Divisi fra la vita e la morte

Eluana EnglaroEluana è morta. E io sono contento. Perché 17 anni in stato vegetativo non sono vita. Sono contento per il papà di Eluana, che ha dovuto soffrire davvero troppo e che, in questo momento, merita il silenzio che chiede. Forse adesso, dopo una lunga pausa di riflessione, si potrà discutere con calma e si potrà tornare a parlare di eutanasia; una parola molto discussa e, soprattutto, discutibile. Si potrà parlare con calma, e senza strumentalizzazioni politiche, di un argomento difficile e che colpisce il cuore di tutti. Perché tutti ci siamo immaginati nella situazione del signor Englaro e tutti (o quasi) abbiamo capito che certe decisioni devono essere prese nella cerchia degli affetti più cari. Le istituzioni politiche e religiose non possono e non devono interferire. E’ facile parlare seduti in parlamento oppure dal pulpito di una chiesa, è facile disporre della vita degli altri; ma fra noi, fra tutti noi e il signor Englaro ci sono 17 anni di sofferenze, 17 anni di prigionia, 17 anni al capezzale di una figlia morta. Nessuno può capire e nessuno deve nemmeno provare a capire. Ed è giusto che sia lui a decidere, nessuno può e deve sostituirsi alla persona che ha sofferto per 17 lunghissimi anni. E adesso deve calare il sipario su questa vicenda triste; il caso di Eluana è servito a farci riflettere e, spero, a farci capire. Facciamoci sentire, andiamo avanti e voltiamo pagina.