Ultimamente, e non so bene per quale motivo, sono stato eletto critico fotografico. Mi chiedono giudizi su qualsiasi tipo di fotografia: da giudice a concorsi a semplici commenti richiesti ad personam. Probabilmente uno dei motivi è il fatto che da anni scrivo pubblicamente di fotografia sul mio sito, con continuità e senza troppe mediazioni, lasciando traccia di quello che penso. Conosco la fotografia, l’ho studiata, conosco gli autori, famosi e non, e ho imparato a memoria le regole di composizione. All’esterno do l’impressione di sapere quello che dico, anche per via di alcune posizioni decisamente radicali sul mondo fotografico.
Ma la verità è che sono un fottuto razionalista. È qualcosa che mi trascende. La mia critica è sempre improntata alla logica, alla coerenza, alla ragione. E per una mente drogata di numeri come la mia diventa complicato giudicare l’arte quando è intesa come pura manifestazione del genio. Il genio io non lo capisco. Perché rifugge dal ragionamento, esce dagli schemi, non chiede permesso. Mi lascia perplesso, sospeso, quasi stordito. Come una sindrome di Stendhal che non so spiegare. Di contro, ho un’immediata percezione del bello e del buon gusto. L’estetica fa parte di me. Posso faticare a lavorare di fantasia, ma la riconosco e la comprendo quando la incontro.
È uno dei punti cardinali della mia fotografia. Ed è estenuante continuare a vedere fotografie terribili giustificate in nome del genio, della novità, che poi non è mai davvero novità, o della presunta necessità di tradire le regole, sotto l’egida del solito a me piace così. Perché fantasia e arte non sono alternative alla tecnica e alla composizione: ne sono alleate.
Si fanno le regole per gli altri, e delle eccezioni per se stessi
