























Non è solo entrare in un posto abbandonato.
Cos’è l’urbex davvero: quello che c’è dietro, tra fotografia, rischi e realtà, e perché molti non hanno idea di cosa significhi davvero.