La colonna infame

Stanze ancora arredate e dettagli che confondono ogni certezza

POSTED ON 10 Lug 2026 IN Urbex     TAGS: farm    

La colonna infame /09 - Fotografia di Samuele Silva

A prima vista questa cascina ha un problema: non sembra abbandonata. E non sembra nemmeno una cascina di campagna. Ci sono i divani al loro posto, i libri sugli scaffali, le tende alle finestre e persino le bottiglie ancora appoggiate sui tavoli. In certe stanze viene quasi spontaneo abbassare la voce, non per rispetto del luogo, ma per il timore molto più concreto che da un momento all’altro arrivi qualcuno a chiederti cosa ci fai lì.

E invece no. È davvero abbandonata.
È proprio questo a renderla strana rispetto a molti altri luoghi urbex. Qui non ci sono muri crollati, pavimenti traballanti oppure stanze ridotte a cumuli di macerie. Almeno non dappertutto. La cascina conserva ancora l’aspetto di un posto abitato, o forse sarebbe meglio dire interrotto. Manzoni, nella sua Colonna infame, raccontava quanto sia facile condannare qualcuno partendo dalle apparenze. Qui il problema è opposto: a giudicare dalle apparenze, non verrebbe nemmeno da condannarla all’abbandono.

La prima impressione, entrando, è che qualcuno se ne sia andato da poco. Non ieri, naturalmente, ma nemmeno abbastanza tempo fa da permettere all’abbandono di prendersi completamente il posto come quasi sempre succede. I mobili sono ancora lì, i libri riempiono intere pareti e sui tavoli sono rimasti bicchieri, bottiglie, tappi di sughero e piccoli oggetti che sembrano aspettare semplicemente di essere rimessi a posto. È una sensazione piuttosto insolita: per qualche minuto ho continuato a guardarmi intorno cercando qualcosa che dicesse, senza troppi dubbi, che nessuno sarebbe tornato. La conferma arriva. Solo che arriva un po’ alla volta, non subito.

Anche chiamarla cascina, a un certo punto, comincia a sembrare riduttivo. Gli ambienti sono tanti, molto diversi fra loro e soprattutto molto più grandi di quanto ci si aspetterebbe guardando il posto dall’esterno. E solo eleganti. Saloni, librerie, camere, tavoli abbastanza lunghi da ospitare parecchie persone, soffitti a volta e poi, salendo, legno, travi a vista e spazi che sembrano appartenere quasi a un’altra casa.

La parte che mi ha colpito di più, però, è arrivata salendo al secondo piano, dove si trovano le camere. Dopo i grandi saloni e gli ambienti carichi di oggetti, sopra cambia tutto: stanze razionali, minimali, eleganti, quasi asettiche, con pochi mobili e linee pulite. Persino una camera completamente rivestita da una moquette verde, talmente ordinata e geometrica da sembrare fuori posto in un edificio abbandonato. Non me le aspettavo così.

Non so chi abbia vissuto qui e non so perché tutto sia rimasto così. E, come spesso accade con i luoghi abbandonati, preferisco non inventarmi una storia soltanto perché suona bene. Quello che posso dire è che questa cascina ha qualcosa di raro: continua a cambiare mentre la attraversi. E quando pensi di aver capito che posto sia, sali una scala e ti ritrovi da un’altra parte.

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Non è solo entrare in un posto abbandonato. Cos’è l’urbex davvero: quello che c’è dietro, tra fotografia, rischi e realtà, e perché molti non hanno idea di cosa significhi davvero.
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