A prima vista questa cascina ha un problema: non sembra abbandonata. E non sembra nemmeno una cascina di campagna. Ci sono i divani al loro posto, i libri sugli scaffali, le tende alle finestre e persino le bottiglie ancora appoggiate sui tavoli. In certe stanze viene quasi spontaneo abbassare la voce, non per rispetto del luogo, ma per il timore molto più concreto che da un momento all’altro arrivi qualcuno a chiederti cosa ci fai lì.
La prima impressione, entrando, è che qualcuno se ne sia andato da poco. Non ieri, naturalmente, ma nemmeno abbastanza tempo fa da permettere all’abbandono di prendersi completamente il posto come quasi sempre succede. I mobili sono ancora lì, i libri riempiono intere pareti e sui tavoli sono rimasti bicchieri, bottiglie, tappi di sughero e piccoli oggetti che sembrano aspettare semplicemente di essere rimessi a posto. È una sensazione piuttosto insolita: per qualche minuto ho continuato a guardarmi intorno cercando qualcosa che dicesse, senza troppi dubbi, che nessuno sarebbe tornato. La conferma arriva. Solo che arriva un po’ alla volta, non subito.
La parte che mi ha colpito di più, però, è arrivata salendo al secondo piano, dove si trovano le camere. Dopo i grandi saloni e gli ambienti carichi di oggetti, sopra cambia tutto: stanze razionali, minimali, eleganti, quasi asettiche, con pochi mobili e linee pulite. Persino una camera completamente rivestita da una moquette verde, talmente ordinata e geometrica da sembrare fuori posto in un edificio abbandonato. Non me le aspettavo così.




















